30 anni di Subsonica: tempi che non tornano o non bastano più

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Full disclaimer: chi scrive ha la propria vita personale, e in piccola parte pure quella lavorativa, intrecciata in mille modi con quella dei Subsonica. Prima da semplice appassionato, anzi, verrebbe quasi da dire fan (come e più dei Casino Royale, sono stati i Subsonica infatti a far capire che fosse possibile che, per una volta, citando James Holden, non fossero gli “idioti” a vincere e a conquistare il mainstream, ma i “buoni”, i “coraggiosi”: una cosa semplicemente enorme). Poi da giornalista – una delle interviste più belle e riuscite della mia vita agli inizi del mio percorso l’ho fatta ad inizio anni 2000 proprio ai Subsonica, nel momento della loro massima ascesa, poco dopo Sanremo. Poi da lavoratore/collega: quella intervista è stata così bella evidentemente non solo per il sottoscritto da figliare una amicizia reciproca che, tra il 2004 e il 2005, si è trasformata in un “Vieni a lavorare da noi, per Casasonica”. Infine, da amico ed osservatore privilegiato: il rapporto lavorativo di cui sopra infatti si è interrotto presto, ma i fili dell’amicizia e della stima reciproca si sono se possibile rinforzati, anno dopo anno. Anche perché loro continuavano a fare cose artisticamente mirabili (“L’eclissi”, uscito nel 2007, due anni dopo la fine quindi della nostra collaborazione, è per me tutt’ora uno dei dischi italiani più importanti, meno compresi e meno celebrati degli ultimi trent’anni, pur essendo stato un solido successo – e tutt’ora è in heavy rotation nei miei ascolti quando devo fare centinaia di chilometri in autostrada).(Che cazzo di album, a partire dai testi, che dovreste ascoltare con attenzione; continua sotto)Quando mi è arrivato un paio di settimane fa l’invito per partecipare a Torino – viaggio da Milano pagato, alé, i lussi dell’industry musicale che ha ripreso a macinare utili – alla conferenza stampa di presentazione del nuovo album “Terre rare” e delle attività per celebrare i trent’anni di carriera della band di lì a una decina di giorni, inizialmente ho nicchiato un po’. Mi è capitato di vedere poche ore dopo l’arrivo di questo invito Max (Casacci) davanti al torinese Cinema Massimo, in attesa di entrare ad una delle proiezioni di Seeyousound, guarda tu ogni tanto le coincidenze, e dopo i saluti e le pacche sulle spalle gli ho chiesto ad un certo punto: “Ma che faccio? Vengo, a questa conferenza stampa?”. La sua prima risposta, istintiva, è stata una risata e poi un: “Ma no, ma cosa vieni a fare, tanto tu sai già tutto…”, che confermava il mio nicchiare. Seguito però da un silenzio, e: “Però no dai, vieni. Il posto è bello!”.Beh: il posto in cui si è tenuta questa conferenza stampa non era bello, era clamoroso, la Sala dei Mappamondi all’Accademia delle Scienze, se avete occasione di visitarla fatelo assolutamente, il Casacci diceva bene. Tra l’altro ingresso ad essa era condiviso con uno degli accessi al Museo Egizio; e, mentre ero in coda coscienziosamente col resto dei presenti arrivati per l’evento, col controllo uno ad uno spulciando nella lista degli accreditati, arriva Samuel e col classico understatement auto-sarcastico sabaudo mi fa ridendo “Oh, guarda quanta gente in fila per vedere quelle mummie dei Subsonica!”.Al di là della battuta azzeccata – s’è riso parecchio – questo piccolo aneddoto ci serve come rinforzo su una cosa che vogliamo dire forte e chiara: sono veramente pochi in Italia i musicisti in grado dopo trent’anni di riempire i palasport ad essere rimasti così alla mano, così accessibili, soprattutto così autoironici. Anche il “Tu sai già tutto” casacciano è stato detto a me, va bene, ma sono migliaia le persone a cui Max o Samuel o Boosta o Ninja o Vicio avrebbero potuto dirlo, questa è la verità: perché pochissime band di successo vero, nell’arco della loro esistenza, sono state così trasparenti e così avvicinabili nella quotidianità come loro. E questo non a caso – e ora ci arriviamo.Il successo è una brutta bestia; e soprattutto, per affrontarlo e gestirlo in modo umanamente sostenibile spesso bisogna indossare una corazza. Tutti ti cercano, tutti ti vogliono, tutti vogliono una fetta della tua fama e del tuo glamour (…qualcuno pure dei tuoi soldi). Il modo migliore in cui puoi difenderti è