Romano classe 1974, segni particolari: l’inventore della stand up all’italiana. Parliamo di Filippo Giardina, uno dei più seguiti comici della scena, colui il quale oltre vent’anni fa ha fondato il gruppo Satiriasi, ovvero quei comici che si sono ribellati allo strapotere del tormentone alla Zelig, della satira facilona, per provare ad andare oltre, proporre una comicità decisamente più pungente, anche scorretta, ed intellettuale, come da diversi decenni si faceva già negli Stati Uniti. Il suo nuovo spettacolo, che ha registrato già diversi sold out, si intitola La banalità del bene e fino a maggio girerà i maggiori teatri italiani, a ottobre invece verrà esportato anche all’estero. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Filippo Giardina (@filippogiardina74)Il tuo nuovo spettacolo si intitola La banalità del bene. Cosa dobbiamo aspettarci?«Ho cercato di raccontare a modo mio una vita in cui tutto quello che abbiamo sempre pensato che avesse senso non ha più senso. Perché io sono cresciuto con l’ONU, con la carta universale dei diritti dell’essere umano, io ci ho creduto davvero. E adesso ci troviamo in un mondo che non è più quello che ho conosciuto, quindi è uno spettacolo che parla di un amaro risveglio».Tu sei uno dei fondatori del gruppo Satiriasi, che oltre vent’anni fa, di fatto, ha portato la stand-up in Italia. A quei tempi la comicità era diversa, il riferimento principale era Zelig con i suoi tormentoni. Mi racconti un po’ quel momento?«Io sono sempre stato convinto che quando tutti vendono scarpe da ginnastica è un ottimo momento per vendere mocassini. In quel periodo la comicità riempiva i centri commerciali, noi oggi non ci rendiamo conto, ma Zelig era diventato così popolare che al centro commerciale X a un certo punto usciva il comico davanti a 7-8mila persone, che però stavano lì per fare la spesa. Questa cosa secondo me contraddiceva un principio cardine della comicità, ovvero che la comicità ospita, non va a ospite, tant’è vero che quando va ospite si trova sempre in difficoltà. Vedi a Sanremo, ogni volta, quanta fatica si fa a portare comicità? Proprio perché è il festival della musica. Poi la comicità dovrebbe anche un po’ rompere le uova nel paniere, quindi per assurdo andare a Sanremo sarebbe una cosa divertentissima da fare, perché sei totalmente fuori luogo e fuori contesto, e a quel punto fa il giro e diventa una cosa figa».Quindi l’idea di provare a cambiare rotta…?«Per otto anni ho fatto la gavetta in quel mondo della comicità, la comicità in cui ti dicevano “Questo non lo puoi dire”, “La comicità è per famiglie, per bambini, per il nonno. Perché dentro al centro commerciale o dentro la piazza ci vanno tutti, quindi sei tu che vai a casa loro, un po’ com’è in televisione”. Io allora, dopo tanti anni in cui facevo fatica, perché poi in quel contesto andavo sempre peggio di tutti gli altri, invece di mollare, nella mia megalomania, ho detto: “Vabbè, allora rifondiamo la comicità italiana”. Quindi ho scritto un manifesto e ho iniziato a chiamare un po’ di gente che conoscevo e reputavo brava e da lì siamo partiti, serissimi, perché l’ambizione era di fare, tra virgolette, quella rivoluzione culturale che in un certo senso poi è effettivamente avvenuta».Cosa prevedeva questo manifesto?«Può sembrare un controsenso mettere delle regole alla comicità, ma erano semplicemente regole di buonsenso, cioè tutto quello che era secondo me sbagliato o dozzinale nella comicità io cercavo di non riportarlo a Satiriasi. Fra i punti c’era: “Rocco Siffredi c’è l’ha grosso, Maria De Filippi è mascolina, ma non ci interessa”, perché la comicità andava sempre a pescare nei luoghi comuni e diventava sempre il milanese che corre o il napoletano che ruba, l’idea era andare un po’ avanti, riportare il comico a essere una persona con nome e cognome che ti dice la sua in base al suo bagaglio di vissuto. Noi nel manifesto ci vietavamo di coinvolgere il pubblico, oggi il crowd work sembra diventata l’unica forma di stand up, ma se tu hai l’arroganza di salire sul palco e hai un microfono in mano è giusto che tu ti assuma la responsabilità di portare un contenuto».Quanto tempo ci mise a decollare?