Il missile iraniano intercettato dalla difesa turca segna inequivocabilmente anche un cambio di percezione nella testa di Recep Tayyip Erdogan. Ovvero non c’è solo la “formalità” data da un attacco portato contro un membro della Nato, ma anche la rottura del patto ideale tra Iran e Turchia che è stato alla base delle molteplici interlocuzioni sull’asse Teheran-Ankara nell’ultimo decennio, con il coinvolgimento diretto di big partner come Mosca e Pechino. Due riflessioni nella testa del leader turco che potrebbero mutare significativamente le alleanze e le mosse di domani, oltre agli equilibri dell’intero Medio Oriente. Anche perché la rozza risposta iraniana all’operazione “Ruggito del leone”, con gli attacchi a Oman, Eau, Arabia Saudita, ha coagulato ancora di più i Paesi del golfo in chiave pro-Gerusalemme. Passaggio che rappresenta senza dubbio un tema solido nelle conversazioni presenti ma soprattutto future in quella macro regione (geopoliticamente allargata, tanto a est quanto a ovest).L’attacco iraniano e le reazioni turcheLa posizione ufficiale del ministero turco della difesa parla di una munizione balistica sparata dall’Iran e individuata mentre si dirigeva verso lo spazio aereo turco dopo aver attraversato lo spazio aereo iracheno e siriano: è stata ingaggiata e neutralizzata in tempo dagli elementi di difesa aerea e missilistica della Nato schierati nel Mediterraneo orientale. In aggiunta, ecco la precisazione di carattere procedurale, ovvero quella che cita la determinazione e la capacità della Turchia di garantire la sicurezza. In sostanza la Turchia adotterà tutte le misure necessarie per difendere il proprio territorio e il proprio spazio aereo. E non potrebbe essere diversamente, vista la contiguità geografica. Della questione hanno discusso al telefono il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi e non è ipotizzabile che sia stata una conversazione morbida, viste le conseguenze che ci sarebbero potute essere sul suolo turco, in un momento in cui Ankara è impegnata nel dossier siriano e nell’elaborazione del post-Khamenei. Già: il leader “deposto” da Stati Uniti e Israele è parte nevralgica dell’analisi sul ruolo turco. Pochi giorni fa Erdogan aveva espresso pubblicamente il suo “dolore” per la morte dell’ayatollah.Le mosse di Erdogan e il peso della difesa turcaSin dall’inizio degli attacchi Ankara ha dichiarato di non schierarsi con nessuna delle parti coinvolte nel conflitto, mentre Erdoğan immediatamente ha avuto due conversazioni telefoniche sia con il presidente Donald Trump sia con il leader iraniano Masoud Pezeshkian. Dunque come spiegare la ritorsione iraniana se la Turchia non ha avallato gli attacchi? Bisogna partire dalle ultime parole di Erdogan: la Turchia, ha detto, deve rafforzare costantemente la propria deterrenza militare per garantire la pace e la stabilità. La sua tesi è che la capacità del Paese di rimanere “un’isola di stabilità” in una regione instabile dipende dalla forza delle sue forze armate e dalle sue capacità di difesa.Appare di tutta evidenza che la capacità militare turca sarebbe al momento un valore aggiunto a quelle latitudini, ma andranno valutate le numerosissime variabili, come il coinvolgimento dei curdi nelle intenzioni della Cia testa di ponte in Iran, le relazioni con il cosiddetto triumvirato del gas formato da Israele-Cipro-Grecia, la posizione inglese (prima attiva, poi nelle ultime ore riluttante per le noie politiche interne di Starmer). Erdoğan ha ricordato pubblicamente, in una sorta di messaggio rivolto all’esterno, che la Turchia ha recentemente raggiunto livelli record nelle esportazioni di difesa e aerospaziale e che le Forze Armate turche hanno ricevuto elogi dagli alleati durante un’esercitazione Nato in Germania. Come dire che Ankara è pronta ad ogni evenienza.ScenariLa sensazione è che molto dipenderà dalla durata del conflitto e dal tipo di “modello” politico che Trump intenderà applicare all’Iran: se quello venezuelano con un cambio rapido di regime, su cui si registrano forti perplessità in considerazione delle differenze politiche e sociali tra Iran e Venezuela, o se quello di una rigenerazione interna, favorita anche dalle pressioni degli ex alleati dell’Iran. Molto complessa anche la seconda: infatti andrà capito come il cosiddetto stato nello stato, con i pasdaran mantenuti in toto dal regime ombra, verrà inserito nelle nuove fasi della vita politica iraniana. La scena di quel giornalista che, in lacrime, annuncia in tv la morte di Khamenei rappresenta la fotografia di chi, popolazione e lavoratori, subisce un regime che li controlla perché paga loro uno stipendio. La Forza Quds, orfana del capo Qasem Soleimani ucciso dagli Stati Uniti nel 2020, è un attore economico chiave, che incassa fior di dollari, ad esempio, dalle transazioni illecite che aggirano le sanzioni. E con quei denari paga la sopravvivenza del sistema “welfare” in Iran.