di Maurizio Delli Santi * –La scomparsa, all’età di 96 anni, del filosofo e sociologo tedesco Jürgen Habermas lascia un’eredità intellettuale di assoluto rilievo, che è anche un monito di straordinaria attualità in un’epoca segnata da guerre, nuove logiche di potenza e imperialismi distruttivi che minano le fondamenta dell’umanità. Habermas ha fortemente radicato il suo pensiero nella tradizione della Scuola di Francoforte, di cui è stato interprete principale nella seconda generazione, ma ha saputo anche superare i limiti del marxismo ortodosso, concentrato unicamente sulla critica economica e sociale della società: ha introdotto al centro della riflessione una dimensione della democrazia fondata sul ruolo etico e sociale del linguaggio e della comunicazione. È sua la concezione di “democrazia deliberativa”, fondata sul dialogo razionale, sulla partecipazione pubblica e sulla ricerca condivisa di norme etiche e politiche, fino a interrogare le decisioni più profonde che plasmano il destino dei popoli. La sua opera più nota, Teoria dell’agire comunicativo (1981), e il successivo Fatti e norme (1992), tracciano una visione in cui la razionalità non è mero strumento logico, ma processo sociale condiviso: attraverso il dialogo aperto e la critica reciproca, i cittadini possono elaborare norme giuste e legittime. Habermas definiva questa impostazione “etica discorsiva”, in cui la validità delle norme dipende dalla loro accettazione da parte di tutti i partecipanti a un confronto libero da coercizioni, e dove l’azione comunicativa diventa il cuore della cittadinanza democratica. La sua filosofia era dunque “fallibilista” per definizione, ovvero consapevole che le verità non sono mai definitive ma sempre suscettibili di revisione critica. È la stessa logica della “falsificabilità” con cui Karl Popper prospettava la validazione di ogni teoria: entrambi contestavano il materialismo storico e ogni ideologismo che comporta distorsioni fideistiche e impostazioni teleologiche governate dall’ansia di dimostrare costrutti già definiti, un approccio che inevitabilmente porta allo ius escludendi delle autocrazie e dei totalitarismi. In questa prospettiva, Habermas mantiene un rapporto critico con la religione, ma supera anche il pregiudizio laico e non la considera come ostacolo alla razionalità o alla democrazia: anzi, la ritiene una profonda risorsa culturale in grado di contribuire al dibattito pubblico. Nel dialogo con figure religiose di rilievo, tra cui papa Benedetto XVI, il filosofo tedesco sottolineava la necessità di tradurre i contenuti religiosi in ragioni pubbliche comprensibili a tutti, purché il messaggio religioso non assurga a pretesa normativa esclusiva: la religione, nella visione di Habermas, poteva così alimentare il discorso morale e civile, contribuendo senz’altro al consolidamento delle democrazie e della pace.L’autonomia e l’originalità del pensiero di Habermas non consentono di inserirlo in modo preciso nel liberalismo contemporaneo. Tuttavia, si può intravedere una linea di continuità verso il liberalismo critico, dove la ricerca punta a un equilibrio tra libertà individuale, strutture istituzionali di garanzia e giustizia sociale. È la prospettiva delle riflessioni di John Rawls sulla giustizia come equità fondata sulle pari opportunità, di Zygmunt Bauman sulla modernità liquida e le sfide della società postmoderna, e degli studi di Jürgen K. Fischer, che evidenzia come la stessa “democrazia deliberativa” habermasiana, per essere emancipatoria, non possa essere fluida e indeterminata in un ideale astratto: richiede un sostegno istituzionale e normativo che le permetta di incidere davvero sulla realtà. Rimane il pensiero di fondo di Habermas: la chiave di lettura di ogni realtà politica o sociale sta in una continua apertura al dialogo, al confronto e alla correzione degli errori come condizione imprescindibile per la vita pubblica.E in questa prospettiva si sviluppa il nucleo del pensiero di Habermas centrato sui temi più vicini che ci riguardano: il ruolo dell’Europa e il modello di “costituzionalismo internazionale”. La sua idea di Europa non è economica, ma profondamente valoriale e normativa contro le derive nazionaliste e populiste: uno spazio di solidarietà e cooperazione, legittimato da regole comuni e da un progetto di democrazia deliberativa che richiede una responsabile partecipazione non solo dei singoli Stati membri ma soprattutto dei cittadini europei. Nei saggi più recenti, fra cui For Europe (2025, Süddeutsche Zeitung), Habermas ha affrontato il tema della guerra in Ucraina e del rapporto con i nuovi Stati Uniti di Trump. La sua conclusione è stata netta nel sottolineare che l’Unione Europea non può più affidarsi passivamente alla protezione statunitense: “l’UE deve essere in grado di agire da sola, politicamente e militarmente, per tutelare la propria esistenza e quella dei suoi cittadini”. L’Europa deve dunque acquisire autonomia strategica, rafforzare la propria capacità di decisione collettiva e costruire un’integrazione militare e politica effettiva, altrimenti sarà trascinata dai conflitti e dalle logiche di potenza altrui. In questo senso, per Habermas la costruzione europea è intimamente legata all’altro pilastro del suo pensiero: partendo dal saggio La costellazione post-nazionale (1999), il filosofo costruisce nei suoi interventi più recenti un modello di “costituzionalismo internazionale”, laddove le organizzazioni internazionali devono diventare “sovranazionali” se davvero si vuole garantire pace, sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali, superando logiche di potenza e unilateralismo. È l’evoluzione più limpida e lungimirante dell’internazionalismo moderno tracciato dalle prime tesi di Hans Kelsen sulle Nazioni Unite e sulle corti internazionali, che oggi si vorrebbero porre in discussione. Tuttavia, se un intellettuale fortemente critico come Habermas ha insistito sulla necessità di una Costituzione dell’ordine internazionale (sulla sua linea c’è anche la “Costituzione della Terra” dell’italiano Luigi Ferrajoli), rimane evidente che il diritto internazionale resta la sola strada per garantire la pace. All’Europa, dunque, spetta ora diventare laboratorio politico di una governance globale regolata dal diritto e dal dialogo, capace di contrastare le derive di nuove potenze imperialiste e la frammentazione del mondo. Dall’alto della saggezza dei suoi 96 anni, Jürgen Habermas potrà a lungo rimanere un riferimento per i leader europei, se vorranno essere ricordati anch’essi come responsabili costruttori di pace.* Membro dell’Associazione Italiana di Sociologia.