«Abbiamo cominciato in un localetto da 60 persone, ma già dalla prima sera c’erano 60 persone. All’inizio io facevo un’introduzione, anticipando che avremmo detto delle cose sconvenienti, perché era un po’ la preistoria, però, come sempre succede quando alla gente dai qualcosa che non mastica, era felicissima. Poi piano piano negli anni siamo cresciuti e lì è arrivata la televisione, eravamo i matti di Roma che fanno e dicono le cose che non si devono dire. Anche se ai tempi in realtà noi un po’ di comicità americana la vedevamo, avevamo visto i primi spettacoli Bill Hicks e George Carlin, e ci dicevamo: “Vedi? Altrove si può fare qualcosa di più interessante”, quindi sicuramente quelli ci hanno ispirato».Ai tempi avreste detto che una semplice nuova idea di comicità potesse trasformarsi nel movimento che è oggi?«Sì ovviamente, all’epoca ero molto più fondamentalista, perché sai, quando devi sgomitare per esistere è chiaro che c’è bisogno di una componente ideologica molto forte, serve sentirsi veramente nel giusto. Nella nostra idea una pasta scotta non può vincere contro una pasta fatta in casa, nella nostra testa noi eravamo una pasta fatta in casa, quindi non c’era match, bisognava solo aspettare che accadesse».Però l’impressione è che ancora potrebbe fare passi in avanti, che ancora non abbia raggiunto l’apice…«Sì, ma questo dipende dal fatto che oggi viviamo una società molto individualista, quindi il comico di turno che diventa di moda, se ci fai caso, è sempre un “Io sono il numero uno”, “Io sono il più figo”. Non abbiamo capito che se ci fosse un minimo minimo di cooperazione, se oggi tutti gli stand up comedian più importanti, per esempio, mandassero un messaggio comune ai David di Donatello, tipo “Dall’anno prossimo vogliamo avere il premio come miglior stand up comedian”, saremmo già così forti che il giorno dopo lo dovrebbero mettere, sennò prenderebbero solo insulti. Solo che a quel punto molti comici secondo me si cagherebbero sotto. Anche perché, diciamoci la verità, ci sono tanti comici che stanno ottenendo più di quello che effettivamente meriterebbero, che fa parte del gioco eh, è sempre stato così».Secondo te quel manifesto è ancora valido? È ancora rispettato?«Noi nella nostra arroganza volevamo rifondare il mondo dello spettacolo, quindi noi non partecipavamo a programmi televisivi, noi volevamo fare i nostri. Io ricordo che la prima e unica occasione che c’ho avuto è stata per un programma su Rai Due, ho fatto le prime tre puntate con le emorroidi per quanto mi hanno inculato. Io sono nato con la Gialappa’s Band, ma oggi quando vedo i comici che fanno la Gialappa’s Band mi viene da dire: “Ma ancora? Ma perché non lo fate voi un programma? Perché c’è bisogno sempre di questa patente data dai vecchi?”. Ormai sono io stesso vecchio, però mi auguro che il comico ventenne e trentenne prenda l’esempio di Tony Pitony, che a un certo punto dica: “Basta. Mando in pensione tutti”».Che rapporto c’è con i comici di vecchia generazione?«Io ora non ricordo quali sono le cinque fasi dell’elaborazione del lutto, però qualcosa del genere. Quindi all’inizio la negazione, noi non esistevamo, poi “Ma che cazzo pensano di fare?”