“La prevenzione è il vero investimento”. L’affermazione del ministro della Salute Orazio Schillaci, affidata a un’intervista pubblicata oggi su l’Altravoce, rimette al centro una questione decisiva per il futuro del Servizio sanitario nazionale: trattare la prevenzione non come capitolo accessorio, ma come architettura di sostenibilità del sistema.I numeri aiutano a capire perché il tema non possa più essere confinato nel lessico delle buone intenzioni. L’Italia è uno dei Paesi più longevi e più anziani al mondo: gli over 65 rappresentano già quasi un quarto della popolazione. Ma il punto decisivo non è soltanto l’età. È la qualità di quegli anni aggiuntivi e il peso crescente delle patologie croniche. Secondo l’Istat, il 41,5 per cento della popolazione convive con almeno una patologia cronica e il 20,8 per cento con due o più patologie croniche. Tra gli over 75, la comorbilità raggiunge il 64,3 per cento.È in questo quadro che la prevenzione cambia natura. Non è più soltanto una politica sanitaria tra le altre, ma il punto in cui si incrociano salute pubblica, equilibrio dei conti, organizzazione dei servizi e capacità del sistema di reggere nel tempo.Il peso della cronicitàSe gli anni di vita aggiuntivi si traducono in più anni vissuti con malattie croniche, fragilità e non autosufficienza, la pressione sul Ssn è destinata ad aumentare in modo strutturale. Il Piano nazionale della cronicità ricorda da tempo che quest’area richiede continuità assistenziale di lunga durata, forte integrazione tra servizi sanitari e sociali e un rafforzamento dell’assistenza territoriale, ancora troppo disomogenea nel Paese.In questa prospettiva, prevenzione significa certamente screening e promozione di corretti stili di vita, ma anche diagnosi precoce, medicina di prossimità, presa in carico continuativa e riduzione del ricorso improprio all’ospedale. Significa, in altre parole, spostare il baricentro del sistema dalla risposta tardiva alla gestione anticipata del rischio.Una scelta di sistemaSe la prevenzione viene trattata come un investimento, allora non riguarda soltanto il versante della sanità pubblica, ma il funzionamento complessivo del sistema. Un modello centrato sulla gestione precoce delle patologie croniche può ridurre ricoveri evitabili, alleggerire la pressione sugli ospedali, contenere l’aggravarsi delle condizioni cliniche e migliorare l’equità di accesso alle cure. Anche per questo il Piano nazionale della prevenzione 2020-2025 insiste su un approccio più integrato, multidisciplinare e intersettoriale, che colleghi salute, territorio e organizzazione dei servizi.La questione, quindi, non è ribadire in astratto che prevenire sia meglio che curare. La questione è se il Servizio sanitario nazionale sia disposto a organizzarsi di conseguenza: rafforzando la medicina territoriale, rendendo più omogenei i percorsi regionali, investendo nella capacità di intercettare prima il bisogno di salute e non soltanto di trattarlo quando è già diventato più grave e più costoso.Il nodo dell’innovazioneÈ qui che il tema della prevenzione incontra quello, altrettanto decisivo, dell’accesso all’innovazione. Nel dibattito pubblico i due piani vengono spesso separati: da una parte la prevenzione, dall’altra i farmaci innovativi e la sostenibilità della spesa. In realtà, fanno parte della stessa equazione.In un contesto in cui l’accesso ai medicinali innovativi resta disomogeneo e i tempi di autorizzazione e rimborsabilità continuano a pesare, un sistema che investe poco in prevenzione rischia di trovarsi davanti pazienti più gravi, percorsi di cura più complessi e costi più elevati. La prevenzione, dunque, non è l’alternativa all’innovazione: è una delle condizioni che permettono all’innovazione di essere sostenibile, tempestiva ed equa.Se il Servizio sanitario nazionale vuole restare universalistico in una società che invecchia e si cronicizza, la prevenzione non può continuare a essere un principio condiviso ma praticato in modo intermittente. Deve diventare una scelta di governo del sistema. Perché senza prevenzione l’innovazione rischia di arrivare tardi, costare di più e produrre meno equità.