di Shorsh Surme – La divulgazione pubblica della controversia e la sua trasformazione in un dibattito mediatico, non più confinato ai discreti canali diplomatici, ma alimentato da un’escalation di toni e linguaggi, tra gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO, in particolare europei, non ha sorpreso chi seguiva da vicino l’evoluzione dei rapporti tra Washington e le principali capitali occidentali dall’inizio della guerra israelo americana contro l’Iran, il 28 febbraio 2026.La ragione principale risiede nel rifiuto degli alleati di aderire all’appello statunitense per un intervento militare volto a garantire che lo Stretto di Hormuz rimanesse aperto alla navigazione internazionale, di fronte ai tentativi iraniani di chiuderlo ai Paesi considerati ostili da Teheran. Fin dall’inizio era apparso evidente che Washington avesse limitato il proprio coordinamento al solo Israele nei mesi precedenti il conflitto, a differenza di quanto accaduto in guerre passate, inclusa l’invasione dell’Iraq nel 2003, quando gli Stati Uniti si erano impegnati a costruire con largo anticipo una vasta coalizione internazionale, soprattutto con gli alleati della NATO e, in particolare, con quelli europei.Sebbene gli alleati europei condividessero l’obiettivo di porre fine al programma nucleare iraniano e, con il progredire della guerra, alcuni funzionari arrivassero persino ad auspicare la caduta dell’attuale regime di Teheran e la sua sostituzione con una democrazia di stampo occidentale, nessuno di loro ha espresso sostegno alla guerra israelo americana contro l’Iran. La Spagna l’ha condannata esplicitamente e con fermezza, mentre altri leader europei, così come il primo ministro canadese, l’hanno definita una violazione del diritto internazionale.Il sentimento prevalente tra i leader europei era chiaro: non desideravano lo scoppio del conflitto e auspicavano una soluzione diplomatica e pacifica alla crisi iraniano americana, capace di attenuare le preoccupazioni legate al programma nucleare iraniano e, forse, anche a quello missilistico.A rendere ancora più evidente la frattura sono state le dichiarazioni pubbliche del presidente statunitense Donald Trump, che ha criticato diversi alleati oltreoceano, menzionando in particolare il primo ministro britannico Keir Starmer, accusato di essersi rifiutato di autorizzare l’uso delle basi militari britanniche per gli attacchi americani contro l’Iran.Queste critiche a Londra risultano significative per vari motivi. In primo luogo, per la natura strategica dell’alleanza anglosassone tra Washington e Londra, rimasta sostanzialmente stabile nonostante i cambi di governo nei due Paesi. In secondo luogo, perché Starmer, rientrato in patria all’inizio della guerra, aveva in realtà acconsentito all’uso delle basi britanniche da parte delle forze statunitensi, pur subendo successivamente dure critiche da Trump. Infine, perché Washington non aveva consultato Londra prima di prendere la decisione, dando per scontato che il Regno Unito si sarebbe adeguato senza riserve.Le critiche del presidente statunitense non si sono limitate al Regno Unito, ma si sono estese, seppur in modo meno diretto, ai capi di Stato e di governo di altri Paesi NATO ed europei. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti stavano combattendo contro l’Iran “per conto del mondo”, in nome della stabilità e della sicurezza globali. Ha inoltre avvertito che, senza l’intervento militare o in caso di ritardi, sarebbe potuto scoppiare un conflitto nucleare avviato dall’Iran, con il rischio di innescare, a suo dire, una terza guerra mondiale.Nonostante i leader europei, incluso il primo ministro britannico, si siano astenuti dal rispondere, nel tentativo di preservare un partenariato transatlantico ritenuto essenziale, Trump ha continuato a criticare gli alleati della NATO. Quando Gran Bretagna, Francia e altri Paesi europei hanno annunciato un dispiegamento, perlopiù simbolico, di truppe sul campo, il presidente ha dichiarato che Washington non aveva bisogno del sostegno degli altri membri dell’Alleanza, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero prevalso da soli e che, di fatto, avevano già prevalso.Queste dichiarazioni non sono state accolte favorevolmente dai leader europei, che tuttavia hanno mantenuto un atteggiamento prudente per non compromettere i rapporti con Washington. Tuttavia, quando le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz ai Paesi ostili, e nonostante le promesse di Trump di riaprirlo con la forza e garantire la scorta alle petroliere, sono emerse dichiarazioni interne alla sua amministrazione secondo cui il raggiungimento di tale obiettivo avrebbe richiesto tempo.A quel punto, il presidente ha sorpreso la comunità internazionale, e in particolare gli alleati della NATO, chiedendo loro di unirsi a una coalizione per un’azione militare collettiva volta a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e a neutralizzare qualsiasi tentativo iraniano di controllo, anche mediante l’uso della forza.La reazione degli alleati europei è stata questa volta netta e inequivocabile, ai massimi livelli. Hanno rifiutato di essere trascinati in una guerra per la quale non erano stati consultati, sottolineando che non si trattava di un conflitto di loro competenza e che doveva essere fermato. Hanno inoltre ribadito che qualsiasi cambiamento di governo in Iran dovesse provenire dall’interno del Paese.Alcuni leader hanno richiamato il fallimento dei precedenti tentativi di imporre regimi filo occidentali attraverso la forza militare, come in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, evidenziando i risultati disastrosi di entrambe le operazioni.I governi europei hanno infine riaffermato che la crisi nello Stretto di Hormuz dovesse essere affrontata attraverso mezzi diplomatici e pacifici, escludendo l’invio di forze militari per violare le restrizioni iraniane alla navigazione.