Governare l’IA richiede una riflessione sulla nostra democrazia. Scrive Monti

Wait 5 sec.

È innegabile: con l’ingresso del linguaggio naturale, l’intelligenza artificiale, che prima di allora era in un mondo prevalentemente fatto di tecnici, è entrata nelle nostre vite con la stessa violenza e rapidità con cui i colori si succedettero al bianco e nero, con cui il sonoro soppiantò il cinema muto.Una portata prorompente, i cui scrosci di cascata riverberano in ogni dimensione della nostra esistenza, e di cui si comprende soltanto la dimensione più “superficiale”, che è proprio data da quell’insieme di modelli come ChatGpt o altri che consentono agli umani che parlano umano di interagire con qualcosa che prima era accessibile soltanto attraverso un linguaggio tecnico.È naturale dunque che ognuno di noi si interroghi sugli impatti che questa tecnologia genererà nel futuro: soppianterà tutti?Demansionerà qualunque talento a mera funzione di prompt? Albergherà macchine umanoidi?Sarà la base di una nuova guerra? Permetterà di identificare una modalità di prevenzione generale contro ogni forma di cancro?Domande che se si considera un intervallo di tempo sufficientemente ampio potrebbero avere tutte risposte affermative, ed è proprio questo il tema che affligge la scelta.Da un lato è chiaro che l’Intelligenza Artificiale, attraverso modelli che saranno in grado di viaggiare su strutture informatiche sempre più potenti, potrà favorire tantissime innovazioni in tutti i campi dello scibile umano.Dall’altro è altrettanto chiaro che gli esseri umani non sono propriamente noti per essere degli animali neutri e che ogni strumento può divenire arma, alle volte anche in modo del tutto involontario.La dimensione realmente interessante è che di fronte a quest’ambiguità di fondo che caratterizza lo strumento intelligenza artificiale, le opinioni che vengono sviluppate sono tendenzialmente le stesse di sempre: così, istinti di natura protezionistica si schierano in antitesi a coloro che guardano allo sviluppo con entusiasmo; l’invocazione del libero mercato si scontra con il pensiero radicale dello statalismo, mentre l’utilizzo della privacy, che nella concretezza si risolve in un “clic su acconsento” pare essere l’unica risorsa generalmente bipartisan.Ciò che tuttavia colpisce del dibattito pubblico in questione è che sempre più analisti si stiano sforzando di applicare uno schema pre-esistente ad una dimensione che prima non esisteva. Si tratta di un processo naturale e comprensibile, ma questa condizione non ne implica necessariamente l’efficacia.In questo senso, la posizione di chi sostiene che per governare l’intelligenza artificiale sia necessario sviluppare un ministero dedicato, e di chi al contrario è convinto che lo Stato non debba in alcun modo intervenire sulla questione lasciando che sia il mercato a generare automaticamente le proprie regole, non differiscono in alcun modo: è soltanto il tentativo di applicare strumenti già noti ad un fenomeno in espansione.Ciò che probabilmente andrebbe fatto è invece fermarsi a riflettere sulla reale portata innovativa che l’intelligenza artificiale rappresenta, e ancor più sulla portata innovativa che lo sviluppo di quegli strumenti che vengono direttamente o indirettamente abilitati dall’intelligenza artificiale potrà generare nei prossimi anni, e comprendere quale tipologia di strumento possa essere utile “creare” per poter in qualche modo garantire una sorta di convivenza pacifica tra IA e essere umano ad univoco beneficio di quest’ultimo.Il salto culturale necessario è probabilmente proprio qui: di fronte ad un fenomeno pervasivo ed espansivo come quello dell’intelligenza artificiale, quali sono le forme più concrete che la collettività può adottare per garantirne uno sviluppo utile?Perché è evidente che al momento ogni vecchia forma di pensiero perderebbe immediatamente validità nel momento in cui si inizia ad entrare nel dettaglio delle singole proposte. Sarebbe invece utile comprendere quali sono quei valori che come società vogliamo tutelare.Sarebbe forse ancora più utile stabilire tali valori sulla base di un consesso plebiscitario, così che regole dall’alto e azioni individuali dall’alto vadano nella stessa direzione.È evidente che l’IA rappresenti una delle più grandi sfide culturali di questo decennio: purtroppo, è altrettanto evidente che non ancora abbiamo nemmeno iniziato a valutare la portata di questa sfida.Serve una dimensione concreta di confronto e di dialogo: non una dimensione tecnicistica, che rappresenta in tutti i campi un linguaggio escludente; ma una dimensione di divulgazione forte, che consenta di definire concetti chiave in modo chiaro.La sfida culturale è che nella maggior parte dei casi i nostri decisori pubblici e il nostro sistema di governo non sono sufficientemente preparati a rispondere in modo esaustivo alle questioni poste dall’IA.Comprendere come i decisori pubblici intendono affrontare questo stimolo è utile anche a comprendere quali siano le riflessioni concrete sul nostro sistema democratico: si tenderà verso una tecnocrazia (che oggi è tecnologica, domani finanziaria, o mineraria), o si cercherà di sviluppare un dialogo con i cittadini, dismettendo i toni oratori, per ascoltare davvero l’opinione di chi detiene formalmente il potere all’interno della democrazia?E se si opterà per quest’ultima strada, quale assunto sarà prevalente: la formula dell’uno uguale a uno, o quella che invece privilegia le opinioni di chi ha competenze?Qualche anno fa girava online la notizia che per essere assunti in Google bisognasse sostenere un colloquio nel quale l’esaminatore faceva domande a cui era letteralmente impossibile rispondere soltanto sulla base della propria conoscenza: l’obiettivo era infatti comprendere il processo attraverso il quale si arrivava a rispondere, più che la risposta in sé.Quale possa essere lo strumento più adatto per l’Intelligenza Artificiale è più o meno la stessa cosa: capire come stiamo rispondendo ci permette di comprendere il meccanismo che è alla base della risposta, e capire anche, se questo meccanismo, è veramente ciò che come collettività riteniamo più adatto per il nostro presente, prima ancora che per il nostro futuro.