Basta perbenismo: Schettini ha dimostrato che si può essere docenti senza essere per forza martiri rassegnati

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di Francesco NicolaciMentre la fisica ci insegna che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, la cronaca italiana ci dimostra che ad ogni successo individuale corrisponde un’ondata di indignazione mediatica proporzionale all’invidia sociale generata. Il “caso” del professor Vincenzo Schettini è l’ennesimo capitolo di logica equina (Leo Strauss docet) che non cerca la verità, ma la doxa superficiale consacrata in falso storico.Il paralogismo su cui poggia l’intera impalcatura accusatoria è elementare quanto fallace: se un docente ha successo fuori dalle mura scolastiche, allora sta mercificando l’istruzione o, peggio, ricattando i propri discenti. È il rovesciamento del sensatamente reale.Prendiamo il paradosso del docente-musicista. Se un insegnante di educazione musicale – classe AM30 (ex A030) – alle medie, è anche un concertista affermato che riempie i teatri e vende i propri album, che genera milioni di visualizzazioni sul canale youtube con clip strumentali e lezioni di storia musicale, la società vi riconosce un’eccellenza meritocratica e culturale che nobilita l’istituzione e l’istruzione. Nessuno griderebbe allo scandalo se quel docente invitasse i suoi allievi e famiglie a un concerto o se questi decidessero di acquistarne il disco. Perché per la fisica divulgativa dovrebbe valere un principio pauperista diverso?La cultura è il frutto di lavoro, di investimenti, di studi, di talento (parola ormai voldemortiana, scomoda e minacciante per la mediocrità massiva) e di sacrifici che vanno ben oltre le 18 ore di cattedra e contestuali impegni. Negare questo valore significa negare lo statuto di produttore di sapere (Legge 2015, n.107, “Buona Scuola”) al docente, relegandolo a una figura liberta che deve vivere di francescana vocazione e composta indigenza.Ma la disonestà intellettuale più feroce emerge dal confronto con il sistema-Stato. Ci si scandalizza per i numeri virali sui social del professore, per i biglietti di teatro staccati nei suoi tour, per il prezzo di copertina dei suoi libri – editi da una colonna dell’editoria italiana – ma si tace di fronte a un Ministero che costringe decine di migliaia di docenti — già sottopagati — a sborsare migliaia di euro in corsi abilitanti, TFA, master, esami di lingua e certificazioni informatiche subappaltati e gestiti da enti privati. Per lo Stato è normale che un lavoratore debba “comprare” la propria competitività nelle graduatorie attraverso un mercato di titoli che nulla ha a che fare con il diritto agli aggiornamenti.In questo “mercato del tempio” legalizzato, il docente è il cliente di un cattedrificio a pedaggio. Eppure, il bersaglio mediatico diventa il singolo insegnante che, per merito, perseveranza e audacia di uscire dalla comfort zone, ha trovato nel libero mercato il giusto riconoscimento alla propria capacità comunicativa e didascalica.C’è una differenza ontologica – ribadita da Schettini in persona, ma accomunabile a tutti gli anthropoi, insegnanti o meno, di buon senso – tra l’istruzione scolastica che è e deve rimanere gratuita, e la cultura come servizio esterno: perché non protestare con Barbero per i 19 euro del suo San Francesco?C’è poi la menzogna tecnica del ricatto didattico. Premiare con un “voto in più” chi approfondisce tramite strumenti digitali gratuiti (tali erano le live sul canale youtube – dove l’interazione mediante commento segnava la presenza attiva, come la mano alzata in aula attesta il coinvolgimento alla spiegazione – della FisicaCheCiPiace) non è un illecito, ma la scoperta dell’acqua calda: è Flipped Classroom, è incentivazione allo studio, è maieutica moderna; accade parimenti con i link a video e spezzoni caricati su Google Classroom da decine di migliaia di docenti del ciclo secondario e primario come parte del programma di lezione e verifica. Confondere il premio con la punizione è un cortocircuito logico: l’incentivo a seguire le live non sottraeva punteggio a chi non partecipava — canonicamente in lizza per il massimo dei voti mediante lezione frontale — ma valorizzava l’impegno supplementare.Accusare Schettini di demonizzare il digitale negli interventi agoraici per poi istigarne l’uso per propri fini è, poi, l’apoteosi del paradosso: lo Stato da anni si avvale di registri elettronici, LIM, dispositivi in rete e Google Classroom; ma a essere accusato è chi aveva declinato quegli stessi strumenti in una didattica appartenente al medesimo solco.Pensare che un creator con milioni di follower trovi l’arricchimento attraverso le visualizzazioni di cinquanta o cento o finanche mille studenti è infine, oltre che falso, algoritmicamente fasullo e matematicamente ridicolo.Schettini ha avuto invece la coerenza di passare al part-time quando l’attività esterna è diventata prorompente, rispettando ogni norma contrattuale ma ancor di più la propria onestà intellettuale e paideutica. Il suo “peccato” originale di agostiniana ermeneutica non è amministrativo, ma culturale: ha dimostrato che si può essere docenti senza essere per forza martiri rassegnati. In un Paese che sembra odiare chi eccelle fuori dai binari del medium (il “punto di mezzo”), il suo successo deve essere processato.È ora di smetterla di rivestire di perbenismo le lacune taciute di un sistema che non investe nella scuola, ma permette ai media di azzannare chi la materia latu sensu la estende nei teatri e alla ribalta (anche) digitale.Difendere il buonsenso non è una scelta di campo né una crociata al grido di Deus vult: è un dovere di onestà verso chi crede ancora che il sapere sia una luce e non il buio della damnatio memoriae.L'articolo Basta perbenismo: Schettini ha dimostrato che si può essere docenti senza essere per forza martiri rassegnati proviene da Il Fatto Quotidiano.