erigere allora un cortese muro di distanza rispetto alle persone e, in qualche caso, rispetto alla realtà. Spesso poi sono proprio le strutture più vicine a te (i tuoi discografici, i tuoi agenti, i tuoi manager) ad erigerlo questo muro, che tu lo voglia o meno, che tu l’abbia chiesto o meno: perché così il ruolo di queste entità collaterali è ancora più rafforzato, diventano ancora più centrali e “necessarie” nella vita di un artista-o-band-che-ce-l’ha-fatta. Altro aneddoto personale: una sera di primi anni 2000 il sottoscritto e il Casacci stavano discendendo verso i Murazzi – eh, erano ancora i veri Murazzi, belli selvaggi – quando nel magma di persone sentiamo delle voci dietro di noi, due amici che parlano, “Oh, hai visto? Hai visto lì? È C-Max dei Subsonica”, “Ma va’, ma che cazzo dici, ma figurati se è lui, figurati se è qua ai Murazzi tra noi morti di fame, sarà a casa a bombarsi qualche figa famosa…”. Uno non capisce quanto la fama deformi la realtà e la percezione delle cose e delle persone fino a quando non la vive sulla propria pelle, o comunque a stretto contatto con chi questa fama ce l’ha. Ti vedono proprio diverso. E, soprattutto, si aspettano che tu ti comporti diversamente.Quella sera Casacci era col sottoscritto, come mille altre sere è stato con altre persone ed altri compagni di serata, e no, non si è mai fatto problemi ad entrare nelle viscere più pulsanti della sua Torino. Né se ne sono mai fatti, ciascuno a modo suo, i suoi colleghi di band. Il rapporto tra i cinque Subsonica (e aggiungiamo anche Pierfunk, il bassista originario) e la città di Torino è infatti sempre stato meravigliosamente pieno, partecipato, vissuto. I Subsonica, in ordine sparso, li vedevi e vedi a C2C, al Kappa, al Torino Jazz Festival, alle manifestazioni NO TAV e per Askatasuna, nella direzione di un festival epocale come Traffic, per strada, al Bar Elena, al The Beach, ai Docks Dora, ai Muri, nei cinema, alle edicole, nei circoli ARCI, nelle vinerie, per strada, nei baretti, al mercato di Porta Palazzo a comprare chincaglieria per la casa, nelle situazioni più banalmente quotidiane, e sempre senza filtri. Quanti altri artisti che oggi riempiono venue da migliaia e migliaia di persone possono farlo e, per inciso, vogliono farlo?Merito e volontà loro, dei Subsonica, che hanno sempre provato ad educare – sì, ad educare – il loro pubblico: ovvero educarlo al rifiuto di ogni forma di stardom da industria dello spettacolo. La realtà dei fatti è che sul proprio successo loro avrebbero potuto marciarci molto di più. E, per come vanno le cose oggi, avrebbero anzi dovuto farlo, oh sì: perché proprio sull’idea di successo e sull’aura di successo si genera spesso la prima forma di capacità di generare guadagno e fatturato. Se sei “di successo” e un po’ “irraggiungibile” (se non per la cerchia di eletti&famigli…), oggi puoi lucrare decine se non centinaia di migliaia di euro partecipando a eventi di sponsor vari ed assortiti. Il tuo “personaggio” e il tuo essere “esclusivo” è un asset. C’è chi prende trenta, quaranta, cinquantamila euro per arrivare ad un evento, fare ciao ciao con la manina al volgo, farsi fotografare con un backdrop brandizzato alle spalle, stringere venti, trenta mani in giro e oplà, poi andarsene. Milano pullula di casi del genere, parliamoci chiaro: i musicisti sciamano in massa verso Milano abbandonando le loro città d’origine anche (e in qualche caso soprattutto…) per questo.Esattamente come i calciatori, oggi il musicista o la band di successo sono diventati infatti un’industria, industria in cui ogni voce può diventare fonte di profitto, di leva industriale, di meccanismo professionale; e si comportano allora di conseguenza, lasciando il loro “vero se stessi” solo ad una cerchia di eletti e/o di intimi amici, non “regalandolo” al resto del mondo. Non vale per tutti, ovvio (abbiamo in mente qualche esempio virtuoso); e non per forza questo accade solo per il vil denaro. In qualche caso lo si fa per carattere, per attitudine, per timidezza, per voglia di restare chiusi nel proprio mondo, o per altri motivi non strettamente utiltaristici. Però i Subsonica ne hanno fatto proprio una bandiera, del fatto di essere calati nella realtà, presenti nella quotidianità, demistificatori di ogni forma di stardom, pronti a gettarsi nell’arena dello