Iran, Trump rischia la «rivolta» MAGA? I sondaggi, lo spettro tracollo al Congresso e le carte di JD Vance (per il 2028)

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Tre settimane dopo, la guerra in Iran è un grande punto interrogativo. Per miliardi di cittadini del mondo, e pure per quelli del Paese che l’offensiva l’ha lanciata. Cosa sta succedendo? Chi sta vincendo? Quanto durerà? Ne vale la pena? Tante domande e poche risposte. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos il 58% degli americani disapprova la guerra. Un altro sondaggio del Quincy Institute condotto tra gli elettori di Donald Trump mostra però come la sua base gli dia ancora credito: il 76% sostiene per ora l’operazione militare. Il mondo MAGA però ribolle, anche perché il collasso del regime iraniano millantato da Trump non si vede, i rialzi del prezzo della benzina sì. E pure le bare dei primi soldati americani morti nel Golfo. A gettare il sasso nello stagno è stato Joe Kent, veterano di guerra ed esponente MAGA proiettato alla guida dell’Antiterrorismo. Si è dimesso accusando Trump di essersi fatto risucchiare da Israele in una guerra contraria agli interessi Usa. Tucker Carlson, icona mediatica del mondo MAGA, gli dà manforte. E anche dall’Amministrazione «sfuggono» voci disorientate sul senso della guerra. Ma cosa e quanto rischia davvero Trump? Che succederà in concreto se alle mid-term gli elettori lo puniranno? E che ruolo potrà ritagliarsi l’aspirante successore JD Vance, noto per le sue strenue battaglie contro le «guerre senza fine» in Medio Oriente degli ultimi decenni? Open lo ha chiesto a Mario Del Pero, storico, esperto di America, professore di Storia internazionale a Sciences Po e ricercatore associato senior all’Ispi.Professor Del Pero, in Iran Trump ha già perso il bandolo della matassa? «Andiamo con ordine. Dal punto di vista della Casa Bianca l’operazione in Iran un senso ce l’ha: si tratta di indebolire il regime iraniano quanto basta da impedirgli di continuare non solo a minacciare Israele, ma più in generale di svolgere un ruolo centrale in Medio Oriente. Vuoto che riempirebbe in primis lo Stato ebraico, libero di espandersi realizzando il progetto della “Grande Israele” – come già sta accadendo in Cisgiordania -, mentre il Golfo diventerebbe in sostanza un grande hub tecnologico e criptovalutario, finanziando il debito Usa e le attività della stessa famiglia Trump in cambio dell’accesso a tecnologie sensibili. Decapitare sistematicamente la leadership in Iran significa dire a chi verrà che o si allinea a questa visione o ha un missile puntato sulla schiena». Lo scenario Venezuela proiettato sul Medio Oriente. Ma può funzionare?«Ovviamente che alcuni Stati si arroghino il diritto di decapitare le leadership e ridefinire come vengono governati Paesi o regioni intere del pianeta è spaventoso. Ma soprattutto no, il disegno non è realistico. Perché l’Iran non lo accetta, i Paesi del Golfo sono molto preoccupati e soprattutto perché una percentuale elevata dell’opinione pubblica Usa non intende più finanziare e armare Israele come fatto fino a oggi». È pensabile che il mondo MAGA si «rivolti» contro Trump sulla guerra?«Fino ad oggi MAGA è stato Trump, e non viceversa. Quel movimento l’ha sempre animato e indirizzato lui, anche contenendo quando necessario i suoi malumori. Qui c’è qualcosa di potenzialmente diverso perché l’alleanza con Israele a un pezzo non irrilevante del mondo MAGA non piace – anche per il riaffiorare di elementi di antisemitismo radicati nella cultura politica della destra Usa. Brutalmente, a un elettore MAGA che Khamenei sia finito sotto 6 metri di terra può anche far piacere, ma se per intervenire nel mondo il prezzo del gallone di benzina in America sfonda quota 4 dollari il sentimento cambia. Sondaggi a parte, l’indicatore più saliente è il tasso di fiducia dei consumatori: calato di 10 punti in un anno, è al livello più basso da mezzo secolo a questa parte, sotto il livello perfino del 2008».Un malessere che precede la guerra nel Golfo, dunque.