Il caso della donna di 57 anni morta nel suo appartamento di Verona sommersa da oggetti, scatole e sacchetti ha riacceso l’attenzione su un problema che non riguarda solo i partecipanti a degli show televisivi americani. Casi di questo tipo, infatti, non sono isolati. Solo lo scorso agosto, a Rivalta in Piemonte, una giovane ragazza aveva perso la vita in un incendio divampato in una casa piena di oggetti. Tutti abbiamo oggetti a cui siamo affezionati, che accumuliamo in garage o cantine. Ma quando l’accumulo diventa estremo, può sfociare in una condizione patologica chiamata disposofobia, o disturbo dell’accumulo. Per comprendere cosa scatti nella mente di chi ne soffre e perché l’accumulo può essere pericoloso, Open ha parlato con la dotteressa Tiziana Corteccioni, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento clinico cognitivo-comportamentale.Che cos’è la disposofobia e perché non è semplice disordine«Si tratta di un disturbo psicologico caratterizzato da una difficoltà persistente nel buttare o separarsi da oggetti anche di scarso valore», spiega la dottoressa Corteccioni. Spesso si pensa, erroneamente, che il problema possa risolversi mettendo in ordine, ma come chiarisce la psicoterapeuta, «c’è una grande differenza rispetto al disordine perché comunque il disordine prevede anche dei periodi in cui tu metti in ordine. Invece nel disturbo d’accumulo non si riesce proprio a iniziare». Il disturbo si manifesta quindi accumulando oggetti spesso inutilizzati e ancora imballati, perché il legame emotivo con l’oggetto è centrale più dell’uso dell’oggetto stesso. «Non è l’uso dell’oggetto che conta, ma il fatto di averlo. Rappresenta un modo per colmare un vuoto o gestire il senso di colpa», sottolinea Corteccioni. Come ci racconta, ci sono tantissimi casi in Italia, ma spesso non se ne ha consapevolezza perché non esistono dati precisi. Molti pazienti non parlano del problema per vergogna, «a me lo raccontano solo alla fine della visita» dice la dottoressa.Quando l’accumulo diventa patologicoMolti faticano a separarsi da oggetti che hanno un valore affettivo, ma come capire quando l’accumulo smette di essere «normale» e diventa patologico? Secondo la dottoressa «il confine tra l’accumulo e la disposofobia è lo spazio occupato. Se gli ambienti abitativi diventano così pieni da impedire le attività quotidiane, si tratta di accumulo patologico. Non è più uno sgabuzzino pieno, è tutta la casa che diventa invivibile». Il disturbo è spesso associato a difficoltà decisionali. Spesso il paziente non riesce a scegliere cosa conservare o scartare, perché teme di aver bisogno dell’oggetto in futuro. «Anche oggetti apparentemente innocui, come giornali o pacchetti mai aperti, possono creare forte ansia se eliminati», racconta la dottoressa. Prima di Internet, i giornali erano un esempio tipico di oggetti ammassati perché anche se in quel momento non servivano, il paziente temeva che potessero tornare utili in futuro, ad esempio per rileggere una notizia. È proprio il senso di possibile utilità futura a rendere difficile l’atto di separarsi dagli oggetti. «Ho visto foto di case in cui le persone non riuscivano neanche a mangiare, perché pile di giornali e altri oggetti occupavano i tavoli e gli spazi essenziali», aggiunge Corteccioni.Possibili cause, fattori e impatto sulla vita quotidianaLe cause della disposofobia sono spesso complesse. «Predisposizione genetica, traumi, perdite affettive o esperienze che aumentano il senso di responsabilità verso gli oggetti possono contribuire allo sviluppo del disturbo», spiega Corteccioni. In più la vergogna per le condizioni della propria abitazione porta spesso a un isolamento progressivo. Si smette di invitare persone a casa, si evitano i contatti e, di conseguenza, può insorgere anche la depressione. «Spesso sono proprio i familiari i primi a notare il problema e a convincere il paziente a consultare uno specialista», racconta la dottoressa, evidenziando come la rete degli affetti sia spesso l’unico ponte rimasto tra il paziente e la cura.Come si cura la disposofobiaChi soffre di questo disturbo tende spesso a minimizzare la propria condizione, rendendo difficile l’approccio iniziale. Come spiega la dottoressa Corteccioni, «è un po’ come fa il ludopatico che dice che non gioca, i pazienti dicono “io sono solo disordinato, non sono un accumulatore”». Per questo motivo, il trattamento più efficace combina la psicoterapia cognitivo-comportamentale. La psicoterapia prevede un percorso graduale di decluttering guidato, cioè un riordino che aiuta il paziente a decidere quali oggetti conservare, vendere o buttare, partendo da spazi piccoli come un cassetto. In questo modo, il paziente affronta gradualmente l’ansia legata alla separazione dagli oggetti. Nei casi più gravi, la terapia può essere affiancata da farmaci come antidepressivi, stabilizzatori dell’umore o ansiolitici, che supportano il percorso «senza sfiduciare il paziente». La durata del trattamento è molto variabile e dipende dal paziente e dalla gravità del disturbo. «Non c’è un tempo limite, però almeno un anno di psicoterapia cognitiva si consiglia», conclude la dottoressa.L'articolo Accumulatrice seriale morta a Verona, parla la psichiatra: «Ecco come distinguere la disposofobia dal semplice disordine» proviene da Open.