Ottant’anni di storia elettorale della Repubblica, raccontati da una curva – quella dell’affluenza – che scende senza mai risalire davvero. Quello sulla riforma della magistratura voluta dal governo Meloni, con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e lo sdoppiamento del Csm sarà il quinto referendum costituzionale della Repubblica e il nostro Paese ci arriva avendo sulle spalle il bagaglio pesante di un astensionismo che, voto dopo voto, tende a farsi strutturale. I numeri parlano da soli. Come è cambiata l’affluenza alle urne negli anniAl referendum tra monarchia e repubblica, il 2 giugno 1946, che per la prima volta vide anche le donne recarsi alle urne, l’affluenza fu dell’89,1%. Il record di partecipazione, mai eguagliato, arrivò 12 anni dopo: alle Politiche del 1958 votò il 93,9% degli aventi diritto. Da lì la discesa è lenta ma costante. Alle ultime elezioni, nel 2022, l’affluenza è stata del 63,9%, la più bassa mai raggiunta nella storia repubblicana per le Politiche. Trent’anni prima, nel 1992, si era ancora all’87,1%. In tre decenni l’Italia ha perso quasi un quarto del suo corpo elettorale attivo. Lo stesso fenomeno, amplificato, si osserva alle elezioni Europee: nel 2024 meno della metà degli aventi diritto (il 49,7%) si è recata alle urne per la prima volta nella storia delle consultazioni europee in Italia, contro l’85,7% della prima tornata del 1979. Anche sui referendum le oscillazioni non mancano: nel 1974 l’87,7% degli italiani decise di andare a votare quando si trattava di stoppare la legge sul divorzio (l’abrogazione venne respinta con il 59,2% delle preferenze); nel 1978 per abolire il finanziamento pubblico ai partiti l’affluenza fu dell’81,2% ma il referendum venne respinto; 1993 il Partito Radicale e Mario Segni ci riprovarono: con Mani pulite alle spalle lo stop ai soldi pubblici passò con il 90% dei voti e un’affluenza del 77%. Falliti invece per il mancato raggiungimento del quorum del 50% più uno degli aventi diritto, i referendum abrogativi sulla caccia (nel 1990 e nel 1997); sulla legge elettorale (nel 1999 e nel 2000); sul reintegro dei lavoratori (nel 2003); sulla procreazione medicalmente assistita (nel 2005); sul Porcellum (nel 2009); sulle trivelle (nel 2016); sulla riforma della Legge Severino, la custodia cautelare e il Csm (nel 2022).L’ultimo ‘squillo’ vero dell’Italia referendaria rimane del giugno 2011. Oltre 25 milioni di persone si recarono alle urne per i quesiti su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, con un’affluenza del 54,8%: il quorum fu superato dopo 16 anni di astensionismo, in un clima di forte mobilitazione civica alimentata dal disastro di Fukushima e dall’opposizione al governo Berlusconi.È su questo terreno che si innesta la consultazione referendaria del 22 e 23 marzo. La distinzione tra referendum abrogativo e costituzionale non è formale: il voto di questa settimana non ha quorum e sarà valido qualunque sarà la partecipazione. I precedenti costituzionali offrono uno spettro di oscillazione ampio. Nel 2001 il referendum sul federalismo del Titolo V si tenne con il 34,1% di affluenza; nel 2006 il No alla riforma Berlusconi vinse con il 52,3% dei votanti. Nel 2016 la riforma Renzi-Boschi fu bocciata con il 59,1% dei voti contrari e un’affluenza del 65,5%, la più alta mai registrata per un referendum costituzionale, ‘gonfiata’ probabilmente dalla personalizzazione dello scontro e dalla scelta di Renzi di legare la propria permanenza a Palazzo Chigi all’esito del voto. Nel 2020, in piena pandemia da Covid, il taglio dei parlamentari fu approvato con il 69,9% dei consensi e un’affluenza del 51,1%.Il confronto con i referendum abrogativi in materia di giustizia è inevitabile e impietoso. Nel giugno 2022 cinque quesiti pressoché identici per tema — riforma del Csm, separazione delle carriere, valutazione dei magistrati — ottennero una partecipazione del 20,9%, il minimo storico assoluto di ogni consultazione referendaria della Repubblica. L’unico precedente in cui un referendum sulla giustizia è riuscito a mobilitare gli italiani risale al novembre 1987: i quesiti sulla responsabilità civile dei giudici e l’abolizione della commissione inquirente vinsero con percentuali tra l’80 e l’85% dei voti validi. Referendum Giustizia: appuntamento il 22 e 23 marzoSu quella che sarà l’affluenza di domenica e lunedì si interrogano da mesi sondaggisti ed esperti, che legano alla partecipazione elettorale anche l’esito del referendum. Per la prima volta da anni, i due fronti spingono entrambi verso le urne. Se questa doppia mobilitazione e la polarizzazione che ne deriva riusciranno a invertire anche solo parzialmente la curva discendente degli ultimi vent’anni, il voto del 22 e 23 marzo potrebbe restituire un dato di partecipazione inatteso. Diversamente, la riforma costituzionale passerà o verrà respinta con una legittimità democratica numericamente esile, sia pur formalmente ineccepibile. I seggi aprono domenica alle 7.Questo articolo Referendum Giustizia, dal record del ’58 al crollo del ’22. Italia al voto con il rebus affluenza proviene da LaPresse