. Poi, quando siamo arrivati, c’è stato il passaggio a “Vabbè, ma è sempre esistita la stand-up”, “La faceva pure Walter Chiari”, “Non si sono inventati niente”. E adesso tutti mettono la definizione stand up comedy nei loro spettacoli, tutti mettono la foto col microfono in mano, tutti hanno ceduto alla lunga. Sicuramente non l’hanno presa bene, perché comunque il comico è per definizione un egomaniaco, quindi se tu vai a dire a un egomaniaco che ha successo che comunque non è sto granché, quello impazzisce. Siamo persone un po’ toccate».Un esempio?«Quando facevamo Satiriasi su Comedy Central una sera viene Enrico Brignano a vederci. In quel momento noi ci sentivamo punk, quella stessa serata viene anche un pornoattore, Francesco Malcolm. Ovviamente tutta la gente sussurrava: “È arrivato Brignano, è arrivato Brignano”, poi finisce la registrazione, io salgo sul palco, prendo il microfono e dico: “Penso che ve ne siete resi conto, c’è un personaggio importante…”, e tu vedi Brignano che si prepara per prendersi l’applauso, e io continuo: “…vorrei far salire sul palco Francesco Malcolm!”. E vedi Brignano che sbianca. Noi eravamo così, ci piaceva salire sul palco ed esagerare». Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Filippo Giardina (@filippogiardina74)Dal passato al futuro, quali sono le novità della disciplina?«Sai che sta succedendo per la prima volta nella storia? Che le giovani comiche stanno diventando più brave dei giovani comici. Perché c’hanno una dedizione, una forma mentis, proprio seria. Che poi è un po’ quello che succede all’università, dove le donne si laureano di più, quindi nei laboratori inizi a vedere ‘sti ragazzi non entusiasmanti mentre le ragazze invece hanno tutti ‘sti pezzi ben scritti, hanno sempre qualcosa che vogliono dire. Ed è affascinante questa cosa, anche perché le comiche non ci sono mai state nel mondo della comicità, sono sempre state poche, la maggior parte erano attrici comiche, invece adesso nel sottobosco ci stanno tante donne e quindi iniziamo pure a scopare, cosa che non è mai successa! I comici di solito scopano solo col pubblico, invece adesso sento tutti questi pettegolezzi che sono bellissimi».Al netto della vostra generazione e quella successiva, quindi Ravenna, Rapone, Ferrario…ci sono giovani comici che ti convincono particolarmente?«Ce ne sono tanti, tipo Francesco Fanucchi, che già sta diventando grande, anche Angelo Amaro, che è un altro che è esploso l’anno scorso e che è fortissimo. Poi c’ho sempre i miei preferiti, come Andrea Saleri, che ha cominciato tanti anni fa, ma non ha il successo che merita. Anche Sandro Canori, che è bravissimo, come Fill Pill. Poi ti voglio citare anche un ragazzo giovane che mi sta veramente sul cazzo, Simone Luzi, ma che è veramente bravo, nonostante ogni volta che ci abbia parlato mi sono detto “Questo l’appiccicherei al muro”, è così bravo che secondo me ogni tanto bisogna pure ammettere che la comicità è più importante dei rapporti umani. Poi, lato femminile, c’è una ragazza che sta spingendo tantissimo, si chiama Sara Flamment, che ha cominciato da poco. Poi ho due amiche, giovani comiche, nelle quali credo tantissimo, che sono Stephany Aiello e Cecilia Forastieri, che hanno cominciato da poco ma secondo me hanno una forza sul palco e una comicità che solitamente vedi solo negli uomini. Ho visto lo special su YouTube di Martina Catuzzi che ha cominciato con Ravenna, e poi Michela Giraud, che io avevo perso di vista, ma nel suo special su YouTube ha veramente spaccato».Il tuo rapporto con la risata in questi oltre vent’anni di attività è cambiato?