La denuncia arriva dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), ma si inserisce in un quadro ben più ampio e inquietante, segnato dall’escalation militare e dalla crescente repressione interna in Iran. La storia delle “celle saldate” nel carcere di Evin – destinato dalle autorità di Teheran ai prigionieri politici – non è solo l’ennesimo capitolo di violazioni dei diritti umani: è il simbolo di un sistema che, in tempo di guerra, sembra disposto a trasformare le proprie carceri in trappole mortali.Le celle sigillate: una misura estremaSecondo quanto riportato dal comitato femminile dell’NCRI, le autorità penitenziarie avrebbero iniziato a saldare le porte metalliche delle celle per prevenire rivolte, evasioni o disordini. Una decisione che, in condizioni normali, sarebbe già gravissima; ma che diventa potenzialmente catastrofica nel contesto attuale. Con il conflitto riesploso e il rischio di nuovi bombardamenti, i detenuti si troverebbero intrappolati senza alcuna possibilità di fuga in caso di incendio, crolli o attacchi aerei.Dalle testimonianze che filtrano dall’interno di Evin emerge un’immagine ancora più drammatica. Con la riduzione del personale penitenziario e l’assenza di assistenza, il carcere sarebbe in parte abbandonato. “Vogliamo uscire da dietro queste porte e queste mura”, è l’appello riportato dagli attivisti.La prigione di Evin, già colpita in passato da raid, potrebbe trasformarsi — secondo la denuncia — in una vera e propria tomba. La stessa pratica, secondo il sito IranNewsWire, sarebbe stata adottata anche nel carcere di Fashafouyeh, sempre a Teheran, segno che non si tratta di un caso isolato ma di una strategia più ampia.Un carcere simbolo della repressioneLa prigione di Evin è da decenni il cuore del sistema repressivo iraniano. Qui sono stati detenuti oppositori politici, attivisti, giornalisti e figure di rilievo internazionale come la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi e la giornalista italiana Cecilia Sala. Le accuse mosse dalle organizzazioni per i diritti umani sono costanti: torture, isolamento, abusi sessuali, percosse. A queste si aggiungono oggi condizioni materiali sempre più degradate: mancanza di beni essenziali, assistenza medica ridotta e sovraffollamento.Il contesto attuale è determinante. Secondo una commissione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dopo l’operazione militare israelo-americana del 28 febbraio, le autorità iraniane potrebbero intensificare ulteriormente la repressione interna, anche attraverso un aumento delle esecuzioni. Gli esperti Onu – nei giorni scorsi – hanno inoltre definito il precedente raid israeliano contro Evin un possibile crimine di guerra, sottolineando il rischio che strutture detentive vengano coinvolte direttamente nel conflitto. In questo scenario, la scelta di sigillare le celle appare come una misura che tiene insieme due obiettivi del regime: impedire qualsiasi forma di rivolta interna e mantenere il controllo assoluto anche in condizioni di caos bellico.Parallelamente starebbe crescendo il numero delle condanne a morte. Secondo organizzazioni come Iran Human Rights, decine di sentenze capitali sarebbero già state emesse e molte altre potrebbero seguire. Alcune esecuzioni recenti hanno colpito anche persone arrestate durante le proteste, inclusi giovani e figure sportive.Detenuto giapponese rilasciatoIntanto Teheran ha rilasciato uno dei due cittadini giapponesi detenuti nel Paese, che è ora in viaggio di ritorno verso il Giappone. Il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi, parlando a un programma televisivo, ha spiegato che la persona era detenuta dallo scorso anno ed è stata liberata mercoledì. Il rientro è previsto domenica, con un volo partito dall’Azerbaigian. Un secondo cittadino giapponese, arrestato all’inizio di quest’anno in Iran, resta invece in custodia. Il ministro ha dichiarato di essere al lavoro per ottenerne al più presto il rilascio, dopo aver sollevato più volte la questione con le autorità iraniane. Secondo il Committee to Protect Journalists, il cittadino arrestato a gennaio sarebbe un giornalista dell’emittente pubblica Nhk, fermato dai Guardiani della Rivoluzione e successivamente trasferito proprio nel carcere di Evin.L'articolo “Celle saldate nel carcere di Evin per evitare la fuga dei prigionieri”, la denuncia della resistenza iraniana proviene da Il Fatto Quotidiano.