Energia, guerra e potere nel grande terremoto globale. L’analisi di Bartolomucci

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Da più di tre settimane la crisi iraniana e le limitazioni energetiche legate alla riduzione dell’offerta di petrolio e gas, alle sanzioni alla Russia e soprattutto alle tensioni nello Stretto di Hormuz, tengono banco su ogni mezzo di comunicazione tradizionale e digitale. La situazione è dinamica e gli esiti imprevedibili, ma sicuramente non è una situazione “a somma zero” perché alcuni attori perdono molto, altri invece guadagnano in modo significativo, economicamente e politicamente. Questi stessi risultati, però, non sono definitivi perché in scenari futuri potrebbero rivolgersi contro chi oggi crede di aver raggiunto i propri obiettivi e ottenuto la vittoria sul campo e a livello globale.Partiamo col dire che la strozzatura dello Stretto di Hormuz, che interrompe circa il 20% del flusso globale di petrolio e gas, ha trasformato una guerra regionale in una crisi sistemica non solo dell’energia globale ma anche di un ampio spettro di altri settori, diventando il catalizzatore in grado di accelerare una serie di trasformazioni già in atto. Non ne deriverà un nuovo ordine globale, ma tutti gli attori saranno costretti ad adattarsi più velocemente a un mondo meno stabile e più diviso.Il modo migliore per descrivere l’impatto, la progressione e l’imprevedibilità di ciò che è avvenuto o potrà avvenire nei prossimi mesi – protraendosi la crisi, anche più a lungo nel tempo – è quello di ricorrere all’immagine di un terremoto. Le avvisaglie erano state le minacce di Trump alla Groenlandia e l’intervento militare in Venezuela, ma la scossa principale è stato l’attacco all’Iran che ha rotto un equilibrio, seppur instabile e controverso, che durava da anni. Quando una faglia si rompe, però, non è il rumore il problema, ma l’energia che si libera e arriva attraverso sciami prolungati e scosse secondarie di assestamento, ognuno dei quali rappresenta un effetto a catena. Il più rapido e immediato è stato lo sciame energetico.In queste settimane il traffico navale è stato quasi azzerato, con petroliere ferme e le rotte sospese, e ciò è bastato a creare una tensione estrema sui prezzi perché si è interrotta una delle arterie principali del sistema energetico globale. Un secondo shock è venuto dal Qatar, uno dei maggiori esportatori di gas al mondo, che ha ridotto drasticamente la produzione dopo gli attacchi ai suoi impianti. Alcune strutture chiave sono andate distrutte e una parte significativa della capacità di export sarà fuori uso per anni. I bombardamenti ai giacimenti dell’Iran hanno messo a rischio gran parte della futura offerta energetica regionale, reso la valuta del paese ancora più debole, creato un’instabilità interna, qualunque sia il regime che emergerà a fine conflitto. Quasi in contemporanea ha avuto inizio lo sciame finanziario che si è diffuso in profondità, come se il terreno sotto i mercati iniziasse a vibrare: niente crolla subito, ma tutto diventa instabile. I prezzi sono saliti rapidamente, esplodendo in modo quasi automatico: petrolio sopra i 110 dollari, gas ai massimi pluriennali, mercati finanziari in forte tensione.In questo contesto di caos energetico globale, quando l’energia diventa scarsa e costosa, aumenta anche la domanda di valuta americana e questo sta dando agli Stati Uniti il vantaggio di poter finanziare il proprio deficit e le operazioni militari in condizioni migliori rispetto ad altri. In poche parole, che piaccia o meno, più il sistema energetico globale è sotto stress, più il dollaro si rafforza. Ed è facile spiegare il perché. Il petrolio è prezzato in dollari, e nei momenti di crisi questa valuta viene sempre vista come un bene rifugio, con la politica monetaria della Federal Reserve finalizzata a mantenere alti i tassi per combattere l’inflazione. Altri vantaggi di un dollaro forte sono la riaffermazione del potere globale degli Usa e il potenziamento degli effetti delle sanzioni e dei dazi, oltre alla penalizzazione per quelle economie emergenti già indebitate in usd. Il prolungarsi della guerra e dei prezzi dell’energia alti aumenta i guadagni delle imprese del settore della difesa e delle compagnie energetiche, gran parte americane, che ottengono profitti record e anche un maggior potere contrattuale; guadagnano pure i Paesi esportatori di energia, in primo luogo gli stessi Stati Uniti, i Paesi del Golfo e la Russia; ma per ognuno di loro si prospettano diversi pro e contra.Gli Usa assumono il ruolo di fornitore energetico globale, potendo usare sanzioni e dollaro come strumenti geopolitici, venderanno più gas liquefatto all’Europa ma rischiano di essere colpiti da uno sciame economico interno, con l’inflazione che sale, i costi che rallentano l’industria, il commercio globale che s’inceppa, e l’effetto domino che si trasferisce in patria su tutti i consumi, fino ai prezzi dei più comuni generi alimentari. I Paesi del Golfo, terminate le operazioni militari guadagneranno sia in termini economici che in influenza geopolitica perché controlleranno la produzione petrolifera, ma per lungo