Umberto Bossi, l’ultimo eroe del Risorgimento

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Umberto Bossi è stato l’ultimo eroe del Risorgimento. Le sue camicie improponibili nulla avevano da invidiare a quelle rosse che i Mille avevano mutuato da una partita di rifornimenti per macellai; la sua predilezione per gli abiti a scacchi multicolori sembrava un’eco del poncho variopinto con cui Garibaldi si presentò alla prima seduta del parlamento dell’Italia unita, il 17 marzo 1861. Quegli improvvisi cambi d’umore politico, quel passare nel giro di pochi giorni dal “mai coi fascisti” al governo con Alleanza Nazionale (o viceversa), dal “Berluskaz” alle visite ad Arcore, erano la versione pop delle smanie di Cavour, che si dimetteva in spregio al tradimento di Napoleone III dopo l’armistizio di Villafranca ma poi tornava a stringere con lui un accordo per cedergli Nizza e Savoia, oppure che nell’agosto 1860 scriveva che “Garibaldi ha reso all’Italia il più grande dei servigi che un uomo potesse renderle” ma nel settembre 1860 scriveva che “Garibaldi è un invasato, che insperati successi hanno inebriato”.     E Pontida? Il luogo sacro della Lega è il luogo sacro delle fantasie del Berchet (“L’han giurato li ho visti a Pontida / convenuti dal monte e dal piano”) che sovrapponevano la lotta dei comuni medievali contro l’imperatore Barbarossa a quella dei patrioti lombardi contro il dominatore austriaco. Ecco, la lotta contro il dominatore: l’accattivante slogan dialettofono “paga no!” era una parafrasi estremamente sintetica della rivolta fiscale che i cittadini di Milano imbastirono contro l’esosità austriaca; poco cambiava, per Bossi, se Vienna era diventata Roma. I milanesi arrivarono alla lotta armata, alle Cinque Giornate e alla Prima guerra d’indipendenza; Bossi si limitò a ventilare, in un celebre comizio a Verbania: “Non abbiamo mai tirato fuori i fucili, ma c’è sempre una prima volta”. Del resto, su Bobo Maroni portato via in barella col collarino dopo una presunta colluttazione con la Digos, non si allungava l’ombra di Pietro Maroncelli sdraiato a farsi amputare una gamba nel carcere dello Spielberg? I quattro esagitati che si erano impossessati a sorpresa del campanile di San Marco col tanko non erano dei Manin, dei Tommaseo 'mbriaghi duri?   Soprattutto, in Bossi rivedo Ciro Menotti, l’uomo che inventò l’Italia – non come espressione geografica né retaggio storico né contesto culturale, ma proprio come progetto politico. Nel 1831 Menotti fu il primo a dare un indirizzo comune alle sporadiche e ondivaghe insurrezioni che si erano verificate fino ad allora, scrivendo le Idee per organizzare delle intelligenze fra tutte le città d’Italia per la sua indipendenza, unione e libertà e immaginando una federazione di società segrete dislocate nelle varie regioni d’Italia per operare simultaneamente verso la nascita della nuova nazione; Bossi inventò la Padania e tentò ardimentosamente di coordinare le diverse anime del settentrione per vincolarle alla causa comune (e, da commerciante di acqua distillata e cappelli a Carpi, Ciro Menotti sarebbe stato perfetto come target elettorale della Lega Nord). Come i greci al Congresso di Epidauro del 1822 dichiararono unilateralmente l’indipendenza dall’impero turco, Bossi proclamò unilateralmente l’indipendenza della Padania dal particolare tipo di ottomani che sono gli italiani del centro-sud e, per conferirle uno statuto giuridico, indisse quel folle, dadaista referendum fatto in casa che riproduceva nei modi e nella credibilità i plebisciti che assicurarono l’annessione di Emilia e Toscana al Regno di Sardegna, l’annessione di Marche, Umbria e Regno delle Due Sicilie all’Italia Subalpina. Si appropriò a modo suo del motto di Mazzini, “Dio e popolo”, brandendo sacerdotalmente l’ampolla del dio Po davanti alla folla dei forgotten men convenuti a Venezia nel 1996.   Bossi si è insomma dedicato a disfare l’Italia con lo stesso ardore e la stessa creatività con cui i suoi predecessori ottocenteschi si erano dedicati a farla. Ciò lo ha reso più italiano di tutti i suoi contemporanei e successori; l’impeto con cui invitava a ficcare il tricolore nel cesso era lo stesso con cui gli antichi patrioti promettevano “stracceremo il giallo e il nero” della bandiera asburgica. Ha inventato una patria che nessuno vedeva e per essa ha dato la vita, come i fratelli Bandiera o Goffredo Mameli. Tutti loro avrebbero sottoscritto l’unica frase di Bossi che resterà nella storia, la frase più risorgimentale che, dall’Unità in poi, nessun politico italiano ha avuto il coraggio di pronunciare: “La patria è dove batte il cuore”.