Il dio germanico è morto

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di Gianvito Pipitone – C’è un’immagine precisa che per decenni ha accompagnato il rapporto degli europei con la Germania: quella di un Paese dove le cose funzionano. I treni in orario, le strade ampie e scorrevoli, le fabbriche che non si fermano, l’amministrazione pubblica che risponde, il rigore civico della sua popolazione, la cultura del rispetto delle regole. Un’efficienza quasi ontologica, incorporata nell’identità nazionale teutonica: il Wirtschaftswunder, il miracolo economico del dopoguerra trasformato in carattere permanente, in destino ineluttabile. Una forza uguale e contraria al terribile decennio nazista: come se la storia avesse preteso dalla Germania una restituzione, e la Germania avesse pagato in produttività, precisione, ordine.Eppure, chiunque metta oggi piede in Germania si accorge che quel Paese non esiste più, ammesso che sia mai esistito davvero. Quello che si incontra è invece un Paese che mostra i segni di una crisi strutturale profonda, impossibile da nascondere dietro le vetrine dei mercatini di Natale o nelle accoglienti e allegre Brauhaus di quartiere.A ben vedere, i segnali di questa crisi erano sempre stati visibili. Perché il tedesco è così: al minimo sopraggiungere di un cambiamento in negativo, si chiude a riccio. Non esce, non spende, evita i ristoranti, riduce le uscite e si ritira nella vita domestica. Gli unici due strappi che si concede sono l’automobile, in Germania quasi un’entità sacra, degna di figurare nello stato di famiglia, e le due settimane di ferie estive. Un atteggiamento che abbiamo potuto osservare con chiarezza negli anni difficili del post-Covid. Ma ora nemmeno questo sembra più garantito. Perché la Germania soffre, maledettamente, e soprattutto in silenzio.Mi tornano in mente le parole di un amico: «Una volta, da emigrante, eri disposto a sfidare tutto: il clima rigido, il buio, la freddezza dei rapporti sociali, lo stigma di essere italiani in territorio nordico, spesso considerati pasticcioni mediterranei, terroni sgrammaticati persino nel comportamento. Ma ci si accollava tutto, anche la nostalgia del calore di casa, perché almeno qui le cose funzionavano: lo stipendio era più alto, il lavoro non mancava, le strutture reggevano, se volevi uscire trovavi sempre qualcosa con cui divertirti spendendo poco, se restavi a casa riuscivi davvero a riposarti. Una vita confortevole, sotto ogni aspetto. Oggi invece ci si chiede: se vengono meno anche queste cose, ha ancora senso vivere in un Paese dal clima rigido, dai rapporti freddi, dove niente funziona più come prima, con il costo della vita destinato a diventare insostenibile e l’AfD pericolosamente attestata al trenta per cento?»I dati economici parlano chiaro. Nel 2024 il prodotto interno lordo della Germania si è ridotto per il secondo anno consecutivo: unica economia del G7 in contrazione per due anni di fila. Tra il 2019 e oggi, il Paese ha perso circa il 10% della produzione industriale: la peggiore performance dell’Europa occidentale, peggio di Francia e Italia. Volkswagen ha concordato con i sindacati la riduzione di oltre 35.000 posti di lavoro entro il 2030, non licenziamenti diretti, ma prepensionamenti e uscite incentivate che non saranno rimpiazzate. Il settore dell’acciaio, cuore pulsante della Ruhr, metafora dell’identità operaia tedesca, registra da anni volumi di produzione stabilmente al di sotto dei livelli pre-crisi, con una contrazione che non accenna a invertirsi.La locomotiva d’Europa si è dunque fermata. Funzionava finché ha avuto carbone abbondante, energia russa a buon mercato, un mercato cinese in espansione e dazi americani ancora tollerabili. Venuti meno questi presupposti, è rimasto il mito senza la sostanza. A queste cause esterne si sommano fragilità interne di lungo corso: infrastrutture pubbliche obsolete, prive di investimenti sufficienti per decenni; una burocrazia diventata lenta e inefficiente, peggio di quella italiana, e un calo strutturale dell’export, specie verso la Cina, che ha reso il sistema in balia dei terremoti geopolitici, peggio che nel resto dei Paesi europei.Fuori dalle rilevazioni tecniche ufficiali, basta farsi un giro nelle grandi città tedesche, al sud come al nord, per cogliere, da piccoli segnali, qualcosa che a queste latitudini suona come una sgradevole novità.Sabato mattina, Berlino Hauptbahnhof: tifosi della Bundesliga, valigie, binari affollati. Il mio treno per la Ruhr viene prima ritardato, cinque minuti, quindici, mezz’ora, poi cancellato, senza spiegazioni. Mi riorganizzano il percorso con un cambio a Hamm, non lontano da Dortmund, con una coincidenza stretta: sette minuti. Arrivato a Hamm, mi getto a scapicollo verso il binario indicato sul treno: alla stazione non trovo nessuna scritta e nessun treno ad aspettare. A un certo punto vedo della gente affrettarsi verso il sottopassaggio, verso il binario accanto, il nove, non il sette, e li seguo d’istinto. Il treno era lì, in silenzio, pronto a partire, con l’indicazione sbagliata ancora ferma sui display. Soddisfatti, io e gli altri viaggiatori ci complimentiamo a vicenda per l’esito positivo della nostra intuizione. Vent’anni fa in Germania una cosa del genere non sarebbe successa: un treno cancellato e un errore di binario nella stessa giornata. Qualcosa si è rotto.La linea della metro che nei giorni successivi