tempo dovranno fare i conti con una riduzione degli introiti turistici, la ricostruzione degli impianti distrutti, anche per la desalinizzazione dell’acqua, la diminuzione degli investimenti e la fuga dei capitali, perché in parte è venuto meno l’aspetto reputazionale legato al senso di sicurezza e di rifugio protetto finora garantiti. Pure la Russia beneficia dell’aumento dei prezzi energetici e, trovandosi fuori da parte del sistema finanziario occidentale può sperare di aggirare più facilmente le sanzioni vendendo a nuovi mercati in Asia. In questo momento è favorita perché esporta via oleodotti e gasdotti terrestri che sono meno vulnerabili rispetto alla instabilità e incertezza delle rotte marittime. Anche se una parte delle sue esportazioni rimanesse soggetta a sanzioni, per Mosca i prezzi più alti compenseranno in larga misura le restrizioni e la crisi ne rafforza già il ruolo come fornitore “alternativo” rispetto al Medio Oriente. Ciò aumenta il suo peso negoziale, in particolare nei confronti della Cina, che ha bisogno di energia stabile anche a costo di accettare condizioni meno favorevoli.Resta però un punto di debolezza il dollaro. Nel breve periodo, incassare in valuta forte offre respiro alle finanze spremute dalla guerra in Ucraina, ma un dollaro forte nel lungo periodo non è necessariamente positivo per la Russia che da tempo ricerca di diversificare verso lo yuan o altre valute, perché non sarà ancora capace di sganciarsi dal sistema finanziario occidentale. Chi prevede un avvicinamento ancora più stretto tra Pechino e Mosca, con un riequilibrio dei rapporti di forza, potrebbe però ricredersi. La Cina, il più grande importatore di energia al mondo, dipendente in modo significativo dalle forniture venezuelane e iraniane, dalle rotte del Golfo e dal gas del Qatar, vede oggi la propria sicurezza energetica messa in discussione. Appare infatti come uno dei paesi perdenti in termini economici e il rischio che corre è vedere rapidamente un aumento dei costi industriali, pressioni inflazionistiche e un rallentamento della crescita e dell’innovazione tecnologica e digitale, altamente energivore.Se la situazione di crisi perdurerà per mesi, un’economia come quella cinese, ancora fortemente legata all’export manifatturiero, soffrirà molto più di altri l’aumento dei costi energetici e inoltre, con un dollaro forte le materie prime diventano più costose e i flussi finanziari globali tenderanno a spostarsi maggiormente verso gli Stati Uniti, riducendo la liquidità disponibile nei mercati emergenti. Una crisi come questa mette in evidenza tutte le vulnerabilità di Pechino, ma la Cina non ama sentirsi una vittima e in questo scenario stringerà accordi bilaterali in yuan per costruire mercati energetici parzialmente sganciati dal dollaro che è una valuta che non controlla, proporrà sistemi di pagamento alternativi, accumulerà oro e confermerà le proprie politiche per la produzione di energie rinnovabili e lo sviluppo del nucleare, necessarie per riuscire a ridurre le dipendenze energetiche e valutarie esterne. In altre parole, nel breve periodo sa che dovrà subire, ma cercherà di trasformare la crisi in un’accelerazione strategica, provando a uscire più forte e meno esposta ad altre crisi energetiche e geopolitiche.La Russia, invece, resterà ancora legata a un modello economico dipendente dal dollaro. La strategia cinese incontra però due limiti il primo è temporale, per rendersi energeticamente indipendente avrà bisogno di anni; la seconda è immediata nel mezzo di una crisi così grave, nessun grande esportatore ha davvero interesse a cambiare valuta di riferimento. I produttori vogliono stabilità, liquidità e sicurezza e il dollaro offre ancora tutto questo, meglio di qualsiasi alternativa. Quindi il paradosso è che proprio mentre la Cina prova a indebolire il dollaro, la crisi lo sta rafforzando. Dentro questo scenario di guerra, non si può non parlare di Israele che ha contribuito fortemente al verificarsi del terremoto iniziale, e il cui ruolo è ancora centrale e molto costoso.L’attacco ai siti energetici iraniani è stato mirato a ridurre la capacità nucleare, economica e strategica dell’Iran, colpendo una delle sue principali fonti di entrate. Tuttavia, è innegabile che questa decisione è stata la causa principale della risposta militare iraniana che in pochi giorni ha ampliato il conflitto a tutta la regione del Golfo creando uno stato di instabilità e incertezza. Ricorrendo alla mia metafora iniziale, possiamo dire che siamo oggi nella fase più pericolosa e non ancora nel post-terremoto, dentro sciami sismici multipli ogni scossa genera nuove tensioni che generano nuove scosse e il terreno non si stabilizza. Nuove situazioni, nuovi attori coinvolti, vecchi equilibri che saltano quotidianamente. Una condizione che i mercati chiamano “risk premium permanente”, e in cui la paura non passa, e influenza direttamente le scelte economiche e politiche.Israele sta sostenendo anche un secondo fronte, quello in Libano contro Hezbollah, il principale alleato regionale dell’Iran. Mantenere operazioni militari su due fronti ha però un costo enorme la mobilitazione