Se si può stare con la libertà dell’arte, perfino di stato, perché non darlo a vedere?

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Al direttore - Apprezzabile come sempre Carmelo Caruso, squillante e brillante ed elegante, ora sulla Biennale e sulla libertà dell’arte (purtroppo di stato). Dubito solo che l’invocato Gogol, e anche Puskin, Esenin, Achmatova, Bulgakov e financo Majakovskij avrebbero partecipato al padiglione russo delle anime stramorte. Forse gli slavofili Paolo “Norskij” e Dostoevskij, che non è male, ma c’è un forse. Ribadisco che la modestia del conflitto aperto e non burocratico dovrebbe sostituire la rischiosa grandiosità della “lutte finale” tra i Duellanti della Nuova Egemonia Culturale. A Buttafuoco dimostrare e praticare una fin troppo corazzata indipendenza. A Giuli organizzare una occasione disarmata di dissenso il 9 maggio, a Palazzo Ducale, nei giorni in cui vinsero Churchill, Roosevelt e Peppino Stalin, che arrivò a Berlino ma non a Venezia, dove Putin suo povero emulo sta tramando una baruffa chiozzotta a legittimare una guerra spietata. Se si può stare con la libertà dell’arte, perfino di stato, e con quella dell’Ucraina e dell’Europa, perché non darlo a vedere? Stalin avrebbe commissariato e altro, i nostri avrebbero tuonato con Bernard-Henry Lévy, il figliolo di André Glucksmann, Andrée Shammah e magari Sean Penn e Volodimir Zelensky contro la nuova versione dell’arte degenerata, ohibò. Cordialissimi saluti. Giuliano Ferrara