«Il rapporto con la risata nasce forse ancora prima di provare a fare comicità. Perché io ho sempre visto la risata come una carezza che ti fai in un momento di difficoltà, quindi una cosa molto personale, non sono mai stato uno showman nella vita. Sono sempre stato quello zitto che diceva le cose cattive una volta ogni tanto, anche tra gli amici. Se le persone avessero un po’ più di senso dell’umorismo, dal povero al ricco, tutti vivrebbero meglio. Perché il senso dell’umorismo ti porta a darti una pacca sulla spalla quando qualcosa non funziona bene, ridere è un’attività della quale nessuno si pente. Nessuno torna a casa e dice “Oh, ieri ho riso troppo!”». Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Filippo Giardina (@filippogiardina74)Quando prima hai detto “Pensavamo di poter cambiare qualcosa con la risata”, ho pensato che in realtà c’è un comico che è partito dal far ridere per poi finire a fondare un partito. La domanda sorge spontanea: tu consideri Grillo un traditore della dei valori della disciplina?«Grillo è assolutamente un traditore, perché la comicità è manipolazione, io di base ti porto a spasso. È come se il pubblico fosse un cane e il comico avesse il guinzaglio, se ci riesce. Poi, è chiaro, il cane ti può pure mordere, sbranarti, però di base l’obiettivo è quello. Quindi se tu metti un guinzaglio al collo del pubblico per portarlo a ridere, c’ha un valore, se tu metti il guinzaglio per portarlo a fare una guerra santa, a credere in Dio o a darti il voto, allora giochi sporco. La comicità si basa sul concetto che nulla va preso sul serio, è tutto esagerato nella comicità, proprio perché il punto d’arrivo è la risata, quindi sentirci un po’ meno soli, fare questo atto catartico collettivo dove ridiamo pure sulle cose brutte. Ma se tu poi devi vendermi un partito o vendermi un voto, allora giochi sporco. Tant’è vero che sempre più persone nella comunicazione pubblica uniscono l’ironia alle loro vendite».In America si è sviluppato uno strano meccanismo per cui il pubblico nei comici cerca una sorta di verità, che poi è quello che stava succedendo all’inizio con Grillo. Credi che anche in Italia il pubblico possa trovare in voi una visione del mondo più autentica rispetto a quella che trova sui social, attraverso i politici e anche attraverso i giornali ovviamente…«La verità che raccontava Grillo già da subito stava prendendo una piega diversa, perché era un’epoca pre-internet diffuso, pre-social, e lui univa l’informazione alla comicità, e già secondo me lì tradisci, perché se tu vieni a un mio spettacolo e io ti dico qualcosa che tu non sai è come se facessi il giornalista. Per esempio dal 2001 in poi Travaglio, che c’ha l’occhio lungo, ha cominciato a fare spettacoli in cui univa la sua linea politica molto netta con le battutine. La verità che ti porta il comico è la verità del perdente, cioè io non conterò mai un cazzo nella vita, sono un infelice e quindi, come un bambino volgare e capriccioso, ti dico che il re è nudo. Noi la verità la cuciniamo, la deformiamo, quello è il senso della comicità. Che in questo momento storico la gente cerchi punti di riferimento nella comicità è vero ma proprio perché i social hanno talmente azzerato tutto, che ciascuno ha il suo dittatorino di riferimento. E quindi, visto che ci stanno tanti dittatorini, anche noi possiamo diventare i dittatorini di una bolla. Io quando ho un microfono in mano tento di ricordarmi costantemente che non è quello il mio ruolo, non mi prendete sul serio».Nella comicità di oggi c’è anche un vuoto di satira lasciato dalla generazione dei Guzzanti, dei Luttazzi, dai tempi dell’antiberlusconismo. Oggi secondo te l’Italia sente la mancanza di una satira battagliera?