C’è una politica che non si lascia archiviare. Resta nelle voci, nei ricordi, nei legami che hanno attraversato stagioni difficili e decisive. È la politica della Democrazia cristiana, dei suoi uomini, delle sue correnti, dei suoi drammi e delle sue intuizioni. In questo solco si inserisce il ricordo che l’ex ministro Ortensio Zecchino affida a Formiche.net. Un ritratto che rievoca con tratti vividi e personali la figura di Paolo Cirino Pomicino: non solo ministro e protagonista della corrente andreottiana, ma uomo segnato dalla vita e dalla politica, fino all’ultimo.Professore Zecchino, che uomo era Paolo Cirino Pomicino?Paolo era un combattente. Negli ultimi anni è stato devastato da tanti mali, ma non si è mai arreso. Aveva una forza morale straordinaria, ed è già questo un tratto degno di grande ammirazione. Denota una capacità umana non comune. Questo, forse, è il suo lascito più importante.Che rapporto personale e politico vi legava?Siamo stati colleghi parlamentari per anni: lui sempre deputato, io sempre senatore. Avevamo una comune provenienza, la Campania, e abbiamo spesso cooperato per il territorio. Non sempre eravamo consonanti, certo, ma il rapporto era solido. Pomicino era molto estroverso, incarnava la napoletanità nel modo più alto e marcato: gioviale, diretto, autentico.Qual è stato il momento di maggiore convergenza tra voi?Il passaggio più significativo è arrivato dopo la fine della Democrazia cristiana e del Partito Popolare. Io votai contro la dissoluzione a sinistra: ritenevo fosse un errore. Quando quella storia finì, ricevetti una chiamata da Giulio Andreotti, con cui avevo un rapporto particolare. Avevo votato contro l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti per l’accusa di mafia, e lui, cinque anni dopo, mi ringraziò. Mi invitò a una cena all’hotel Minerva, c’era anche Michail Gorbaciov: fu un gesto di grande gratitudine.E dopo la fine della Dc, che cosa accadde?Quando Andreotti fu prosciolto, mi chiamò. Ci vedemmo con Pomicino per tentare di ricostruire qualcosa: Democrazia Europea. Pensavamo che Sergio D’Antoni potesse avere dalla sua parte la Cisl. Ma Pomicino non poteva candidarsi: era sotto inchiesta e questo sconsigliava una sua esposizione pubblica.Ci fu anche un tentativo di dialogo con la Chiesa…Sì, andai a parlare con Camillo Ruini, ma era chiaro che la Chiesa aveva scelto altre strade. L’esperienza di Democrazia Europea fu bellissima, che però non riuscì a superare il 4%. Pomicino diede un contributo importante, come sempre.Che ruolo ebbe Pomicino in quella fase?Fu un appassionato difensore della storia della Dc. Io e lui eravamo entrambi contrari allo scioglimento della Democrazia cristiana e del Partito Popolare. In quella battaglia c’era tutta la sua visione politica, la sua strenua difesa di un partito che ha rappresentato la storia di questo Paese.In definitiva, come va ricordato Paolo Cirino Pomicino?Come un politico totale. Era nato medico, ma ha abbracciato la politica in modo pieno, assoluto. La Dc per lui non era un semplice canale: era una convinzione profonda, una compenetrazione autentica nelle sue ragioni di fondo. Ha vissuto con grande forza d’animo. È stato più volte a tu per tu con la morte, e questo forgia il carattere. È una cartina di tornasole: ti insegna come si vive davvero. E lui, il mestiere di vivere, lo conosceva bene.