Una svista, dice lui, è costata il posto di lavoro per un bancario di Faenza, in provincia di Ravenna. Quella svista altro non era però che un video di 45 secondi mandato a una collega dell’ufficio marketing. La vicenda risale al luglio 2025, lui sarebbe stato convinto di aver mandato materiale da cui trarre spunto per una presentazione. Alla collega aveva scritto chiedendo aiuto, perché lui non riusciva ad aprire il file che aveva allegato. Peccato però che la collega quel file è riuscita ad aprirlo benissimo e molto probabilmente non avrebbe mai voluto. Il file altro non era che un video fatto col cellulare in cui veniva ripresa un’altra dipendente della stessa banca in atteggiamenti espliciti. Stupita davanti a quelle immagini, la collega del marketing ha segnalato la vicenda ai suoi superiori, che su due piedi hanno licenziato il bancario.Perché il giudice di Ravenna non gli ha credutoL’uomo ha impugnato il provvedimento in tribunale chiedendo reintegro e risarcimento, ma il giudice Dario Bernardi del Tribunale civile di Ravenna ha rigettato il ricorso, condannandolo anche a 5.000 euro di spese legali. Nella sentenza di primo grado, dopo aver ascoltato numerosi testimoni, il magistrato ha smontato pezzo per pezzo la tesi dell’errore. Se davvero l’impiegato non fosse riuscito ad aprire un file di lavoro, avrebbe dovuto rivolgersi all’ufficio informatico, «e non ad una collega dell’ufficio marketing con la quale non aveva mai interagito prima». La collega destinataria del video, dal canto suo, ha raccontato al giudice tutt’altra storia: «Solamente dopo l’invio del video mi venne a dire che dovevamo lavorare insieme, solo io e lui. Mi ha toccato molto professionalmente e moralmente parlando non ho vissuto bene tutto il periodo successivo».Il tribunale: violazione del codice etico, giusta causa confermataPer il Tribunale di Ravenna il comportamento dell’uomo ha integrato una violazione delle regole di convivenza lavorativa previste dal codice etico aziendale, ed è stata confermata la giusta causa di licenziamento, ritenendo «l’atteggiamento del ricorrente verso la collega grave». Quanto alle motivazioni più profonde del gesto, la sentenza è netta: «Non spetta a questa sede stabilire le motivazioni personali più profonde di un tale invio». Resta il fatto, per il giudice, che un video erotico di una collega sia stato mandato a un’altra dipendente appena conosciuta durante un meeting aziendale. Un episodio che all’impiegato è valso la perdita del lavoro e un conto salato in spese processuali.Foto di hamonazaryan1 da PixabayL'articolo Crede di mandare un powerpoint, ma è il video porno di una collega. La banca lo caccia: lui vuole pure il risarcimento proviene da Open.