schierarsi, dell’affrontare argomenti scomodi (che generano nei commenti sotto i post sui social i beceri “Pensate a fare i musica, non politica” di chi palesemente dell’entità-Subsonica non ha capito un cazzo di niente); e, altro punto fondamentale, sono comunque abbastanza musicisti da essersi messi a fare musica per il piacere di farla, non per la volontà di salire su un ascensore verso la fama e/o l’essere abbienti.Più passa il tempo, più iniziamo a sentire i Subsonica come i testimoni/testimonial perfetti di in futuro migliore in cui abbiamo sperato, ma che non abbiamo poi avuto. Tutto questo lo si è capito benissimo nella conferenza stampa nella Sala dei Mappamondi, quella a cui alla fine abbiamo deciso di andare, e quella che ha generato questo articolo che state leggendo. Si è parlato di Palestina, dell’importanza di non avere uno sguardo troppo eurocentrico e con senso di superiorità occidentale, di immigrazione, ma si è anche parlato di Mick Karn (e di Pino Palladino, Jaco Pastorius…): ehi, quante sono le conferenze stampa di un gruppo italiano che riempie i palasport in cui si parla di Mick Karn? (…e se non sapete chi è Mick Karn, ehi, Google è vostro amico e potreste scoprire un mondo musicale bellissimo)Più passa il tempo, più iniziamo a sentire i Subsonica come i testimoni/testimonial perfetti di in futuro migliore in cui abbiamo sperato, ma che non abbiamo poi avuto. Abbiamo sperato che arrivasse l’avvento generalizzato delle rockstar semplici, umili, disponibili, raggiungibili da tutti, pronte a mettersi in gioco con la realtà delle cose (e non isolati nel loro empireo di fama); abbiamo sperato che la musica italiana iniziasse finalmente a guardare alle pratiche estere più coraggiose ed alternative (e invece abbiamo avuto il rap che è diventato pop sanremico, e l’indie che è diventato un po’ Battisti, un po’ Alan Sorrenti, un po’ Renato Zero); abbiamo sperato che la forza della capacità di stare&suonare sul palco diventasse il valore aggiunto più importante (e abbiamo avuto invece concerti sempre più infarciti di parti pre-registrate, sempre più dipendenti dalla grandeur scenica); abbiamo sperato che sarebbe arrivato un rinnovo generazionale nel mainstream, ed è arrivato, ok, ma poi abbiamo visto i giovani/nuovi comportarsi esattamente come quelli che c’erano prima di loro, passando dall’indipendenza orizzontale di una “scena” alla dipendenza verticale dalle major (discograficamente, o come organizzazione della propria attività live).Ora, parliamo chiaro. Anche i Subsonica oggi hanno Live Nation che gli organizza i tour e la Sony che gli fa uscire i dischi. Anche i Subsonica ogni tanto partecipano ad eventi di brand o devono vestire con certi marchi o stringere certe mani mondane. Anche i Subsonica ad un certo punto hanno dovuto iniziare a guardare a chi gli offriva una cifra congrua per il loro valore di mercato, e non a chi portava avanti la fiamma dell’indipendenza e dell’alternativa dura e pura con però mezzi finanziari limitati. Però ecco, sarebbe stato ingiusto e strabico costringerli a diventare un santino duro, puro ed immacolato, questo e solo questo; e se anche loro ad inizio carriera magari pensavano di esserlo e/o speravano di diventarlo, perché negli anni ’90 in un certo momento c’abbiamo creduto davvero che un altro mondo ed un altro modo fossero possibili, ad un certo punto la realtà delle cose ha costretto ad ammorbidire la linea e i proclami. Quindi sì, i Subsonica non sono immacolati. Non sono perfetti.(Una “gemma nascosta” nella discografia dei Subsonica, con un testo dolorosamente acuto, emotivo ed incisivo)Ma i Subsonica sono stati, sono e, soprattutto, dimostrano di voler continuare ad essere fra i pochi, pochissimi capaci di frequentare il mainstream e di generarci dell’impatto senza però adeguarsi completamente ad esso ed alle sue coordinate più safe: questo, fidatevi, è tanto. Tantissimo. I dischi post “Microchip emozionale” possono piacere o meno, possono essere riusciti o meno, ma hanno tutti piglio, coraggio, voglia di confrontarsi con la realtà, così come hanno immancabilmente un tentativo di orecchio verso le avanguardie più interessanti/attuali e verso quale modo esse possano rapportarsi ed interagire col pop(olare), cercando quindi una sintesi, provando a creare dei ponti. Vale anche per il “Terre rare” oggi in uscita.