«Certo, s’intravedeva già da prima: l’inflazione morde, l’economia pure cresce ma mostra delle fragilità, i posti di lavoro creati sono pochi e in settori non certo altamente retribuiti – sanità, servizi alle persone. Trump aveva promesso il ritorno al Bengodi pre-2008, con tassi d’interesse bassi, credito facile, abbordabili. Se su questo malessere pregresso ora s’innesta una spirale sui prezzi generata dalla guerra, allora dei contraccolpi ci possono essere. Il movimento MAGA vale circa il 38-40% dei consensi negli Usa. Se da lì iniziano defezioni e i Democratici trovano la spinta per il rilancio, Trump resta senza maggioranza». Chi e come potrebbe dare voce a questo malessere nella destra Usa?«Oggi il movimento MAGA tiene in scacco il partito repubblicano, anche se non ne fai parte non puoi andargli contro o sei fuori. Ma se emergessero malumori percepibili nell’opinione pubblica, questo «emanciperebbe» da quell’ipoteca alcuni senatori repubblicani ora allineati col MAGA per opportunismo più che per convinzione. Quelli che non hanno alle porte un’elezione potrebbero permettersi di dare voce pubblica al dissenso in Congresso. Ricordiamo che Trump ha una maggioranza esilissima – alla Camera basta manchino due voti e la maggioranza non c’è più, al Senato ne basta uno in commissione per paralizzare il processo. Trump tiene unita quella galassia composita che è il movimento MAGA. Ma la sua presa non è infinita».Tutti ora scommettono una sconfitta per Trump alle mid-term. Ma per un presidente come lui che governa da un anno in spregio di Congresso e Corte Suprema, cosa cambierebbe in concreto?«A novembre si voterà per rinnovare l’intera Camera, un terzo del Senato, 36 governatori e 88 Camere statali su 99. I Democratici difficilmente riusciranno a strappare il Senato, mentre la Camera è fisiologico la riconquistino. È vero, sotto Trump abbiamo visto il Congresso più improduttivo degli ultimi decenni. Ma i Democratici guadagnerebbero due fiche pesanti: 1) La legge di bilancio deve passare tramite il Congresso, Trump per capirci non potrà più quadruplicare il bilancio dell’Ice a piacimento; 2) Varie commissioni possono investigare, chiamando testimoni a deporre sotto giuramento. C’è da presumere che i Democratici useranno questa prerogativa. Per esempio per capire cosa c’è dietro la società di criptovalute gestita dai figli di Trump e Witkoff che prende due miliardi dagli Emirati».Potrebbero usarla anche per avviare una nuova procedura d’impeachment?«Non credo sarebbe una mossa molto intelligente. Al Senato non avrebbero chance di farlo passare, lancerebbero un’iniziativa ad alto rischio dando fiato alla narrativa della “caccia alle streghe” dei Democratici cara a Trump».Il più imbarazzato per la nuova guerra in Medio Oriente sembra JD Vance, che si è sempre battuto contro avventure militari lontane. Che chance ha di «svincolarsi», anche in vista del 2028?«L’uomo è abile. Ma sta imparando quel che ha imparato nel mandato precedente Mike Pence: fare il vice di Trump significa fare un patto col diavolo, lui chiede lealtà assoluta e poi quando vuole ti scarica addosso tutto. E senza l’originale – cioè Trump – il MAGA non regge, le distinzioni interne esploderebbero. Quindi sì, Vance ha posizioni anti-interventiste che potrebbero intercettare più consensi negli Usa e nella stessa base MAGA e repubblicana. Ma rischia di ritrovarsela spaccata. E a controllarla più di tutti resterà comunque Trump: fino al 2028, e magari anche oltre».L'articolo Iran, Trump rischia la «rivolta» MAGA? I sondaggi, lo spettro tracollo al Congresso e le carte di JD Vance (per il 2028) proviene da Open.