avrebbe dovuto portarmi comodamente in Fiera era interrotta; in sostituzione era stato previsto un autobus, Ersatzbus, come lo chiamano loro. Non credo di aver aspettato un autobus così a lungo in vita mia, neppure a Roma o a Catania.Qualche giorno dopo, da Duisburg, nel cuore della Ruhr, alla fine di un’intensa settimana di lavoro, sarei dovuto arrivare all’aeroporto di Colonia. Sfortunatamente, quel giorno era previsto uno sciopero che avrebbe bloccato la regione. Scioperi, da notare, che colpiscono sempre più volentieri in corrispondenza di fiere ed eventi con alto afflusso di visitatori stranieri. Per raggiungere Colonia, un’ora scarsa da Duisburg, prima che si chiudessero i cancelli mi sono svegliato alle cinque e mezza, ho preso il primo treno all’alba, sono arrivato alla stazione centrale e ho trovato display in tilt che balbettavano informazioni parziali, la S-Bahn per l’aeroporto ferma, una selva silenziosa di viaggiatori esasperati che aspettavano solo il classico colpo di fortuna. Persone che avevano calcolato i propri margini sulla base di ciò che un Paese dovrebbe garantire: un collegamento, un orario. Si dirà: una settimana sfortunata? No: normalità di questa Germania che arranca, dove niente funziona più come prima. Clamoroso, ma è così.Dalle strutture che non funzionano più ai rapporti di civiltà che cadono in prescrizione, il passo è breve. Berlino, chiunque l’abbia vista anche solo una volta, è una città perennemente in cantiere: Alexanderplatz, come il resto del centro, è da decenni tempestata di gru e impalcature. Di fronte al Radisson, dove alloggio stavolta, un budello di strutture tubolari e ponteggi attraversa il marciapiede: aperto, apparentemente transitabile, con ogni segno di poter essere un percorso verso l’altro lato della piazza. Ho seguito una signora che vi si era infilata con naturalezza. Peccato che dopo quasi trecento metri ci si ritrovi pieni di polvere, in mezzo a calcinacci, con il rischio che un mezzo ti spiani in retromarcia. È, semplicemente, un vicolo cieco. Nessuna uscita se non tornare indietro sui propri passi. Riattraversando il budello, mi fermo davanti ad alcuni operai, che mi avevano visto passare senza avvertirmi, e dico con garbo che sarebbe bastato un avviso, o anche un breve richiamo, piuttosto che lasciarmi scoprire da solo che la strada era un cul-de-sac. La risposta è uno sguardo di scherno tra loro e un cenno di disprezzo incontrovertibile: sono fatti tuoi.Non credo di sbagliare se dico che vent’anni fa, ma anche solo appena prima del Covid, un atteggiamento pubblico così irrispettoso sarebbe stato inconcepibile in Germania. Non per eccesso di burocrazia, ma per una forma di rispetto civile verso l’altro, specie se straniero. Indifferenza? Pigrizia? Lassismo civico? Assenza di senso del prossimo? C’è un po’ di tutto, come segno dei tempi. E si nota maggiormente dove prima regnavano ordine e rispetto.Del resto, anche la povertà è cambiata. È diventata visibile sotto il sole: ciò che era un tabù da tenere nascosto anche in Germania è emerso alla luce. Fatevi un giro sotto i numerosi ponti delle S-Bahn nelle grandi città tedesche, i treni in superficie che viaggiano sulle sopraelevate. È impressionante il numero di clochard accampati che mangiano, dormono, si lavano e fanno i loro bisogni all’addiaccio. Non solo sono aumentati, e la loro presenza nelle città tedesche è ormai visibile dove prima era impensabile, ma li si trova anche nelle piazze dei centri storici delle città ricche, non soltanto nei pressi delle stazioni. E accanto ai senzatetto di sempre è comparsa una categoria nuova, più inquietante: anziani, tedeschi bianchi, dall’aria insospettabile, che rimestano nei cestini dell’immondizia o allungano il palmo davanti all’uscita dei centri commerciali, dei cinema e dei teatri in cerca di una moneta per il Mittagessen, per il pranzo. Un teatro che, fino a qualche anno fa, in questa società non sarebbe stato pensabile.Così, alla fine, tutto converge in un punto. Il mito dell’efficienza tedesca si sgretola sui binari sbagliati; il patto civile si incrina in un vicolo cieco senza cartello; la locomotiva d’Europa arranca con un carburante che non arriva più; e si finisce con l’immagine, da cupio dissolvi, degli anziani che frugano nei cestini davanti ai teatri illuminati, chiudendo il cerchio con una perfezione crudele.Ma non bisogna credere che tutto ciò sia successo improvvisamente. È lo smottamento progressivo e lento di una società che aveva costruito la propria identità sul funzionamento delle cose e che ora si ritrova a fare i conti con il funzionamento delle persone, che è sempre stato, forse, il vero punto cieco.Viene da chiedersi, allora, se il modello tedesco non fosse già da tempo una maschera portata con convinzione e se le altre società europee, quelle che guardavano al Nord con deferenza e un pizzico di complesso d’inferiorità, non stessero semplicemente ammirando un’efficienza di facciata, destinata a reggersi finché i prezzi dell’energia erano bassi e la Cina comprava.Ora che né l’una né l’altra condizione sussistono, la domanda vera non è cosa stia succedendo alla Germania. La domanda vera è: cosa facciamo, adesso che il Nord non è più il Nord? Dove guardiamo, noi italiani abituati a orientarci per contrasto; noi che ci consolavamo dei nostri difetti sapendo che, da qualche parte, oltre le Alpi, qualcuno faceva le cose per bene?