Raffinazione e vendita, ecco come la Cina governa le terre rare

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C’è una legge non scritta ma molto chiara nell’economia, che valeva ieri, vale oggi e varrà più che mai domani: chi ha più più minerali, vince. E in un mondo che corre veloce verso una domanda sempre più massiccia di elettricità, complice l’avvento dell’Intelligenza Artificiale e dei data center formato gigante, va da sé che le terre rare sono il vero terreno su cui ci si gioca la competitività. La Cina è ancora padrona del grosso delle risorse sparse per il pianeta, anche se le prime crisi di rigetto alla dipendenza dal Dragone si stanno ormai materializzando. Dagli Stati Uniti al Giappone, passando per la sempre ritardataria Europa, sono sempre di più le economie che decidono di spezzare le catene cinesi. Ma, forse, non basta.Perché il Dragone di strada ne ha fatta tanta, forse troppa. Se per anni la dipendenza strategica dell’Occidente dalla Cina è stata letta soprattutto attraverso il prisma della manifattura, oggi il vero baricentro si è spostato ancora più a monte, nelle miniere, nella raffinazione e nella lavorazione dei minerali critici. Ed è qui che Pechino sta consolidando un vantaggio strutturale, grazie a una combinazione di investimenti esteri, controllo industriale delle catene del valore e capacità di legare la transizione energetica alla propria proiezione geopolitica. Secondo il rapporto Raw Power del think tank australiano Climate Energy Finance (Cef), dal 2023 la Cina ha impegnato oltre 120 miliardi di dollari in investimenti diretti all’estero in progetti minerari e di trasformazione dei minerali, con particolare attenzione a litio e terre rare.Il punto decisivo non è solo la quantità del capitale mobilitato, ma la posizione che la Cina occupa già oggi nei segmenti a più alto valore aggiunto. L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) racconta come Pechino sia il principale raffinatore per 19 dei 20 minerali strategici monitorati, con una quota media di mercato attorno al 70%, mentre la concentrazione si è intensificata negli ultimi anni. Nello specifico, le stime indicano che in Cina si concentra circa il 90% della raffinazione globale delle terre rare e una quota dominante della lavorazione del litio e dei componenti per batterie, cioè degli snodi industriali indispensabili per veicoli elettrici, accumulo, eolico, solare e decarbonizzazione industriale. C’è un altro aspetto. Le imprese di Pechino non si limitano a comprare materia prima: negoziano accesso di lungo periodo alle risorse in cambio di impianti di lavorazione, infrastrutture portuali, occupazione qualificata. In altri termini, la Cina si presenta ai paesi ricchi di risorse non solo come acquirente, ma come partner di industrializzazione.Una proiezione, secondo il rapporto, che non riguarda soltanto Africa, America Latina e Asia centrale. Anche l’Europa è diventata un tassello di questa strategia. I grandi investimenti cinesi nelle batterie e nell’auto elettrica, dalla gigafactory Catl in Ungheria ai piani industriali di Byd, abbiano rafforzato la presenza di Pechino nel mercato europeo proprio mentre Bruxelles cerca di ridurre le dipendenze strategiche. Il nodo, però, è che localizzare una parte della produzione finale in Europa non equivale automaticamente a trasferire il controllo della tecnologia e, soprattutto, delle forniture a monte di celle, materiali attivi e minerali lavorati, che continuano in larga misura a gravitare sull’ecosistema industriale cinese. Per questo il tema dei minerali critici sta diventando per il XXI secolo ciò che petrolio e gas sono stati per il XX. E se l’Occidente discute ancora su come ridurre le dipendenze, Pechino ha già occupato le posizioni decisive dell’intera catena, dal sottosuolo alle fabbriche. Non c’è un minuto da perdere.