Cuba: ‘Il petrolio è vita’, diario di una giornata al mercato nero di L’Avana

Wait 5 sec.

“Se ho mai comprato medicine al mercato nero? Chiaro, senza mercato nero mio fratello sarebbe già morto”. Da tempo, ormai, gli scaffali delle farmacie a Cuba sono vuoti. Nonostante il sistema sanitario nazionale universale e gratuito, la distribuzione di farmaci anche salvavita è diventata sempre più scarsa e così sempre più persone si rivolgono al mercato nero. Tra questi c’è anche Miguel, la persona che ci ha appena confessato di acquistare con regolarità medicine al mercato nero. Pur lavorando come infermiere in un ospedale di L’Avana, senza farmaci di contrabbando Miguel non saprebbe come prendersi cura del fratello Corrado, da anni paralizzato a un lato del corpo e con la gamba sinistra amputata.  Inviati a Cuba per provare a raccontare la situazione che sta vivendo l’isola in questo difficile frangente internazionale, abbiamo provato a vederci più chiaro su come funzionasse effettivamente il ‘mercado nero’. Sfruttando alcune nostre conoscenze in città, abbiamo quindi chiesto a una nostra fonte se potesse accontentarci , così da provare noi stessi a portare a termine l’acquisto di un farmaco di contrabbando. Fortunatamente, il nostro fixer si rivela la persona giusta e ci accompagna in una di queste ‘farmacie’ alternative.Il posto non è segreto: un appartamento al primo piano di un centralissimo palazzo di Habana Vieja. Già nei vicoli intorno è facile imbattersi in cubani di ogni età che, per strada, vendono blister di medicinali anche con sole poche pillole rimaste all’interno. Chiunque ha accesso a dei farmaci sa che rappresentano una forma di guadagno immediato e sostanzioso. Le ‘farmacie’ del mercato nero, però, non sono così improvvisate. Lanciando lo sguardo – e la telecamera – oltre la porta con sbarre di ferro che si apre davanti a noi sul pianerottolo, salta subito all’occhio come nella stanza abbondino scaffali ripieni di medicine di ogni tipo:“Sto portando qui un mio amico francese che vuole comprare dei farmaci per la famiglia”, spiega il fixer alla donna dall’altra parte del cancello: “Come si chiama la medicina che cerchi?”, ci chiede. Prima di salire, ci eravamo messi d’accordo con il nostro uomo che avremmo provato ad acquistare del cortisone: “Bentelan, cortisone”, le diciamo. La donna non conosce il nome proprio del farmaco, ma capisce più o meno cosa cerchiamo e ci propone una crema. Per continuare la contrattazione, le diciamo che va bene lo stesso. Si dirige, così, in un’altra stanza accanto alla porta di ingresso, dove c’è tutta un’altra sala adibita a deposito.La ‘farmacista’ che ci sta servendo è bianca, caucasica, ma parla uno spagnolo perfetto, senza accenti. Durante l’intervista a casa sua fatta poche ore prima, Miguel ci aveva spiegato come il contrabbando di farmaci, a L’Avana, sarebbe in mano ai russi: “Come funziona il mercato nero? Qui vicino c’è una donna che viene dalla Russia, va lì e porta qui i medicinali, rivendendoli poi a prezzi esorbitanti. Da dove prendono le medicine? Dalla Russia”, insiste. Effettivamente, il prezzo chiesto dalla donna per la crema al cortisone è di 1500 pesos cubani, equivalenti a circa 3 dollari. Miguel, come infermiere, e quindi con uno stipendio leggermente sopra la media, guadagna 11mila pesos, che equivalgono a circa 20 dollari al mese. Lo squilibrio è evidente.La donna ritorna per mostrarci una crema al cortisone di 15 g. Le diciamo che va bene e il nostro fixer porta quindi a compimento la transazione. Si può pagare in qualsiasi valuta: euro, dollari, pesos. Le consegna quanto richiesto e conclude l’acquisto, così che possiamo allontanarci e lasciare posto alla fila di prossimi clienti che, nel frattempo, si era accumulata sulle scale della palazzina. Un contrasto che stride fortemente con le farmacie di Stato di L’Avana, vuote di farmaci e persone che provano ad acquistarli.Questa finestra sul mercato nero cubano ci è stata aperta dalla lunga chiacchierata che abbiamo potuto affrontare con Miguel e Corrado. Non sono stati loro ad accompagnarci direttamente nel nostro tour all’interno dell’economia sommersa di L’Avana, ma sono stati i primi a parlarcene in maniera chiara. La questione è infatti emersa durante l’intervista che i due ci hanno voluto concedere, invitandoci per mezzo della nostra fonte a casa loro, nel centro storico della capitale. Il loro obiettivo era denunciare le condizioni in cui sono costretti a vivere e di cui lo Stato non vuole occuparsi: “Cosa aspetto? La morte di mio fratello e la mia”. Parole durissime, lapidarie, che riconsegnano tutta la drammaticità di chi, come Miguel e Corrado, prova oggi a sopravvivere a L’Avana. Miguel, infermiere in uno degli ospedali più grandi della capitale, denuncia di essere