«Concentrarci sulla politica italiana ci fa perdere di vista che il mondo sta andando in fiamme. Io mi rendo conto però che bisognerebbe fare uno scatto, proprio a livello di proposta satirica, andare oltre quelli che definisco “passatisti”, cioè c’è tutta una generazione di comici e giornalisti intellettuali che continuano a riciclarci le teorie del passato come se valessero ancora. Ecco, questo secondo me è il senso di tutto il mio nuovo spettacolo, io parlo proprio di questa banalità del bene, cioè se vogliamo dire che Giorgia Meloni è fascista diciamolo: “Giorgia Meloni è stata fascista”. Oggi è diventata una assolutamente integrata con il potere, perché quando arrivi al potere poi probabilmente hai un margine di manovra piuttosto ristretto, quindi l’accusa nei confronti della Meloni di essere fascista inizia a risultare un po’ scaduta. Accusiamola più nel merito, sulle relazioni con l’America, questo rapporto ambiguo con Trump, cambiamo un po’ il vocabolario».Diversi tuoi colleghi giustificano un indebolimento della satira italiana col fatto che spesso i politici vanno talmente oltre che è difficile superarli in termini di ironia, o ridicolaggine…«Io non sono d’accordo, perché dovremmo definire un po’ che cos’è la satira. Noi in Italia siamo abituati che la satira politica per anni è stata: prendere il nome del politico e metterlo alla berlina. In realtà la satira parla della società, parla dei temi etici, molta gente è rimasta ad un concetto di satira degli anni ’90, quella contro Berlusconi, ma non è così. La satira è: “Eutanasia, sì o no?”, “Entrare in guerra, sì o no?”, “Tagliare le tasse o tutelare i lavoratori?”, la satira ha sempre parlato della realtà. Perché poi le persone che stanno a casa chi vota Schlein vota Schlein, chi vota Meloni vota Meloni, ormai si è capito che non si fa cambiare idea alla gente. Invece se tu vai a parlare di temi che hanno un peso nella vita, allora puoi diventare pure un po’ più interessante. Però oggi, visto che viviamo un’epoca iperpersonalistica, dove è più importante chi sei rispetto a quello che sai fare, è chiaro che magari si pensa che la satira sia solo nominare la singola persona. Che poi in realtà è anche una noia mortale, perché tu inizi a fare una cosa che tradisce un principio fondamentale della comicità, che è la sorpresa: io ti vengo a vedere e già so che mi dirai che la Meloni è brutta (e io condivido, è un governo che non mi piace per niente, non vorrei in alcun modo che passasse questa cosa), però tu mi rispondi “Grazie al cazzo, e io perché devo pagare un biglietto per sentirmi dire che la Meloni è brutta?”. Brutta tecnicamente eh…».Sì, fai bene a specificarlo perché ha denunciato per molto meno…«Ecco, si, anche la denuncia a Daniele Fabbri perché t’ha detto “Caccolosa” racconta la meschinità del potere, però quella cosa io in Italia ho visto che è molto diffusa anche tra presentatori, cantanti…cioè si sentono tutti troppo ‘sto cazzo. Ecco la satira secondo me dovrebbe riportare la gente a dire a certi soggetti “Non sei Dio, rilassati”. Tutti se la tirano troppo in Italia. Tutti».Quando è scoppiato il caso Pucci ci è stato detto che tutti i comici sono di sinistra, è vero?«E qui tornano i “passatisti” di cui ti dicevo prima, se tu c’hai dei giornalisti che ancora leggono una società post ideologica come di destra o di sinistra, è difficile rispondere. Io che c’ho 51 anni, nasco in una famiglia di comunisti, sono sempre stato di sinistra, perché quella è la mia cultura, ma oggi vacillo eh. Perché se tu mi nomini Elly Schlein faccio proprio fatica. Molta gente non si preoccupa più in questi termini, però sa che se gli fanno la domanda deve rispondere “Sto dalla parte dei buoni”. Il caso Pucci è interessante, io avendo lavorato un pochino alla RAI sono certo che gli abbiano detto “Andrea, è meglio che non vai” e che non sia stata una sua decisione. Ne sono certo, perché alla RAI appena vedono una polemica ti dicono “Fai un passo indietro”, ma chiediamoci perché è arrivato questo passo indietro: dall’orda barbarica del web. Noi adesso legittimiamo il fatto che della gente possa trovare qualcosa inaccettabile, si unisce e decide chi si esibisce e chi no. E ci ha anche fatto perdere qualcosa perché posso immaginare che monologo avrebbe fatto Pucci a Sanremo, quindi io sono rimasto anche male, perché l’avrei proprio voluto sentire».In Italia si può dire sempre tutto?