All’indomani del referendum, il campo largo si scopre più competitivo ma non ancora compiuto. La vittoria del No ha riacceso ambizioni e riequilibrato i rapporti di forza, consegnando al Movimento 5 Stelle una centralità che fino a poche settimane fa sembrava appannata. Il ritorno sulla scena di Giuseppe Conte, il dialogo non semplice con il Pd di Elly Schlein e le incognite su leadership e programma rendono questa fase tanto promettente quanto fragile. Perché se è vero che l’opposizione può capitalizzare il vento favorevole, è altrettanto chiaro che la partita si giocherà sulla capacità di trasformare lo slancio politico in un’alternativa credibile e coesa. In questo scenario, il capogruppo alla Camera dei 5 Stelle, Francesco Silvestri, traccia la rotta con Formiche.net.Silvestri, il Movimento 5 Stelle esce rafforzato dalla fase referendaria. Quanto pesa questo risultato nei nuovi equilibri del campo largo?Questo protagonismo del Movimento 5 Stelle è il riconoscimento del lavoro fatto. In questa campagna abbiamo dato il massimo e abbiamo contribuito in maniera sostanziale alla vittoria del No. È stato percepito in modo chiaro. Ma abbiamo già voltato pagina: siamo pancia a terra, senza alcuna presunzione di aver già vinto le elezioni. Quelle si vinceranno sulle proposte alternative a questo governo.Quali sono, allora, i pilastri di questa proposta alternativa?Partiamo da una battaglia salariale che è centrale. Poi c’è il tema del ripristino dei presidi anticorruzione che questo governo ha smantellato. Serve una strategia energetica, oggi totalmente assente, che punti alla sovranità energetica. E ancora: leva fiscale per rilanciare la produttività, politiche che stimolino la crescita e tengano lontano il rischio di recessione. Noi diciamo anche che bisogna rivedere le priorità di spesa: meno risorse agli armamenti e più investimenti per la crescita del Paese.Il nodo resta quello degli alleati. Che tipo di rapporto immaginate con il Pd e con Elly Schlein?La prima cosa che il campo largo deve avere è la lealtà. Non basta un programma condiviso. Ogni governo incontra imprevisti e serve una grande capacità di dialogo tra tutte le forze. È questo che garantisce stabilità. Con il Pd ci confronteremo: sono fiducioso che si possa trovare un punto di caduta. Sarà la realtà a far emergere la validità di alcune nostre posizioni che portiamo avanti da anni.Quali saranno i terreni su cui misurerete questa convergenza?Sicuramente le disuguaglianze sociali e la sanità. Poi il rilancio dei consumi, gli investimenti sul salario. Il campo progressista deve riuscire a inserirsi nei problemi reali delle persone, offrendo certezze e proposte sensate. Penso anche alle politiche abitative: è un tema gigantesco e serve una legge che porti a una calmierazione degli affitti.Sul fronte della politica estera restano distanze significative, soprattutto sugli investimenti nella Difesa.Dobbiamo metterci d’accordo su quante risorse destinare agli armamenti. Oggi è evidente che gli investimenti del governo vadano rivisti. Senza crescita economica non può esistere una politica progressista credibile. È da qui che bisogna partire.Nel campo largo torna anche il tema delle primarie. È una strada percorribile?A mio parere le primarie vanno fatte a prescindere dalla legge elettorale. Sono una risposta alla domanda di partecipazione. Non ascoltarla sarebbe un errore. Fa parte del dna delle forze progressiste: anche nella scelta del leader dobbiamo distinguerci dalle forze conservatrici.Capitolo legge elettorale: accusate il governo di voler cambiare le regole per convenienza. È davvero così?È evidente che questo governo si muove perché ha capito che perderà le elezioni. Si cambia la legge in corsa, senza una vera richiesta di partecipazione fino all’esito referendario. La maggioranza dovrebbe prima risolvere i propri problemi interni e poi aprire un confronto. Invece quella proposta è peggiorativa ed è figlia di opportunismo politico. Il dato che li accomuna è chiaro: è un governo in declino che prova a cambiare le regole del gioco.