di Sara Gandini e Paolo BartoliniCorreva il biennio 2020-2021 e, sotto gli effetti della pandemia e dei limiti ricettivi dei nostri ospedali colpiti da un decennio di tagli scriteriati, erano in molti, soprattutto a sinistra, a sostenere misure draconiane in attesa di rilanciare opportunamente la sanità pubblica. Bisognava sopportare, ubbidire con senso di responsabilità e prepararsi per evitare di farci trovare impreparati in caso di nuove minacce alla salute pubblica. Siamo nel 2026 e nulla si è mosso. Come era immaginabile per altro. Del resto, quando si parla di aumentare i posti letto nelle strutture ospedaliere, lo si fa immaginando solo di dover curare i futuri feriti in battaglia, dato che la guerra è divenuta la forza trainante di un’economia suicida. Siamo così passati da una retorica guerresca ad un’altra, senza soluzione di continuità. Dalla guerra al virus allo scontro con il nemico di turno, prima russo, poi musulmano…Tutte le altre emergenze sono sparite dai radar dei media: da quella per la povertà crescente a quella ambientale, mentre armi sempre più letali devastano popolazioni ed ecosistemi. Del resto l’economia del riarmo (e quella del genocidio discussa con coraggio e puntualità da Francesca Albanese) non si cura dei milioni di persone che faticano ad arrivare a fine mese o vivono di lavori precari (gli unici che, non tramutandosi mai in un’occupazione decente, sono diventati a modo loro “a tempo indeterminato”).A livello globale le politiche di austerità e la crescente militarizzazione sono entrambe associate a un aumento significativo della mortalità, a un peggioramento delle malattie croniche e a una riduzione dell’aspettativa di vita. Altroché Covid-19. Parallelamente, le economie orientate al riarmo sottraggono risorse al sistema sanitario, con effetti immediati sulla salute della popolazione per un peggior accesso alle cure, crisi delle infrastrutture sanitarie, e ovviamente un aumento dei problemi psicologici. Nel loro insieme, queste politiche contribuiscono di conseguenza ad ampliare le disuguaglianze sociali di salute e a compromettere intere generazioni.Se prestiamo attenzione a queste tendenze ci accorgiamo che stiamo diventando tutti sacrificabili. La politica, concentrata sull’esigenza di produrre rapidamente decisioni a favore dei grandi centri di interesse (finanziari, industriali ed economici), non riesce più a riflettere con uno sguardo di media-lunga durata. La compressione crescente dei diritti di parola e di critica, è leggibile – come anche la “riforma” proposta dall’attuale governo per controllare i magistrati – dentro la cornice di questo potenziamento degli esecutivi in tempi di caos e di conflitti estesi. Non può esserci spazio, se accettiamo questa logica, per una sanità funzionante e florida, per una medicina territoriale adeguata, per un’occupazione piena e di qualità, per una democrazia vitale.Rimane quindi fondamentale interrogarsi su come vengano costruite e gestite queste continue emergenze. In assenza di un reale coinvolgimento collettivo e di una programmazione di medio-lungo periodo capace di sottrarsi alle sole logiche di mercato e di sicurezza, il rischio è che l’urgenza diventi un dispositivo retorico strumentale agli interessi di mercato.In questo quadro diventa cruciale riaprire spazi di discussione e partecipazione, utilizzando gli strumenti democratici disponibili per interrogare criticamente le scelte politiche in atto e le loro implicazioni di lungo periodo, soprattutto quando incidono sull’equilibrio tra poteri, sulle diseguaglianze economiche e sulla tenuta sostanziale della democrazia.L'articolo Dalla pandemia al riarmo: come queste continue emergenze aumentano le disuguaglianze proviene da Il Fatto Quotidiano.