Come emerge progressivamente, l’attuale guerra all’Iran agisce come catalizzatore di processi globali la cui portata sembra sfuggire ogni giorno di più. Se però sono tante le cose che non riusciamo ad afferrare, è perché queste accadono con una rapidità e una virulenza che sfidano evoluzioni storiche risultanti da dinamiche secolari (Trump non lo sa, ma l’impero persiano esiste da prima del nostro Medio Evo, e ha conosciuto il suo massimo splendore nel sesto secolo).Prima considerazione da fare: la geografia e la geopolitica mondiali sono cambiate radicalmente nel corso dei secoli. Si tratta di un processo che, a ben vedere, sempre più ha una causa preponderante: il ruolo – e la disponibilità – di risorse naturali che nel tempo hanno avuto un peso relativo diverso nell’accumulazione della “ricchezza” delle nazioni.Sulla base di questa evoluzione, una seconda considerazione importante è quella fatta recentemente dal politologo Amitav Acharya, della American University di Washington, il quale in modo molto assertivo ha dichiarato che l’attuale ordine mondiale non è più monopolio dell’Occidente. Due settimane fa le sue parole sono state riprese da Alexander Stubb, il presidente della Finlandia, che intervenendo ai colloqui di Raisina in India ha notato come molto del potere mondiale stia passando dalla parte “avanzata” del globo a quella del Sud Globale. Con queste parole Acharya e Stubb vogliono dire che a contare in modo precipuo nell’era odierna non sono più i valori dell’Occidente, le loro forme di regolazione socio-economica, la produzione scientifica e culturale, i loro beni oggetto di scambio. Oggi, soprattutto in forza delle nuove catene di approvvigionamento e dei processi demografici in corso, a contare sempre più sulla scena mondiale sono i popoli finora negletti, quelli tenuti ai margini delle traiettorie di crescita felice e “democratica”. Oggi, in virtù di rapporti di scambio sempre meno ineguali, questi Paesi avanzano con tassi di crescita per noi inimmaginabili, trascinando nel percorso i detriti di forme di governo e regolazione spesso non-democratiche, o palesemente autocratiche.Si tratta, appare giusto ricordarlo, del punto di arrivo di un processo iniziato nel 1955, anno in cui Sukarno, allora leader dell’Indonesia, decise di convocare a Bandung la prima riunione internazionale del “resto del mondo”, di quelli che lui amava definire “i popoli di colore”. Da allora il mondo globale si è presentato, prima idealmente e poi nella prassi politica ed economica, diviso in blocchi contrapposti, in due fronti che la caduta del muro di Berlino ha fatto evolvere lungo traiettorie diverse da quelle legate ai rispettivi sistemi economici – capitalismo e/o socialismo. La divisione, infatti, passa sempre più lungo linee che nulla hanno a che fare con le ideologie, ma sono delimitate dal controllo delle risorse, fisiche (materie prime) e finanziarie (flussi di pagamento).Con l’andar del tempo, molti dei Paesi del Secondo Mondo si sono uniti in alleanze strategiche, di carattere commerciale ma non solo, per affermare un loro ruolo sempre meno dipendente sia dall’economia che dalla finanza mondiale. Alla creazione, poco dopo Bandung, del G77 (che in realtà riunisce oltre 100 Paesi) è infatti seguita una serie di formazioni dagli acronimi più diversi: si va dall’Asean allo Rcep, dal Mercosur ai Brics – passando per la ininfluente e “politica” Alba, nata sotto l’egida di Cuba e Venezuela. (Ma ve ne sono anche altre, per lo più limitate regionalmente a territori dell’Africa o dell’America Latina.)Se possiamo dunque considerare queste alleanze le strutture politico-economiche alternative in cui si articola istituzionalmente il Sud Globale, appare lecito chiedersi: quale peso esse stanno avendo – o potranno avere – nell’evoluzione della guerra in corso in Iran, epitome dello scontro fra i due “mondi” che compongono oggi il pianeta terra? Per rispondere a queste domande va subito chiarito un aspetto cruciale della questione: tutte le alleanze esistenti tra Paesi del Sud Globale hanno carattere eminentemente commerciale ed economico, e nessuna di esse si fonda su accordi che prevedono forme di difesa congiunte nel caso di attacchi di Paesi terzi. (La cosa, incidentalmente, è stata fatta notare subito dopo l’intervento israelo-americano