Israele. Dopo l’Iran, la Turchia nel mirino? Nuovi equilibri e tensioni nel Medio Oriente

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di Shorsh Surme – Uno dei dibattiti più rilevanti del periodo successivo al recente conflitto israelo-americano contro l’Iran riguarda chi colmerà il vuoto che Teheran potrebbe lasciare nella regione e la possibilità che Israele estenda il proprio raggio d’azione prendendo di mira altri Paesi, in primo luogo la Turchia.Ankara ha espresso una posizione cauta sull’aggressione, manifestando rammarico e preoccupazione per gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e respingendo, allo stesso tempo, le azioni iraniane contro altri Stati. Ha evitato una condanna diretta, mantenendo aperta la possibilità di un ruolo di mediazione. Sebbene la Turchia sia rimasta al di fuori dell’impatto diretto del conflitto, fatta eccezione per un missile abbattuto dalle forze NATO e alcune prevedibili ripercussioni economiche, gli effetti a lungo termine non possono essere ignorati.L’ipotesi che la Turchia possa diventare un obiettivo dopo l’Iran appare plausibile, supportata da diversi indicatori, dichiarazioni di leader israeliani, mutamenti regionali e possibili cambiamenti negli equilibri di potere.Durante la guerra israeliana contro l’Iran dello scorso anno, un analista politico israeliano affermò che si stavano “giocando le semifinali con l’Iran e che la finale sarebbe stata contro la Turchia”. Sebbene si trattasse di una dichiarazione non ufficiale, le prese di posizione istituzionali non si sono fatte attendere. Pochi giorni fa, il presidente israeliano Isaac Herzog ha dichiarato che l’obiettivo della guerra non era solo un cambio di regime in Iran, ma “una completa trasformazione del Medio Oriente”.In precedenza, il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva parlato della creazione di un asse volto a contrastare “l’asse sciita in declino e l’asse sunnita emergente”. Nonostante le divergenze sulla composizione di tale asse, la Turchia resta un attore centrale nella visione strategica israeliana. Anche l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant ha recentemente sostenuto che “la Turchia rappresenta una sfida maggiore per Israele rispetto all’Iran”, una sfida che deve essere affrontata.Queste dichiarazioni riflettono una valutazione strategica consolidata, Israele ha inserito Ankara nella propria lista di minacce già nel 2021 e, lo scorso anno, il Comitato Nagel ha raccomandato al governo di prepararsi a un possibile confronto militare con la Turchia entro pochi anni.Il sostegno degli Stati Uniti rafforza questo scenario. L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha dichiarato che “Israele non è solo”, sostenendo il controllo israeliano sulla regione. Una posizione che riflette l’orientamento dell’amministrazione Trump, che ha già riconosciuto l’annessione delle Alture del Golan e ha promesso di fare lo stesso con la Cisgiordania. Lo stesso Trump ha più volte sottolineato la necessità di ampliare i “confini ristretti” di Israele.A ciò si aggiungono prese di posizione mediatiche, un recente editoriale del Wall Street Journal ha invitato a impedire alla Turchia di colmare il vuoto che l’Iran potrebbe lasciare in caso di caduta del regime.Sul piano operativo, Israele sembra aver aggiornato la propria dottrina di sicurezza, recuperando elementi della cosiddetta “Dottrina della Periferia”, accerchiamento degli Stati regionali, indebolimento delle potenze locali, sfruttamento delle divisioni interne e cooperazione con minoranze, accompagnati da operazioni militari e creazione di zone cuscinetto.Questa strategia si riflette in diversi contesti. In Siria, Israele ha colpito la presenza turca, ha inoltre ostacolato la partecipazione di Ankara alla forza internazionale prevista dal piano per Gaza. Nel Mediterraneo orientale, Netanyahu ha promosso un’alleanza con Grecia e Cipro, con l’obiettivo di contenere la Turchia, includendo anche la creazione di una forza di reazione rapida congiunta. Successivamente, questo asse è stato ampliato coinvolgendo India e alcuni Paesi arabi e asiatici.Per quanto riguarda l’equilibrio regionale, un eventuale cambio di regime in Iran, sia verso un governo filo-occidentale, sia verso una frammentazione interna, altererebbe profondamente gli equilibri, favorendo Israele e gli Stati Uniti a discapito delle altre potenze regionali, inclusa la Turchia.In questo contesto si inseriscono anche le teorie sul cosiddetto “Grande Israele”, il controllo delle risorse e la ridefinizione degli assetti politici regionali, elementi che Ankara osserva con crescente preoccupazione. Scenari simili si sono già verificati in Paesi come Sudan, Libia, Somalia e Yemen, e potrebbero estendersi ulteriormente.Ancora più rilevante è il rischio di accerchiamento della Turchia da est in caso di destabilizzazione dell’Iran, con una possibile riattivazione della questione curda. Ankara ha compiuto progressi significativi su questo fronte, sia internamente, sia a livello regionale, ma un cambiamento dello scenario iraniano potrebbe riaprire dinamiche già note.La leadership turca appare consapevole del rischio. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato che “le forze israeliane sono a due ore e mezza dai nostri confini”. Il Parlamento turco ha discusso apertamente della “minaccia israeliana”, mentre il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha accusato Israele di voler trascinare la regione in un conflitto più ampio. Il ministro della Difesa Yaşar Güler ha infine riconosciuto la possibilità di uno scontro, pur ridimensionandone la probabilità.