Era sabato 28 febbraio quando gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran uccidendo la guida suprema Ali Khamenei. Teheran ha risposto: lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso e il prezzo del barile di petrolio ora oscilla intorno ai 100 dollari.In gran parte del continente africano quasi tutte le merci viaggiano su gomma e l’aumento del gasolio si traduce in costi più alti per spostare cibo, medicinali e beni essenziali nei mercati urbani. Anche per l’Africa dunque questa guerra non è uno spettacolo geopolitico lontano. L’escalation tra Washington, Gerusalemme e Teheran minaccia le catene di approvvigionamento globali e il blocco dello Stretto di Hormuz fa esplodere anche i costi del trasporto marittimo. È un doppio shock: energetico e logistico. E c’è un dettaglio che racconta questa dipendenza meglio di qualunque statistica: il consumo di carburante, in Africa, è amplificato dal massiccio uso dei generatori elettrici. Dal Ciad al Malawi, dal Gabon alla Tanzania, milioni di persone accendono un generatore per lavorare, per vivere, semplicemente perché la rete elettrica salta. Ogni litro di gasolio in più al barile pesa direttamente sulla possibilità di tenere accesa una luce.L’impennata delle quotazioni del petrolio produce effetti opposti sulle due sponde del continente: alcuni esportatori guadagnano (in parte) e molti importatori devono fare i conti con una situazione di assoluta instabilità. Tra i beneficiari c’è l’Angola, grande esportatore di greggio, che vede rafforzarsi la bilancia dei pagamenti e le entrate statali grazie all’aumento dei prezzi internazionali. L’Algeria, uno dei maggiori produttori di petrolio e gas del continente, si trova nella stessa posizione favorevole: il rialzo degli idrocarburi porta entrate aggiuntive al bilancio pubblico e alle riserve in valuta. E se i prezzi dovessero stabilizzarsi oltre i 100 dollari al barile, anche Nigeria e Libia potrebbero in teoria registrare un significativo aumento delle entrate energetiche.Ma anche tra i produttori, i benefici hanno un limite. Nigeria e Ghana esportano greggio ma importano gran parte dei prodotti raffinati, e l’aumento dei prezzi internazionali non cancella i rincari dei carburanti per i consumatori. Alla fine il vantaggio lungo la filiera quasi si annulla. Questa situazione riflette un paradosso comune a molte economie africane in cui la capacità di raffinazione locale è spesso del tutto assente e costringe quindi questi paesi a esportare materie prime e a importare prodotti finiti a costi più elevati. In Tunisia, importatrice netta di energia, la volatilità dei mercati pesa sui conti pubblici. Il Marocco importa circa il 90% del proprio fabbisogno energetico. L’Egitto è stato tra i primi a reagire: il Ministero del Petrolio ha annunciato rincari compresi tra il 14% e il 17% per diversi prodotti petroliferi, spiegando che la decisione è legata agli sviluppi geopolitici in Medio Oriente e ai loro effetti sui mercati globali dell’energia. C’è poi un altro tema, meno visibile ma altrettanto devastante: i fertilizzanti. Gran parte dei fertilizzanti azotati mondiali dipendono dal gas del Golfo, e il blocco parziale dello Stretto di Hormuz sta facendo salire rapidamente anche i prezzi di urea e ammoniaca.Per produrre i fertilizzanti azotati serve gas naturale, e il Golfo Persico ne ha tra i più economici al mondo. Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iran e Bahrein producono una fetta enorme del fabbisogno mondiale, e tutta quella merce, per raggiungere i mercati internazionali, deve passare dallo Stretto di Hormuz. Con lo Stretto bloccato, i prezzi dell’urea sono schizzati verso l’alto tanto che i principali produttori della regione hanno sospeso le operazioni o dichiarato forza maggiore sulle spedizioni. E a differenza del petrolio, per i fertilizzanti non esistono riserve strategiche: nessuno ne ha accumulate per un’emergenza come questa. Se un capitano di nave abbastanza coraggioso decidesse di sfidare i droni e attraversare lo Stretto, preferirebbe trasportare petrolio, non sacchi di urea.Per l’Africa subsahariana è una catastrofe annunciata. In contesti già segnati dall’insicurezza, dal Sahel al Corno d’Africa, l’effetto potrebbe aggravare crisi umanitarie, migrazioni interne e conflitti locali per via di risorse sempre più scarse. La nuova guerra in Medio Oriente investe l’Africa su una serie di fronti intrecciati come scosse di assestamento e il caro-petrolio potrebbe essere solo il primo colpo.L'articolo Perché la chiusura dello stretto di Hormuz è una catastrofe annunciata per l’Africa subsahariana proviene da Il Fatto Quotidiano.