di Enrico Oliari – Nelle ultime ore il baricentro della guerra in Medio Oriente si è spostato con decisione verso le infrastrutture energetiche, trasformando giacimenti di petrolio e gas in obiettivi strategici. Il confronto tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall’altro ha registrato una brusca intensificazione, con una sequenza di attacchi e rappresaglie che rischiano di compromettere la stabilità dell’intera regione del Golfo.La nuova fase del conflitto si è aperta con un raid israeliano contro il gigantesco giacimento di gas di South Pars, in territorio iraniano, uno dei più importanti al mondo. L’azione ha innescato una reazione immediata da parte dei Pasdaran, che hanno colpito siti energetici in Qatar, prendendo di mira in particolare l’area industriale di Ras Laffan, nodo cruciale per la produzione globale di gas naturale liquefatto (Gnl). Proprio l’Italia ha nel Qatar il primo fornitore di Gnl.Le autorità di Doha hanno riferito che gli incendi divampati nella zona industriale sono stati contenuti e che le operazioni di messa in sicurezza sono ancora in corso. Nonostante la gravità degli attacchi, al momento non si registrano vittime, ma i danni alle infrastrutture risultano significativi.A chiarire, almeno parzialmente, la dinamica degli eventi è intervenuto nella notte il presidente statunitense Donald Trump, che ha preso le distanze dall’iniziativa israeliana. In un messaggio pubblicato sulla piattaforma Truth, Trump ha sottolineato che Washington non era stata informata dell’attacco a South Pars, definendolo una decisione autonoma di Tel Aviv, maturata in un clima di forte tensione regionale.Il presidente ha accusato Teheran di aver reagito in modo “ingiustificato”, colpendo impianti qatarini senza una piena comprensione degli eventi. Allo stesso tempo Trump ha lanciato un avvertimento esplicito: qualora l’Iran dovesse tornare a colpire il Qatar, gli Stati Uniti sarebbero pronti a intervenire con forza contro lo stesso giacimento di South Pars, prospettando uno scenario di escalation militare senza precedenti. Parallelamente la Casa Bianca starebbe valutando l’invio di migliaia di soldati nella regione.Sul fronte industriale, QatarEnergy ha confermato che gli impianti di Ras Laffan sono stati oggetto di attacchi ripetuti tra il 18 e il 19 marzo 2026. In particolare l’impianto Pearl GTL (Gas-to-Liquids) avrebbe subito danni rilevanti già nella prima ondata, mentre nuovi lanci missilistici nelle ore successive hanno colpito ulteriori strutture di GNL, causando incendi estesi. Le squadre di emergenza sono riuscite a contenere le fiamme, evitando perdite umane, ma l’impatto operativo resta pesante.La reazione diplomatica non si è fatta attendere. Un ampio fronte di paesi arabi e islamici, tra cui Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Pakistan ed Emirati Arabi Uniti, ha diffuso una dichiarazione congiunta di condanna contro gli attacchi iraniani, definiti “deliberati” e condotti con missili balistici e droni. Nel documento si ribadisce il diritto degli Stati alla difesa, secondo quanto previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, e si invita Teheran a evitare qualsiasi azione che possa compromettere la sicurezza delle rotte marittime, in particolare nello Stretto di Hormuz e a Bab al-Mandab.Allo stesso tempo la dichiarazione contiene una critica alle operazioni israeliane nella regione, citando esplicitamente le azioni in Libano e le politiche considerate espansionistiche di Tel Aviv. Un segnale della complessità degli equilibri diplomatici, in cui le condanne si intrecciano con interessi divergenti e alleanze fluide.Con gli impianti energetici ormai nel mirino diretto delle operazioni militari, il conflitto entra in una fase ad alto rischio non solo per la sicurezza regionale, ma anche per i mercati globali dell’energia. Il Golfo Persico, già snodo cruciale per l’approvvigionamento mondiale, si trova ora al centro di una crisi che potrebbe avere ripercussioni ben oltre i confini mediorientali.Teheran ha tuttavia chiamato in causa in primis gli Emirati Arabi Uniti, per aver favorito indirettamente le operazioni militari statunitensi nella regione. In una lettera indirizzata al segretario generale delle Nazioni Unite,Antonio Guterres, l’ambasciatore iraniano presso l’Onu, Amir Saeid Iravani, ha chiesto “compensazioni” per i danni subiti dall’Iran a partire dal 28 febbraio, sostenendo che Abu Dhabi avrebbe messo il proprio territorio a disposizione delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele. Nella missiva, gli Emirati vengono accusati esplicitamente di “complicità”Tra le vittime più recenti figura il ministro dell’Intelligence Esmail Khatib. In un messaggio pubblicato sui social, Araghchi ha usato toni provocatori per evidenziare quella che definisce una doppia morale internazionale: ha invitato a immaginare la reazione globale se fosse l’Iran a stilare una lista di leader occidentali “da eliminare”. Un’ipotesi che, secondo il ministro, scatenerebbe immediate riunioni d’emergenza del Consiglio di Sicurezza e una forte risposta politico-mediatica.Il riferimento è anche alle dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, secondo cui il premier Benjamin Netanyahu avrebbe autorizzato operazioni mirate contro figure di alto livello iraniane senza necessità di ulteriori approvazioni.Araghchi ha così parlato apertamente di “ipocrisia” e di un “decadimento morale calcolato”, accusando i Paesi occidentali di applicare il diritto internazionale in modo selettivo. Secondo Teheran, le regole verrebbero fatte valere solo contro gli avversari, mentre gli alleati godrebbero di una sostanziale impunità.