L’Italia di oggi è un Paese che ha smarrito il senso della memoria e, con esso, quello del ritmo. Si corre per restare immobili. In questo panorama di macerie culturali e riflessi condizionati, due operazioni editoriali diverse per natura ma ugualmente necessarie ci ricordano cosa significhi davvero scrivere: non riempire spazi, ma scavare solchi.Vittorio Giacopini architetta un dispositivo narrativo, e ottico, a doppia lente. Da una parte il Seicento, il fango e la peste della Guerra dei Trent’anni; dall’altra un 2032 che più che un possibile futuro, sembra un presente ipertrofico e mutilato, asserragliato in un falansterio su viale Togliatti. In ogni altro tempo è Pace (Nutrimenti), Giacopini opera una vera e propria anatomia della Storia. La sua scrittura è colta, sagace, quasi barocca per precisione e ricchezza. Non subisce il fascino del passatismo, ma usa il linguaggio per scolpire personaggi che sono, allo stesso tempo, maschere filosofiche e uomini in carne e ossa. La Compagnia degli Impagliatori o il mercante d’armi filosofo più che comprimari in questa storia totale appaiono come frammenti di uno specchio rotto che il lettore deve ricomporre.Giacopini ci dice che la pace non è una condizione naturale, ma una breve tregua tra due respiri di un mostro che non dorme mai. La Storia non si ripete come farsa; si ripete come ineluttabile meccanica del potere e della violenza.Un libro necessario, feroce, che ci obbliga a guardare nel buio del nostro domani attraverso le ferite del nostro ieri. Giacopini intercetta i nostri timori più profondi e li trasforma in grande letteratura, ricordandoci che l’errore umano non è un incidente di percorso, ma, tragicamente, il percorso stesso. Una lettura che non dà tregua. Eccellente.Dall’altra parte abbiamo il recupero prezioso di un gigante spesso malinteso. Grazie a Utopia Editore, torna in libreria La vita operosa di Massimo Bontempelli. Pubblicato originariamente nel 1921, questo libro è un manuale di sopravvivenza al grottesco quotidiano.Bontempelli, il padre del “realismo magico” (quello vero, prima che diventasse un’etichetta da scaffale per il marketing), ci regala un’avventura urbana tra Milano e Parigi che è, in realtà, una satira feroce e raffinatissima sull’ossessione tutta moderna per il lavoro, il guadagno, l’efficienza. Il protagonista cerca di diventare un “uomo d’affari”, ma inciampa continuamente nell’assurdo.È una lettura che oggi appare profetica. In un’epoca di start-up tossiche e produttività elevata a religione, la “vita operosa” descritta da Bontempelli è lo specchio di una vacuità scintillante. La lingua è di una precisione chirurgica, ironica, intrisa di una malinconia metafisica che lascia il segno. Rileggere Bontempelli oggi non è un esercizio di antiquariato, ma un atto di igiene mentale contro la stupidità del nostro tempo.L'articolo Disertori del tempo e acrobati dell’assurdo: la letteratura di Giacopini e Bontempelli scava tra le macerie proviene da Il Fatto Quotidiano.