Può l’attività fisica compensare i danni dell’alcol? È la domanda che ha riacceso il dibattito dopo la diffusione di una ricerca norvegese basata su uno dei più grandi studi di popolazione europei. L’analisi ha seguito per quasi vent’anni circa 25mila adulti, valutando nel tempo tre variabili chiave: consumo di alcol, livello di attività fisica e mortalità per tutte le cause. Il risultato centrale è meno rassicurante di quanto suggeriscano alcuni titoli: l’aumento del consumo di alcol nel tempo è associato a un aumento del rischio di morte, indipendentemente dal fatto che una persona sia fisicamente attiva oppure no. Tuttavia, a parità di consumo di alcol, chi mantiene uno stile di vita attivo presenta un rischio di mortalità più basso rispetto ai sedentari.In parole chiare, l’attività fisica agisce come fattore attenuante, non come fattore neutralizzante.È qui che nasce l’equivoco. Lo studio non dice che “allenarsi permette di bere di più”, ma che tra due persone che bevono la stessa quantità, quella che si muove di più sta mediamente meglio di quella che resta sedentaria. Il gruppo più vulnerabile, infatti, è quello che combina sedentarietà e consumo alcolico crescente: una doppia esposizione che amplifica il rischio.Un punto importante dello studio è l’analisi delle variazioni nel tempo: non conta solo quanto si beve in un dato momento, ma se il consumo aumenta con gli anni. Chi incrementa l’assunzione alcolica mostra un peggioramento del profilo di rischio anche se resta fisicamente attivo, segno che l’alcol continua a esercitare effetti negativi cumulativi.L’esperto: “Non fatevi confondere le idee”“Il dato non è nuovo. Già studi epidemiologici pubblicati anni fa su The Lancet avevano mostrato che, a parità di fattori di rischio come fumo, diabete o alcol, l’attività fisica è la variabile che più di tutte riduce la mortalità”, spiega al FattoQuotidiano.it il professor Giovanni Addolorato, professore ordinario di Medicina Interna, Fondazione Policlinico Gemelli, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Ma proprio per questo, avverte il professore, il messaggio può diventare fuorviante. “Dire che l’attività fisica attenua i danni dell’alcol non significa che l’alcol diventi meno pericoloso. È una distinzione fondamentale. Altrimenti si passa dal dato scientifico all’autoassoluzione”.Uno dei nodi centrali riguarda il concetto, ancora molto diffuso, di “dose raccomandata”. “In realtà non esiste una dose di alcol a rischio zero”, chiarisce Addolorato. “Negli anni Settanta e Ottanta si parlava dei due bicchieri di vino rosso come fattore protettivo per il cuore, ma oggi sappiamo che quella narrazione è falsa. Se si considerano tutti gli organi e apparati, la mortalità complessiva è più bassa negli astemi”.“Meno è meglio”Negli ultimi vent’anni, spiega, la letteratura scientifica ha progressivamente smontato l’idea dell’alcol come alleato della salute. Le evidenze più solide arrivano da grandi studi internazionali che valutano il peso dei fattori di rischio sulla popolazione globale. “Il messaggio oggi condiviso è semplice: less is better. Meno bevo, meno rischio corro. Se voglio davvero rischio zero, devo bere zero”.E l’elenco dei danni legati all’alcol va ben oltre il fegato, spesso considerato l’unico bersaglio. “L’alcol ha effetti documentati sul sistema cardiovascolare, sul cervello, sul metabolismo, sul rischio oncologico e sul sistema immunitario. Anche piccole quantità, assunte regolarmente, contribuiscono a un carico di rischio che nel tempo si somma”, sottolinea l’esperto.Quando poi si parla di attività fisica, il quadro non cambia. “Che l’alcol sia controindicato quando si fa sport è noto da decenni. Riduce la capacità di recupero, interferisce con la sintesi proteica e peggiora la qualità dell’allenamento. Non a caso, nello sport agonistico bere è semplicemente vietato”.L’insegnamento delle Blue ZonesAlla domanda su quale sia allora la combinazione più realistica per proteggere la salute nel lungo periodo, Addolorato risponde senza esitazioni: “Primo: non bere. Secondo: fare attività fisica, in qualunque forma. Non serve essere atleti: anche camminare, distribuendo il movimento nell’arco della giornata, ha un effetto protettivo significativo”.Il terzo pilastro è lo stile di vita nel suo complesso, a partire dall’alimentazione. Qui entrano in gioco le cosiddette Blue Zones, le aree del mondo con la più alta concentrazione di ultracentenari. “In questi luoghi ritroviamo sempre gli stessi elementi: movimento quotidiano non strutturato in paesini piccoli con stradine che ‘costringono’ a camminare senza prendere l’auto, forte vita di comunità e quindi bassa solitudine e un’alimentazione semplice, prevalentemente vegetale. La carne si mangia mediamente solo nelle feste. A parità di consumo di alcol – che in realtà è molto basso – chi non è sedentario vive più a lungo”.Quello che conta: muoversi, variare la dieta e…Un altro aspetto interessante è la varietà alimentare. “Nelle Blue Zones orientali non esiste una dieta rigida, ma una grande varietà di cibi. Questo riduce l’esposizione cronica a singoli fattori dannosi e abbassa il rischio complessivo”.Il messaggio finale è quindi meno consolatorio di quanto piaccia raccontare: l’attività fisica è uno dei più potenti strumenti di prevenzione, ma non è una polizza assicurativa contro l’alcol. Muoversi di più fa bene. Non bere fa meglio. E confondere le due cose rischia di trasformare una buona evidenza scientifica in un alibi culturale.L'articolo Fare attività fisica annulla gli effetti dell’alcol? Ecco cosa c’è di vero secondo uno studio che ha seguito 25mila persone per 20 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.