Negli ultimi mesi molto si è detto (spesso a sproposito) sul caso di quella che tutti ormai conosciamo come la «famiglia nel bosco». Ma la storia di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, e dei loro tre figli, non è (più) solo una vicenda di cronaca giudiziaria abruzzese, ma è diventato lo specchio di uno scontro ideologico nazionale. Da una parte, il desiderio radicale della famiglia di una vita neorurale, lontana dai ritmi della modernità; dall’altra, il pugno di ferro delle istituzioni italiane, chiamate a vigilare sui confini tra libertà educativa e tutela del minore. Il caso è stato persino strumentalizzato (insieme al delitto di Garlasco) dalla politica nella campagna per il sì al referendum sulla riforma della giustizia, nonostante non vi sia alcun collegamento diretto con i quesiti referendari (come spiegato in questo articolo di Open). Eppure la vicenda dei Trevallion, diventata mediatica in tempi recenti, ha inizio ben prima che i riflettori si accendessero sul casolare di Palmoli. Affonda le sue radici quasi dieci anni fa, in un lontano incontro sulle spiagge di Bali che avrebbe segnato l’inizio di una fuga consapevole dalla vita frenetica per abbracciarne una più a contatto con la natura. E allora ripercorriamo la storia della «famiglia nel bosco» dall’inizio.Dalle spiagge di Bali ai boschi di PalmoliLa vicenda dei Trevallion inizia nel 2016 a Bali. È qui che Nathan Trevallion, inglese di 51 anni con un passato da chef e commerciante di mobili di pregio, incontra Catherine Birmingham, australiana di 45 anni, che arrivava da una carriera internazionale come istruttrice di equitazione tra Giappone e Germania. «Ci siamo innamorati passeggiando sulla spiaggia insieme ai nostri sette cani», hanno raccontato ai giornali. La svolta per Nathan arriva dopo un grave incidente in taxi che lo costringe a due settimane di ospedale. Quell’evento diventa il catalizzatore di un cambiamento profondo: rimettere in discussione la vita frenetica per cercare un’esistenza più lenta e autentica. La scelta ricade sull’Italia, e specificamente sull’Abruzzo, per il forte senso di comunità e per un motivo normativo preciso: la legge italiana riconosce l’istruzione parentale, a differenza di altri Paesi europei come la Spagna.Il trasferimento e la nascita dei figliDopo il trasferimento in Italia, nel 2017 nasce la prima figlia, Utopia Rose, seguita nel 2019 dai gemelli Galorian e Bluebell. L’idea dei genitori è quelli di adottare uno stile di vita «off-grid», letteralmente «fuori dalla rete», cioè basato su un’indipendenza pressoché totale dalle reti pubbliche. Nel 2021, il loro progetto di vita prende forma con l’acquisto di un casolare rurale a Palmoli e con il matrimonio proprio nel borgo chietino. Per tre anni vivono indisturbati nel bosco, ma la situazione precipita nel settembre 2024 quando tutta la famiglia finisce in ospedale per un’intossicazione da funghi.L’intossicazione da funghiSarebbero i funghi selvatici i responsabili dell’intossicazione che ha portato padre, madre e i tre figli al pronto soccorso. Il rifiuto dei genitori di acconsentire a procedure mediche standard, come il sondino naso-gastrico, scatena l’intervento delle autorità. L’ospedale allerta i carabinieri, che a loro volta informano i servizi sociali. Le prime relazioni risalgono al 23 settembre e 4 ottobre 2024 e dipingono un quadro allarmante con «indizi di preoccupante negligenza genitoriale, con particolare riguardo all’istruzione dei figli e alla vita di relazione degli stessi». L’abitazione sarebbe stata inoltre priva di impianti idrici ed elettrici, i bambini mai visitati da un pediatra e la famiglia vivrebbe in un isolamento sociale totale.Il tentativo di fugaProprio in quei giorni di ottobre, davanti alla prospettiva che lo Stato potesse intervenire sulla gestione dei figli, Catherine decide di scappare da Palmoli insieme ai tre bambini, rifugiandosi da un’amica a Bologna e facendo perdere le proprie tracce. Mentre Nathan rimane solo nel rudere abruzzese, la donna inizia un braccio di ferro telematico con le forze dell’ordine. A metà novembre 2024 invia una mail ai carabinieri dichiarando apertamente di non voler rivelare la propria posizione per timore della «minaccia che ci portino via i nostri figli». Nonostante i consigli legali di non sottrarsi alle istituzioni, la clandestinità prosegue fino al giorno di Natale, quando Catherine, con un’ultima email alla polizia, svela l’indirizzo esatto del suo rifugio a Valsamoggia. La famiglia decide quindi di tornare in Abruzzo, nel casolare tra i boschi, cullando la speranza che la collaborazione tardiva possa bastare ad accantonare il procedimento. Una speranza che, tuttavia, si scontrerà presto con il pugno di ferro della magistratura minorile.La limitazione della responsabilità genitoriale e l’affidamento ai servizi socialiDopo il tentativo di fuga, infatti, la Procura del tribunale per i minori dell’Aquila chiede «la limitazione della responsabilità genitoriale con