prolungata e l’intercettazione di missili e droni stanno drenando risorse finanziarie in modo massiccio. Gli aiuti degli Stati Uniti, che sopportano gran parte della spesa militare e per la presenza nella regione, non potranno essere infiniti; nessuno dei protagonisti potrà andare avanti a lungo senza conseguenze interne. Non è impossibile, infatti, che gli apparenti vincitori di oggi, Trump e Netanyahu, potrebbero essere sconfitti alla prossima tornata elettorale nei loro paesi. Continuando a parlare di chi guadagna e chi perde nel corso di questa crisi geopolitica ed energetica, veniamo all’Europa e all’Italia.Come gli altri paesi che non hanno risorse energetiche proprie, l’Unione Europa sta subendo i colpi più duri altamente industrializzata, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e senza un vero controllo diretto sulle principali fonti, il problema non è solo il prezzo, ma la disponibilità stessa dell’energia, e questo si traduce immediatamente in una crescita debole e in un aumento dei costi lungo tutta la catena produttiva. Il dollaro più forte, inoltre, la rende più vulnerabile e la costringe a politiche energetiche emergenziali, rischiando di perdere competitività industriale le aziende energivore dell’acciaio, ceramica, chimica, prevedono una riduzione drastica dei loro margini. Forse non chiuderanno subito, sperando che la crisi finisca presto e si ritorni a una normalità accettabile, ma in primo luogo penseranno a ridurre produzione, rimandare investimenti o delocalizzare. L’effetto tellurico di questo sciame è più lento ma cumulativo, e a lungo termine rischia di erodere la nostra base industriale.L’aumento diretto dei costi dei carburanti colpisce anche i trasporti, la logistica e, non ultima l’agricoltura che paga di più i fertilizzanti, così l’inflazione torna a salire, non più trainata solo dalla domanda, ma da uno shock esterno persistente energia cara, trasporti più costosi, materie prime in aumento. Le famiglie ricevono bollette più alte, pagano il carburante più caro, osservano i prezzi alimentari crescere. Il potere d’acquisto scende, e con esso i consumi. La Banca Centrale Europea si troverà presto di fronte al dilemma se alzare i tassi per contenere l’inflazione, rischiando di frenare ulteriormente l’economia. C’è chi pensa che ove non lo facesse si esporrebbe a una perdita di credibilità e a una quasi inevitabile svalutazione dell’euro.L’altra faccia della medaglia è quella delle imprese che operano nelle energie rinnovabili, un settore che vedrà crescere gli investimenti, nella difesa che beneficerà dell’aumento della spesa pubblica e le utility energetiche che, almeno nel breve, godranno di margini più alti. L’impatto meno visibile ma molto importante sarà anche sulle priorità politiche dell’Unione Europea che è già costretta a muoversi con rapidità sulla propria diversificazione energetica e sotto la pressione della crisi, e non per scelta, dovrà finalmente lavorare per una maggiore integrazione, un più forte coordinamento fiscale e industriale. L’Italia, terra più volte colpita da terremoti di varia natura, non può nascondere la propria fragilità strutturale ma in tante situazioni ha già dato dimostrazione di sapere cogliere le opportunità e di saper reagire. La sua posizione geografica la rende un potenziale hub energetico nel Mediterraneo, soprattutto se riuscirà a rafforzare i collegamenti con il Nord Africa. Ma va riconosciuto che questa trasformazione richiede investimenti, stabilità politica e tempo, tutte cose difficili in una fase di emergenza.In conclusione di questo esercizio di valutazione degli scenari a breve, medio e lungo termine, l’immagine finale che vorrei trasmettere è quella di un mondo molto più fragile di prima, costruito su faglie e terreni che hanno preso a tremare e potrebbero continuare a farlo a lungo. L’aggressione della Russia all’Ucraina, l’attacco al Venezuela e all’Iran sono state le scosse che hanno rotto l’asfalto e gli equilibri. La conta dei danni, di chi ha guadagnato e chi ha perso, per la complessità e la dinamica geopolitica, economica e finanziaria, può avere poco significato perché alla fine a rimetterci sono stati principalmente le vittime innocenti, i cittadini consumatori dei paesi a vario titolo coinvolti. Quello che dobbiamo auspicarci è che il sistema globale si riorganizzi, che si superi la riduzione improvvisa di energia che sta travolgendo le economie e la vita di ognuno di noi. I produttori si accontentino di guadagnare potere e ricavi, ma non eccedano nella ricerca esasperata di una centralità geopolitica, economica, finanziaria e militare che aumenta la distanza e la diseguaglianza fra i paesi ricchi e quelli più poveri, fra il nord e il sud del mondo. I costi umani, economici e politici delle guerre condotte su più livelli per prevalere sugli altri sono elevatissimi e non giustificabili in un mondo che ha bisogno di pace e di stabilità per garantire a tutti le condizioni migliori per svilupparsi. La risposta l’avevamo trovata nel multilateralismo e nella solidarietà. Cogliamo la drammatica opportunità che questi conflitti ci offrono per rivalutarne i principi.