di Giuseppe Gagliano – Lo scontro tra il governo venezuelano e le Nazioni Unite segna un nuovo livello di tensione e rivela una verità sempre più evidente: nel Paese i diritti umani sono diventati uno strumento centrale della battaglia politica per la legittimità del potere.Le parole con cui Jorge Rodriguez ha definito Volker Turk un nemico del Paese non sono un semplice eccesso retorico, ma il segnale di una strategia precisa. In una fase di forte fragilità interna, il vertice chavista considera ogni valutazione dell’Onu non solo per il suo impatto concreto, ma per il peso simbolico e diplomatico che può avere. Per questo l’Alto commissario non viene trattato come un interlocutore critico, ma come un avversario politico da delegittimare.Le critiche delle Nazioni Unite colpiscono punti sensibili: accesso limitato ai centri di detenzione, scarsa trasparenza sui detenuti rilasciati, permanenza in carcere di oppositori, malati, anziani e minori. Questioni che non mettono in discussione solo la gestione umanitaria, ma anche la narrazione ufficiale con cui il governo cerca di presentarsi come garante dell’ordine dopo anni di crisi.La reazione del potere mira a impedire che proprio l’Onu diventi il luogo di una certificazione internazionale delle pratiche repressive. L’obiettivo è preservare l’immagine di uno Stato che ristabilisce la legalità, evitando che emerga invece quella di un sistema che continua a controllare il dissenso.In questo contesto si inserisce la legge di amnistia del 19 febbraio, presentata come apertura ma utilizzata in modo selettivo. Le scarcerazioni e le misure attenuate contribuiscono a costruire l’immagine di un governo disposto al dialogo, ma molti detenuti non vengono liberati e alcune figure simboliche dell’opposizione restano escluse. Più che chiudere il conflitto, il potere lo gestisce, modulando concessioni e pressioni.I casi legati all’area dell’opposizione più strutturata, in particolare quella vicina a Maria Corina Machado, mostrano come la repressione si sia trasformata. Meno visibile rispetto al passato, ma più calibrata e amministrativa, continua a colpire i soggetti considerati più pericolosi per la stabilità del regime. Anche i meccanismi di ricorso interno restano sotto il controllo politico delle istituzioni, senza mettere davvero in discussione l’assetto del potere.Lo scontro con l’Onu ha anche una dimensione internazionale. Dopo anni di isolamento e sanzioni, Caracas cerca di ridurre la pressione esterna e impedire che il tema dei diritti umani torni al centro dell’azione diplomatica contro il governo. In questa prospettiva, ogni critica viene interpretata come un attacco alla sovranità nazionale.Il nodo centrale resta la trasparenza. Rendere verificabili dati, detenzioni e condizioni significherebbe mettere in discussione il controllo dell’informazione, elemento essenziale per la tenuta del sistema. Per questo il governo reagisce con durezza: non teme solo le accuse, ma la possibilità che vengano confermate.Il Venezuela non appare avviato verso una reale normalizzazione, ma attraversa una fase di ricalibratura del potere. Amnistie selettive, scarcerazioni parziali e attacchi alle istituzioni internazionali fanno parte della stessa strategia. Lo scontro con Volker Turk non è quindi un episodio isolato, ma il segnale di un regime che considera il controllo della narrazione sui diritti umani una questione di sopravvivenza politica.