Crepa a Washington sulla guerra all’Iran: si dimette il capo dell’antiterrorismo Joe Kent

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di Giuseppe Gagliano – Le dimissioni di Joe Kent dalla guida del Centro nazionale antiterrorismo aprono una frattura politica dentro la strategia americana contro l’Iran e portano allo scoperto tensioni che fino a oggi erano rimaste sotto traccia nell’amministrazione Trump. Kent ha lasciato l’incarico dichiarando di non poter sostenere “in coscienza” il conflitto e sostenendo che Teheran non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Nella lettera di dimissioni ha aggiunto un’accusa pesante, affermando che la guerra sarebbe stata avviata anche sotto la pressione di Israele e della sua lobby negli Stati Uniti. Reuters, PBS, ABC e altri media americani hanno confermato sia l’uscita dall’incarico sia il contenuto essenziale della lettera.Il punto centrale non è soltanto la polemica contro Israele ma il fatto che, per la prima volta, un alto funzionario della sicurezza nazionale rompe pubblicamente la disciplina interna e mette in discussione la giustificazione strategica della guerra. Kent non contesta un dettaglio operativo ma il presupposto stesso del conflitto. In sostanza sostiene che la Casa Bianca abbia trascinato gli Stati Uniti in uno scontro non necessario, costruito su una rappresentazione allarmistica della minaccia iraniana. È una critica che colpisce direttamente la credibilità politica dell’intervento.La reazione di Donald Trump è stata immediata. Il presidente ha definito Kent “debole sulla sicurezza” e ha commentato che è un bene che abbia lasciato l’incarico. Anche la Casa Bianca e Tulsi Gabbard hanno difeso la scelta dell’amministrazione, ribadendo che il presidente avrebbe agito sulla base di informazioni di intelligence che indicavano una minaccia imminente. Proprio questa divergenza però mostra la profondità della frattura. Quando il vertice politico e un responsabile apicale dell’apparato di intelligence offrono letture opposte della stessa minaccia, la questione non riguarda più una differenza di approccio ma la coerenza strategica della decisione.Sul piano politico interno il caso Kent assume un peso ancora maggiore perché investe direttamente il mondo che aveva sostenuto Trump in nome dell’isolazionismo selettivo e del rifiuto delle guerre infinite. Kent parla proprio a quel blocco politico. Le sue dimissioni segnalano che una parte dell’universo nazional conservatore considera il conflitto con l’Iran una deviazione dalla linea originaria dell’America First. In questo senso l’uscita di scena dell’ex capo dell’antiterrorismo appare come il sintomo di una tensione crescente dentro la stessa coalizione trumpiana.La rottura arriva inoltre mentre il conflitto continua, lo stretto di Hormuz resta sotto pressione e diversi alleati americani mostrano riluttanza a condividere i costi della crisi. In questo contesto le dimissioni del responsabile dell’antiterrorismo aggiungono un ulteriore elemento di vulnerabilità perché indicano che la guerra non sta pesando solo sul piano energetico e diplomatico ma comincia a erodere anche la compattezza del sistema decisionale statunitense. È esattamente il tipo di logoramento politico che Teheran punta a provocare nel lungo periodo.Il nodo strategico resta dunque aperto. Se l’amministrazione ha effettivamente avviato un conflitto senza una minaccia immediata chiaramente dimostrata, il problema non riguarda soltanto i rapporti con l’Iran ma il funzionamento stesso del processo decisionale americano. E se questa percezione dovesse diffondersi nell’opinione pubblica statunitense, la guerra rischierebbe di trasformarsi da operazione militare in una crisi di legittimità politica.In questo senso le dimissioni di Kent non sono soltanto la fine di un incarico ma il segnale di una faglia che si apre dentro Washington. Nelle guerre lunghe, spesso, sono proprio le crepe interne a pesare più delle offensive sul campo.