da Dmitrii Peskov, portavoce di Putin, mentre esprimeva la massima costernazione e vicinanza per le disgrazie dell’alleato; alleato in quanto dal gennaio 2024 l’Iran fa parte a pieno titolo dei Brics, la formazione di cui la Russia è stata tra i 5 soci fondatori nel 2006).Veniamo all’oggi, allo stallo che persiste a fronte della pervasività crescente della guerra, in una situazione che vede sempre più Paesi o coinvolti direttamente o toccati dagli effetti economici della stessa. L’elemento fondamentale, per ipotizzare le risposte possibili delle varie alleanze di Paesi del Sud Globale, passa ancora una volta per le linee di demarcazione che abbiamo indicato: infatti la disponibilità di materie prime – soprattutto energetiche, ma sempre più anche alimentari – contribuisce a creare una divisione cruciale fra i tanti raggruppamenti di Stati, spaccando quello che potrebbe apparire come un possibile fronte di resistenza.Questo perché le tante unioni multinazionali oggi presenti nel Sud Globale hanno messo in moto processi che hanno prodotto riduzioni di barriere tariffarie, aree di libero scambio (a volte anche molto ampie, come nel caso dell’ African Continental Free Trade Area, che riunisce 55 Stati e rappresenta l’area di libero scambio più grande del mondo), un aumento del commercio interno e internazionale, progetti infrastrutturali comuni di grande portata… E però, anche per la non omogeneità tra gli Stati membri, non sono riuscite a costituire entità statutarie e istituzionali in grado di dare risposte comuni, politiche o anche solo economiche, ad eventi come l’aggressione dell’Iran o del Libano.La mancata convergenza economica tra i Paesi delle varie alleanze (obiettivo mitico che non è neppure contemplato dallo Rcep, il più grande accordo commerciale esistente, che agli originari 15 Paesi membri dell’Asia-Pacifico nel 2020 ha aggiunto la Cina, il Giappone, la Corea, l’Australia e la Nuova Zelanda) fa sì che al momento attuale nel Sud Globale si vada delineando una suddivisione netta fra Paesi esportatori di energia (che paradossalmente si trovano oggi sulla stessa sponda degli Stati Uniti) e Paesi che invece sono importatori netti, e che rischiano per di più di dover affrontare, per l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti e di altre materie prime agricole, crisi alimentari e quindi di Bilancio.Molto indietro è anche l’obiettivo, posto da tutte le alleanze, di una maggior autonomia finanziaria, da perseguirsi in primis attraverso la tanto decantata e auspicata “dedollarizzazione”. Alcuni passi in questo senso sono stati compiuti, ed è vero che una parte crescente dell’interscambio tra i Paesi del Sud Globale avviene con valute altre da quella statunitense (principalmente lo yuan cinese), ma è molto difficile immaginare che, come proposto da alcuni, l’Iran possa davvero assicurare il transito di alcune petroliere nello Stretto a fronte di pagamenti in moneta cinese.Infine, c’è la questione dello scarso peso politico sulla scena mondiale di molte di queste alleanze, anche per la eterogeneità e la divergenza di interessi al loro interno. In questo senso, l’unico raggruppamento rilevante (anche se caratterizzato da scambi intra-area non elevati) potrebbe essere quello dei Brics, che dagli iniziali 5 Stati è arrivato oggi a comprenderne ben 11, tra cui l’ Iran, oltre ad alcuni con status di partner.Non a caso, il presidente iraniano Pezeshkian, e prima di lui il ministro degli Esteri Aragchi, si sono rivolti proprio ai vertici di questa organizzazione per richiedere formalmente un aiuto nel disinnescare la spirale bellica, proponendo anche la creazione di una nuova “architettura istituzionale” per regolare le questioni relative alla sicurezza dell’area. A sua volta, il discusso economista statunitense Jeffrey Sachs giorni fa ha proposto che proprio i Brics intervengano come intermediari per fermare la guerra in corso.Gli eventi si stanno accavallando con tale virulenza ed erraticità che al momento è difficile valutare le effettive probabilità di accettazione della proposta di Sachs. In ogni caso, se mai la cosa accadesse potremmo dire che un organismo del Sud Globale ha raggiunto uno degli obiettivi che più raramente questi Paesi si sono posti: quello di una maggior rilevanza diplomatica sulla scena mondiale.