stato abbandonato dallo Stato mentre si trova a occuparsi del fratello. Il governo, infatti, “non ci aiuta perché Corrado ha un fratello e secondo loro per questo non deve avere assistenza”. Per le istituzioni, insiste, non c’è niente che loro possano fare, deve essere lui che “deve farsi carico del fratello”.Ad accoglierci in casa è Corrado, bloccato sulla poltrona di casa mentre guarda su un vecchio schermo con il tubo catodico i canali della televisione cubana in Florida che in alcune zone di Habana Vieja riescono ad arrivare. Si presenta con il suo nome completo, ‘Corrado Madrazo Avalon’ e racconta di essere stato pugile della nazionale cubana tra il 1987 e il 1989. L’uomo, in sedia a rotelle e catetere ben in vista, è stato operato due anni fa a causa di una ferita che si è procurato lui stesso con una lama, mentre provava a togliere un callo che gli era venuto dopo che aveva calpestato qualcosa con il piede. La ferita si era infettata e la gamba sinistra era andata in cancrena, costringendo i medici ad amputargliela. Alcuni anni prima dell’operazione, però, l’uomo era stato già colpito dalla paralisi di un intero lato del corpo:“Corrado è stato operato in ospedale in maniera gratuita – racconta Miguel – ma poi nulla più, tutta la sua riabilitazione è stata a carico mio”. Da quel momento il recupero è stato “molto lento”. “La situazione di Corrado è precaria” e per Miguel è difficile avere accesso anche ai beni di prima necessità perché, pur lavorando come infermiere, “in questo momento ho uno stipendio che non è buono”. Uno dei problemi principali è reperire i farmaci: “le medicine ci sono quando ci sono, ma ad esempio c’è un farmaco che gli hanno prescritto a vita e che non riesco mai a dargli”. Da qui la necessità di rivolgersi al mercato nero, senza il quale, come Miguel stesso ci ha confessato, Corrado sarebbe già morto da tempo.Nel frattempo, però, l’infermiere continua a prendersi cura, da solo, del fratello tutto il giorno: “Cosa faccio per Corrado? Tutto. Mi alzo, devo metterlo a sedere perché lui da solo non riesce, quando deve andare in bagno devo portarlo io stesso e pulirlo” e così via per ogni esigenza.Corrado stesso è consapevole di quanto il fratello faccia per lui e sente di essere un peso. A sua volta, infatti, si lamenta di essere bloccato in casa da cinque mesi e non poter uscire: “Non ho una sedia per muovermi”, denuncia, non nascondendo il fatto di “sentirsi abbandonato dal governo”:“Se avessi la possibilità di chiedere una cosa a Diaz-Canel? Una sedia, per muovermi e camminare”, risponde senza esitazioni. Per forza di cose, la conversazione si fa quindi più politica: “Con Fidel andava tutto più o meno meglio di adesso”, ma dopo la fine del suo governo e di quello del fratello Raul che ha lasciato la guida a Diaz-Canel secondo Miguel “subito è andato tutto peggio, molto peggio”. La domanda, a questo punto, è quasi inevitabile: “Se spero nell’arrivo degli americani? Non credo più né a chi sta qui, né a chi sta là. È tutto uno scherzo: quelli con questi, questi con quelli”. “A me della politica non interessa, perché so che la politica è sporca, di qualsiasi governo si parli”.A Cuba, forse, non è più il tempo per permettersi il lusso della politica. La situazione è sempre più grave. E Corrado, che nella difficoltà è più diretto del fratello, va dritto al punto: “Qual è il problema più grande di Cuba in questo momento? Il cibo. Oggi stiamo male, molto male, non c’è nulla ed è tutto molto costoso”, si lamenta l’ex campione di pugilato. Miguel allora interviene di nuovo, spiegando che il sistema di distribuzione dei beni di prima necessità che il governo cubano ha messo su sin dall’inizio del periodo castrista è ormai al collasso. Le ‘bodegas’ alle quali a inizio mese la popolazione era solito rivolgersi per ritirare i prodotti previsti dalle proprie ‘libretas’ stentano a consegnare la merce, diminuendo drasticamente le dosi o, addirittura, saltando la consegna per uno o più mesi: “La ‘libreta’? La ‘libreta’ non esiste più, ormai devo comprare tutto all’esterno e lì è tutto carissimo”, denuncia l’infermiere, che racconta come ormai, per acquistare cibo e altri beni necessari, sono costretti a rivolgersi alle ‘mipymes’, le piccole o medie imprese anche ad iniziativa privata che il governo, negli ultimi anni, ha liberalizzato all’interno di una politica di tiepida apertura alle logiche del mercato libero:“Sono molto più care – commenta però Miguel – un pacchetto di riso costa 700 pesos e io da infermiere ne guadagno 11mila (20 dollari, ndr)”.Ma come ci è finita, Cuba, in queste condizioni? “Dicono che il problema sia il ‘bloqueo’, siamo sotto embargo da 60 anni”, risponde l’uomo, sottolineando però come le cose stiano peggiorando negli ultimi mesi, a seguito del blocco