LA VOCE DELLE VOCI: News // 7 Marzo 2026 di Furio Lo ForteDa giornalisti abbiamo frequentato il Tribunale de L’Aquila per un lungo periodo. Conosciamo quel contesto, per questo non ci stupisce il disprezzo con cui alcuni magistrati stanno gestendo il caso della famiglia Trevallion. Ultima mossa dopo la sospensione della potestà genitoriale: l’allontanamento di mamma Catherine dai tre bambini, strappati ai genitori e collocati in una casa famiglia, nonché il repentino trasferimento dei piccoli ad altra struttura.Oltre 10 anni fa eravamo imputati per diffamazione di una esponente politica, parente di un noto magistrato. L’Aquila non avrebbe avuto alcuna competenza, dal momento che il giornale si stampava a Roma. Ma poiché per la donna era più comodo agire in giudizio nel suo paese, in provincia de L’Aquila, dentro la cerchia di amici che, anche nelle istituzioni, ne sostenevano la scalata politica, non le era stato difficile trovare un giudice particolarmente benevolo. Lo stesso che in quella cittadina di provincia respinse tutte le nostre eccezioni sulla incompetenza territoriale e le prove esibite accogliendo, senza batter ciglio, le doglianze della donna sul presunto “patema d’animo”, che asseriva di aver provato dopo aver letto le due righe del nostro articolo, esibendo il certificato di una psicologa del posto, sua conoscente ed amica. Risultato ampiamente previsto: quel giudice condannò noi e il giornale a risarcirle più del doppio di quanto aveva chiesto: centomila euro cash.Il giudizio di secondo grado, che ingenuamente intentammo per far valere le nostre ragioni calpestate in primo grado ed esibire le prove sulla fulminea escalation politica della donna (altro che “patema d’animo”…), si tenne per l’appunto dinanzi alla Corte d’Appello del Tribunale de L’Aquila. Lo stesso territorio dove lei era candidata al Parlamento.Scontato l’esito dell’appello: la condanna venne confermata de plano senza nemmeno prendere in considerazione le prove esibite dal nostro difensore, un attivista locale da sempre impegnato a difendere i diritti umani. Quella sentenza, con relative esecuzioni forzate fin dentro casa, provocò la chiusura della Voce dopo 30 anni di permanenza in edicola. La donna – o l’amico e conterraneo magistrato che muoveva i fili – provò perfino a far mettere all’asta la testata. Quel dolore, quel senso di impotenza e di ingiustizia per noi si rinnova oggi, leggendo il dramma della famiglia Trevallion. Ciò che ci fa venire i brividi è quella certezza di essere considerati sudditi, peggio, avanzi di esseri umani, dinanzi a quella Corte. Noi siamo noi, possiamo tutto, e voi non siete niente. Questo il messaggio che ci arrivava durante le udienze. Lì capisci che possono violare qualunque tipo di codice o procedura, perché sono perfettamente consapevoli che il CSM, se mai interpellato, assegnerà loro la più totale, assoluta impunità, grazie alla schiacciante maggioranza di togati al suo interno: due terzi, contro la sparuta minoranza di laici nominati dal Parlamento, impossibilitati ad affermare quanto meno la dignità dei cittadini di fronte a palesi ingiustizie.Con la stessa arroganza oggi alcuni giudici di quel Tribunale scandalizzano l’Italia intera allontanando la madre dai tre bambini, dopo aver provocato nei piccoli un trauma dalle conseguenze incalcolabili per averli sottratti alla famiglia ed affidati al solito, collaudato giro di assistenti sociali collegati a questo o quel giudice. Più che una decisione, quel provvedimento suona come una sfida in piena regola, un’affermazione di onnipotenza assoluta. Dopo decenni di impunità garantita sono arrivati anche a questo. Con le vite umane possono anche giocarci. Perché loro sono loro. E tu non sei nessuno.Fonte originale: https://www.lavocedellevoci.it/2026/03/07/a-proposito-del-caso-trevallion/