(Eccolo, “Terre rare”; continua sotto)Già. Creare ponti. L’arte di creare ponti. In tempi di finta polarizzazione da web, dove noi litighiamo fra noi e più litighiamo più Meta o TikTok o Google o Spotify o Apple fatturano, è passato tristemente in secondo piano l’arte e l’importanza di creare ponti, di collegare pop e underground senza che uno debba confluire nell’altro, di far coesistere industria del profitto ed umanità, fama ed impegno, quotidianità ed ampi orizzonti, esuberanza coraggiosa e civiltà, guadagno ed ammissione di responsabilità.E allora: i quattro giorni di celebrazione che Torino regalerà ai Subsonica (con tanto di gigantografie sotto i portici di Piazza Vittorio e Via Po, manco si trattasse di Guglielmo Marconi o Alcide De Gasperi) ci piace pensare che sia possibile trasformarli o comunque interpretarli non come la celebrazione del successo, o della fama di concittadini diventati illustri, no, ma semmai come un ultimo sentimentale tentativo di ricordare che può esistere una “terzia via”, pur nella fatica di mantenerla, di portarla avanti, di non deviare troppo dalle rotte più pure ed intransigenti (e difficili). Torino non ha solo prodotto una band capace di essere famosa e che ora nel suo trentennale viene celebrata per questo. No: Torino e l’epopea-Subsonica hanno regalato la scintilla di una possibilità, l’ipotesi di una speranza che sì, è possibile fare in-altro-modo, è possibile durare e trent’anni e scalare i gradini del successo senza perdere completamente la trebisonda, il contatto con la realtà, le proprie radici, i propri valori originari; e questo pur avendo giocato spesso e volentieri a rimpiattino con le dinamiche dell’industria mainstream, un po’ accettandole un po’ però mettendole in discussione, un po’ utilizzandole un po’ fermandosi un passo prima di esserne completamente utilizzati.(I Subsonica oggi, fotografati da Ivan Cazzola)Davvero: trent’anni fa, speravamo che un’alternativa fosse possibile. Lo speravamo sul serio. Siamo stati ingenui, ammettiamolo – e ad esempio Genova nel 2001 lo ha sanguinosamente dimostrato (…quindi no, non stiamo parlando solo di musica). Ma sperare è stata un’energia. Provare a mettere a terra questa speranza anche quando non era più conveniente farlo, è stato un esercizio virtuoso. Pensare al bene collettivo ed alla condivisione delle conoscenze non è stato, non è e non sarà mai solo sterile idealismo.(“Sole silenzioso”, in versione scarnificata; continua sotto)Per questo, soprattutto per questo, per averci fatto capire tutto questo e per averlo vissuto, i Subsonica meritano celebrazioni e gigantografie per strada. Chi trent’anni fa non c’era, chi negli anni ’90 non c’era, può però oggi – seguendo i Subsonica ed ascoltandoli davvero – assaporare ancora una manifestazione di una attitudine che gli ultimi decenni, fatti di esaltazione del successo personale e materiale, di tribalismo 2.0 e disimpegno digitale, hanno fatto di tutto per cancellare: lo ha fatto il “Sistema”, ma lo abbiamo fatto anche noi. Sì, noi, proprio noi, con le nostre scelte, il nostro span di attenzione sempre più ridotto, con il nostro mescolare disordinatamene e con sospetta leggerezza alto e basso, minuzie personali e questioni universali, impegno e disimpegno.Le “Terre rare” non sono allora brillocchi, ecco, non sono monili di Gucci da celebrare, giocando a chi ce l’ha più lungo (il monile), né sono resort esclusivi dove farsi fotografare, anche se è questo il “raro” verso cui oggi sembriamo volerci dirigere; sono – questa la realtà dei fatti – il motivo per cui nei prossimi decenni molti nostri coetanei moriranno, perderanno la casa, avranno rovinato la vita: studiatevela, se non ne sapete granché, l’importanza delle terre rare nell’economia e nella geopolitica contemporanea. Fermo restando che l’arte e la musica devono essere fin quanto possibile gioia, godimento estetico e celebrazione, perché per questo prima di tutto nascono, che però possano ancora essere pure un monito sociale, un’esplorazione, una spinta a riflettere e non solo mera attività imprenditoriale dell’industria dell’entertainment, beh, è un messaggio che non vorremmo andasse perso.I Subsonica, “quelle mummie dei Subsonica” (cit.), ci credono ancora. Noi?The post 30 anni di Subsonica: tempi che non tornano o non bastano più appeared first on Soundwall.