affidamento» ai servizi sociali, anche al fine di «provvedere al collocamento più adeguato per i minori». Con un decreto del 24 aprile, confermato da un’ordinanza del 22 maggio, il Tribunale «affida i minori al Servizio sociale, attribuendogli il potere esclusivo di decidere sul loro collocamento, nonché sulle questioni di maggior rilevanza in materia sanitaria».La sospensione della responsabilità genitorialeDopo le reticenze dei genitori a venire incontro alle richieste del tribunale sull’abitazione e sugli accertamenti indicati dalla pediatra, nonché dopo le dichiarazioni dei fratellini, il 13 novembre 2025 il Tribunale sospende i genitori dalla responsabilità genitoriale e ordina il collocamento dei minori in una casa-famiglia, cosa che avviene effettivamente il 20 novembre, quando i bambini vengono trasferiti in una struttura a Vasto. Nathan rimane solo nel casolare, Catherine ha il permesso di seguire i figli. Intanto, i resoconti dalla comunità protetta descrivono bambini che non conoscono l’uso del sapone e che presentano gravi lacune scolastiche: la figlia maggiore saprebbe scrivere correttamente solo il proprio nome.I segnali di apertura su istruzione e vacciniIl caso nel frattempo assume una dimensione mediatica e finisce al centro delle cronache di tutta Italia. I Trevallion mostrano i primi segnali di apertura: il 13 gennaio hanno inizio le lezioni con Lidia Camilla Vallarolo, insegnante in pensione di 66 anni originaria di Vasto. Fino a quel momento, i bimbi erano stati seguiti esclusivamente dai genitori attraverso il modello dell’“unschooling”, una forma di istruzione parentale che non prevede la frequenza scolastica né l’intervento di insegnanti esterni. Una scelta che, secondo le relazioni delle assistenti sociali, ha avuto conseguenze evidenti: i bambini non sanno leggere né scrivere. Una situazione ritenuta particolarmente problematica per la figlia maggiore di 8 anni, mentre per i gemelli di 6 anni viene considerata più comprensibile. Aperture emergono anche sul fronte sanitario: la coppia ha infatti espresso l’intenzione di completare il ciclo vaccinale dei figli.La perizia psichiatricaIl Tribunale dell’Aquila dispone una perizia psichiatrica su genitori e figli e nomina la psichiatra Simona Ceccoli, che ha il compito di valutare le «capacità genitoriali» della coppia e lo stato psicologico dei tre bambini. Il 30 gennaio avviene un primo incontro conoscitivo tra i genitori e la professionista. Nathan e Catherine hanno ribadito le proprie convinzioni personali, ma hanno anche confermato i progressi compiuti negli ultimi mesi per rispondere alle indicazioni della procura minorile. Il fulcro del confronto è stato una lunga e dettagliata spiegazione del loro rapporto con la natura e dei valori affettivi che guidano le loro scelte. Pochi giorni dopo è avvenuto un secondo incontro.L’allontanamento della madre dai bambiniIl 6 marzo 2026 segna il definitivo punto di rottura. Proprio nel giorno in cui dovevano iniziare le perizie psicologiche sui tre piccoli a cura della dottoressa Simona Ceccoli, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento di Catherine dalla casa famiglia e il trasferimento dei figli in una struttura diversa. Un’ordinanza di tredici pagine che descrive una situazione ormai insostenibile, basata sulla «condotta oppositiva» e «ostile» della madre. Secondo le relazioni dei servizi sociali e del personale di Vasto, Catherine sarebbe stata «spesso ostile e squalificante», arrivando a deridere gli operatori e alimentando nei figli un clima di sfiducia verso chiunque non facesse parte del nucleo familiare. Per i giudici, la «persistente e costante presenza materna» è diventata «gravemente ostativa» agli interventi educativi e pregiudizievole per l’equilibrio dei minori, che avrebbero iniziato a manifestare comportamenti aggressivi e distruttivi proprio a causa della dialettica materna.Il nodo dell’istruzione e la relazione finale sulla periziaA pesare in modo decisivo è stata anche quella che il Tribunale definisce una «grave lesione del diritto all’istruzione». Nonostante i genitori rivendicassero la validità del loro metodo, i giudici hanno rilevato che la figlia maggiore presenta lacune tali da trovarsi ancora in una fase di alfabetizzazione primaria. Sotto accusa è finita la convinzione di Catherine secondo cui il cervello sarebbe pronto all’apprendimento solo dopo i 7 anni e attraverso il contatto diretto con la natura: una tesi che, per la magistratura, si è tradotta in una violazione intenzionale dell’obbligo scolastico. Ora, mentre i consulenti tecnici avranno 60 giorni per trasmettere la relazione finale sullo stato psicologico dei piccoli, la «famiglia nel bosco» si ritrova divisa e lontana, in attesa che la giustizia stabilisca se quel modello di vita neorurale sia compatibile con i diritti fondamentali sanciti dalla legge italiana.L'articolo Dalle spiagge di Bali ai boschi di Palmoli: la vera (e complessa) storia della “famiglia nel bosco” proviene da Open.