La guerra in Medio Oriente sta riscrivendo per l’ennesima volta le rotte del mare e rischia di penalizzare soprattutto i porti italiani. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è solo l’ultimo sconvolgimento geopolitico che semina il caos nei commerci marittimi. Prima era toccato al conflitto in Ucraina, in particolare per il commercio del grano e delle materie prime. Poi l’offensiva israeliana su Gaza aveva scatenato la reazione degli Houthi, rendendo instabile il passaggio attraverso il Canale di Suez. Ora che l’Iran è sotto le bombe, il mondo del commercio marittimo è nuovamente sotto pressione. Non solo (o non tanto) per il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quarto del petrolio mondiale, ma anche per gli effetti a cascata che ne sono scaturiti.Il “giro largo” dell’Africa che taglia fuori l’ItaliaC’è un effetto collaterale che più di altri sta penalizzando l’Italia e ha a che fare con il Canale di Suez. Dopo mesi di tensioni per il timore di attacchi da parte degli Houthi, il passaggio marittimo tra Israele ed Egitto sembrava finalmente destinato a riaprire. L’attacco in Iran, invece, ha fatto precipitare la situazione, spingendo tutte le compagnie marittime a non rischiare il passaggio a Suez, per cui sono necessari 3-4 giorni, e tornare a circumnavigare l’Africa, un viaggio di circa 12 giorni. Questa situazione allunga i tempi di viaggio, fa lievitare i costi e rende i porti italiani più distanti e scomodi, favorendo invece le città portuali più vicine allo Stretto di Gibilterra.Penalizzati i porti dell’AdriaticoIn questo scenario, l’Italia si scopre divisa in due. I porti dell’Adriatico – in particolare quelli tra Ravenna e Trieste – sono i primi a registrare segnali di rallentamento. Questo perché si tratta di quelli più esposti ai traffici con l’Oriente e, allo stesso tempo, i più penalizzati dall’allungamento delle rotte: ogni giorno in più di navigazione diventa un costo che le compagnie cercano di evitare, fermandosi prima o riposizionando le merci altrove. «Il calo riguarda soprattutto il transshipment, ossia quei container vuoti che la nave sbarca, tiene in deposito e poi imbarca in viaggi successivi perché servono altrove. Vediamo già una contrazione dei volumi», spiega a Open Alessandro Ferrari, direttore di Assiterminal, l’associazione di categoria di terminalisti e imprese portuali. Il risultato è una contrazione sia dell’import, soprattutto di materie prime legate alla manifattura del Nord-Est, sia dell’export in settori come metallurgia, ceramica e prodotti agroalimentari trasformati. ANSA/Fabrizio Zani | Una nave portacontainer nel porto di RavennaCome cambiano le attività nei porti italianiIl Tirreno, più orientato verso i traffici con le Americhe, risente meno di questa dinamica, ma non è completamente immune. Qui l’impatto si vede soprattutto nella gestione dei container e nell’aumento dei costi operativi, conseguenza diretta del caro carburante. L’aumento del diesel e del gas – che incide anche sulla bolletta elettrica – incide parecchio sulle attività portuali, dove si utilizzano mezzi pesanti e sistemi elettrificati per movimentare le merci. «Chi ha parchi mezzi rilevanti – spiega Ferrari – in genere fa contratti di medio-lungo periodo, ma che non prevedono clausole come quelle legate alla guerra. Il risultato è che tutti si trovano gli extra costi in fattura».Il calo di prenotazioni dagli Usa e il rischio rincari per traghetti e crociereC’è poi un altro settore che rischia di essere penalizzato dalla nuova crisi in Medio Oriente: il turismo marittimo. Le compagnie di crociera stanno già riorganizzando gli itinerari, cancellando le tratte che toccano il Medio Oriente e, in alcuni casi, anche la Turchia. Una decisione legata ovviamente all’instabilità nell’area e ai timori di un allargamento del conflitto, ma anche alla percezione di rischio da parte dei viaggiatori. Il primo segnale arriva dai clienti statunitensi, che rappresentano circa il 20% della clientela complessiva delle crociere e che iniziano a far registrare un rallentamento nelle prenotazioni, proprio ora che la stagione estiva si avvicina.Al di là dei timori per la guerra, pesa anche il caro carburante, che potrebbe spingere le compagnie di traghetti ad alzare i prezzi in vista della stagione estiva, nonostante l’intervento temporaneo sulle accise deciso dal governo. Questo perché ad alzare i costi non contribuisce solo il rialzo delle quotazioni di petrolio e gas, ma anche il fatto che dal 2025 il trasporto marittimo è entrato nell’Ets, il sistema europeo di scambio di quote di CO₂. Questo significa che anche traghetti e navi che operano in Europa dovranno pagare per le loro emissioni. Un costo che, almeno in parte, sarà scaricato anche sull’utente finale.Foto copertina: EPA/Olivier HosletL'articolo La guerra in Iran riscrive le rotte del mare: così i porti italiani (soprattutto nell’Adriatico) rischiano di essere tagliati fuori proviene da Open.