«In Italia c’è un livello di libertà esagerata, ma in determinati contesti no. Immagina di essere un regista e vuoi fare un film in cui vuoi raccontare la storia di un ragazzo che è stato ingiustamente incarcerato per il finto stupro di una ragazza che ha mentito e lo ha accusato. Tu oggi troveresti una produzione che ti permette di raccontare una storia al genere? La risposta vera è no, quindi di base c’è un problema di libertà d’espressione, perché invece se vuoi fare un film sulla mafia che parla di un bambino sciolto nell’acido lo puoi fare».Nella stand up invece?«Dal vivo puoi dire qualsiasi cosa, in tutti gli altri contesti no. Però, ecco, dire le cose che non si possono dire è il modo migliore per essere fuori luogo. Per dire: se fossi andato io a Sanremo la prima battuta che avrei fatto sarebbe stata probabilmente body shaming, perché già tu sai che poi magari ti parlo della cosa profonda, del mondo, e tutti si fermeranno là. Ma a me piace rompere i coglioni».Su quale tema più profondo ti saresti concentrato?«Avrei parlato di guerra, sicuramente, però ci sarei arrivato. Prendere in giro i bacchettoni è sempre stata una cosa divertente, ma oggi i bacchettoni si sentono i progressisti, sono quella gente che decide sempre quello che puoi dire e che non puoi dire, che reputa certe cose fuori luogo. Un tempo era la Chiesa, oggi invece c’è la banalità del bene, e quello sono loro».La provocazione è diventato un elemento necessario per la stand up?«Ma tu l’hai vista la stand up? Ma chi provoca? Dove stanno le provocazioni? Se tu vedi quello che gira è molto molto rassicurante. Ora fanno la stand up a Propaganda Live, pensa che cosa senza senso, nel programma in cui più di tutti parliamo solo ai nostri. Adesso ci sono le comiche che vanno là con la lavagna e ti spiegano le cose, la provocazione è finita».Tu non ci andresti quindi?«Me lo hanno chiesto, io gli ho mandato un pezzo che partiva dai monologhi di Saviano sulla mafia, e dicevo: “La mafia non è solo quella che uccide, è anche quella della vita quotidiana. Per esempio Zoro sono vent’anni che sta qua…”. In pratica gli ho dato del mafioso, non mi ha chiamato. Però quella sarebbe stata una provocazione, andare in un tempio laico come Propaganda Live e dire “Ma che cazzo state facendo?”. Però questo non lo permetteranno mai. Ecco perché mi piace Tony Pitony, perché rompe gli schemi: va a Sanremo, fa una grande performance, gli danno il premio e lui in eurovisione dice: “È pesante, peserà tre chili”, in riferimento alla sua canzone sulla minchia che “Mi pesa tre chili”. Poi la scena col caco, insomma ci vedo quel guizzo che oggi vedo in pochi comici, la voglia di dire la cosa sbagliata a prescindere. Io magari sono un pesantone, perché vengo da una tradizione fatta anche di passione politica, ma vorrei vedere proprio i comici che fanno anche cose senza senso, che però mi facciano dire “Oh, ha osato”».Cosa ti piacerebbe che rimanesse del tuo spettacolo in chi viene a vederti.«Guarda è uno spettacolo talmente tanto amaro che, per la prima volta, ho messo un finale romantico. Quindi mi piacerebbe che rimanesse che in fin dei conti, anche se tutto va a rotoli, c’è ancora senso vivere».L'articolo Filippo Giardina: «Il comico deve rompere gli schemi. Grillo? Un traditore. Le donne? Più brave degli uomini». L’intervista proviene da Open.