petrolifero imposto dagli USA: “Prima non stavamo bene, ma stavamo meglio di adesso”. Di nuovo, è Corrado a sintetizzare il tutto nella maniera migliore possibile: “La soluzione? Che torni il petrolio a Cuba”, risponde senza esitazioni.Proprio la scarsità di petrolio rappresenta, infatti, forse il problema più urgente che Cuba si ritrova ad affrontare negli ultimi mesi. A causa della crisi energetica dovuta al blocco petrolifero, solo nel mese di marzo il sistema elettrico nazionale è collassato per ben tre volte, lasciando l’intero paese al buio per più giorni. Contestualmente, la mancanza di petrolio ha comportato una difficoltà sempre più grande nel reperire carburante per i mezzi di trasporto. I collegamenti da una parte all’altra dell’isola sono sempre più scarsi e costosi, ma anche all’interno delle stesse città è sempre più raro vedere veicoli girare per le strade.L’Avana non fa eccezione: le autovetture a motore termico che si muovono nella capitale sono per lo più quelle destinate ai pochi turisti che si recano in vacanza sull’isola, rappresentando ancora una delle fonti di guadagno più alte a cui è possibile accedere per i cubani che possono scarrozzarli da un lato all’altro della città.La scarsità di benzina è tale che le pompe adibite al rifornimento sono quasi tutte chiuse e riuscire a riempire i serbatoi delle auto è diventato estremamente difficile e costoso.Lo scenario è quindi perfetto affinché emerga in maniera sempre più capillare un mercato sommerso in cui, a costi proibitivi per la maggior parte della popolazione, è possibile accedere alle riserve di benzina che arrivano in maniera illegale sull’isola. Il contrabbando di carburante è diventata un’attività comune a L’Avana, nei cui vicoli si diffonde sempre più capillarmente il mercato nero della benzina. Per avere un quadro completo della situazione, allora, non potevamo non chiedere al nostro fixer di trovarci una testimonianza anche di quest’altra attività illegale. Grazie a lui e ai suoi contatti nel centro storico della capitale, riusciamo quindi ad avere accesso a uno dei depositi di carburante di contrabbando di Habana Vieja. Si tratta di un garage chiuso a chiave da un cancello che dà direttamente su uno dei vicoli centrali della capitale. Stavolta, però, nessuna compravendita, solo la possibilità di visitare il magazzino. Entrando, lo spazio è composto da più sale. In fondo all’ultima c’è un tavolo con diverse taniche e bottiglie di plastica. I contenitori, però, sono tutti semivuoti, segno che la domanda è altissima e che anche le riserve del mercato nero si esauriscono velocemente. Del liquido giallo, però, ancora lo si trova sul fondo delle taniche. L’odore è inconfondibile: si tratta di benzina.In meno di due minuti siamo costretti a riuscire: troppi occhi indiscreti ci hanno visto entrare, meglio non rimanere dentro ancora a lungo. Mentre ci allontaniamo, chiediamo al nostro uomo come funzioni quest’altro business. La nostra fonte si dice sicura che il carburante arrivi in garage come questo tramite delle grosse autocisterne che si vedono spesso trasportare l’acqua nelle strade di L’Avana. L’acqua, infatti, rappresenta un altro grande problema legato alla mancanza di luce, in quanto senza elettricità le pompe non riescono a spingerla all’interno delle tubature e le case non riescono a essere rifornite. Questo fa sì che molto spesso l’acqua arrivi con i camion direttamente nelle zone più popolari, innescando così un sistema di trasporto tramite autocisterne molto comune, che renderebbe meno sospetta la presenza delle autocisterne cariche di benzina. Attraverso questo stratagemma, quindi, il carburante arriverebbe in città, rendendo agevole la vendita al dettaglio dei contrabbandieri. Secondo il nostro uomo, ancora, se sono i russi a gestire il traffico illecito di medicine a L’Avana, per quanto riguarda lo spaccio di carburante bisogna rivolgersi ai cinesi. Va detto che noi non abbiamo avuto la possibilità di verificare la loro presenza.Quello che possiamo invece certificare è che i costi di un rifornimento clandestino sono più o meno gli stessi ovunque nelle diverse zone della città, assestandosi intorno a un prezzo di 6000 pesos al litro, all’incirca 11 dollari. In un paese in cui la classe media, quando è fortunata, arriva a guadagnare 20 dollari al mese, la spesa supera qualsiasi regola di buonsenso.Eppure, in molti casi c’è poco da fare, se non continuare a finanziare il contrabbando. E se fatichiamo a capirlo fino in fondo, è il nostro fixer, un’ultima volta, a darci la chiave di lettura più accurata possibile: “Petroleo es vida”, il petrolio è vita. E Cuba lo ha scoperto a proprie spese. Questo articolo Cuba: ‘Il petrolio è vita’, diario di una giornata al mercato nero di L’Avana proviene da LaPresse