“Il linfedema può comportare difficoltà nei movimenti, infezioni ricorrenti e problemi nella vita sociale, ma spesso il paziente non è informato sulla malattia e per questo non ne riconosce i sintomi”. Parola di Franco Bassetto, presidente della Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva-rigenerativa ed estetica (Sicpre).In occasione del World lymphedema day del 6 marzo, la Sicpre punta ad accrescere la consapevolezza del paziente su una malattia cronica e progressiva che colpisce 250 milioni di persone nel mondo. Il linfedema si manifesta con l’accumulo di liquido (linfa) nei tessuti degli arti superiori o inferiori, che per questo appaiono gonfi. “In molti casi i pazienti arrivano alla diagnosi di linfedema quando il gonfiore è stabile e persistente, e quindi in uno stadio clinico intermedio o avanzato”, spiega Emanuele Cigna, ordinario di Chirurgia plastica all’Università degli Studi di Pisa. Che cos’è il linfedemaIl linfedema può essere primario, se causato da anomalie congenite del sistema linfatico, oppure secondario, quando compare in conseguenza di alcune malattie o, più spesso, dalla rimozione chirurgica dei linfonodi.La patologia riduce la funzionalità dell’arto interessato – il braccio nel caso di asportazione dei linfonodi ascellari per tumore del seno, la gamba per asportazione dei linfonodi inguinali e pelvici per tumori ginecologici e urologici – rendendo difficile la vita quotidiana e di relazione del paziente. Solitamente insorge a distanza di 1-4 anni dalla chirurgia oncologica. “I cancer survivor, cioè le persone che sono riuscite a sconfiggere il cancro, rappresentano il numero più elevato di pazienti affetti da linfedema in Italia”, evidenzia Giuseppe Visconti, coordinatore del Capitolo del Linfedema della Sicpre. “È un vero paradosso terapeutico: persone guarite dal cancro, che si ammalano di una nuova patologia cronica e debilitante di cui non erano neanche a conoscenza”. In Italia sono circa 40mila nuove diagnosi di linfedema ogni anno. La terapia L’approccio ideale alla malattia è precoce, multidisciplinare e super-specializzato. “Per favorire lo scarico della linfa verso la radice dell’arto – aggiunge Cigna – sono importanti il controllo del peso, la fisioterapia decongestiva, il bendaggio elastico degli arti e l’utilizzo di indumenti compressivi su misura. Negli stadi avanzati (III e IV) è necessario ricorrere alla chirurgia, eseguita esclusivamente in centri altamente specializzati, che ha lo scopo di collegare i vasi linfatici ostruiti a piccole venule. In questo modo, la linfa si scarica nel sistema venoso e il gonfiore si riduce.“La microchirurgia linfatica – dice ancora Visconti – necessita di competenze e strumentazioni microchirurgiche e supermicrochirurgiche, nonché di strumentazione e tecnologia avanzata quali il microscopio ad alta risoluzione con fluorescenza integrata, l’ecografia ad altissima frequenza, la linfografia a fluorescenza e strumentazione ultrafine”. Per questo “è fondamentale rivolgersi ai centri specializzati. La recente introduzione del robot microchirurgico – conclude – potrebbe contribuire alla diffusione di questa chirurgia in ulteriori centri, riducendo il tempo di apprendimento per i supermicrochirurghi nascenti”. Questo articolo Linfedema, chi è a rischio e come si cura proviene da LaPresse