Al di là dei problemi atavici e delle riforme necessarie, bastava poco per andare ai Mondiali. Ma l’Italia di Gravina, Buffon e Gattuso non ci è riuscita lo stesso

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L’ora più buia. La sconfitta (ai rigori) dell’Italia contro la Bosnia Erzegovina ha segnato il nuovo punto più basso della storia, gloriosissima, della Nazionale di calcio italiana. Il disastro di Zenica ha peggiorato il record negativo del 2022 portando a tre le edizioni consecutive nelle quali la Nazionale non si è qualificata alla fase finale dei Mondiali (per altro quest’anno allargato a 48 squadre).Di qui le inevitabili e doverose dimissioni del presidente della FIGC Gabriele Gravina e quelle, anch’esse opportune e dovute, del Capo delegazione Gianluigi Buffon, oltre che del commissario tecnico Gennaro Gattuso.Per altro la terza mancata qualificazione alla kermesse iridata giunge in un momento particolarmente tetro per il calcio italiano. Per restare solo a quanto avvenuto quest’anno al tonfo azzurro si accompagnano tra le altre cose (la lista potrebbe essere più lunga):la pessima stagione delle nostre squadre in Europa: nessun club di Serie A è presente tra gli otto nei quarti di finale di Champions League;una delle peggiori annate di sempre a livello arbitrale (del tema si è già discussa in un precedente edizione di questo editoriale). E in questo senso non va dimenticato che proprio di intesa con il numero uno dei fischietti Gianluca Rocchi, Gravina voleva rivoluzionare il sistema arbitrale attraverso il lancio della cosiddetta PGMOL all’italiana. Innovazione che per altro avrebbe potuto consentire allo stesso Rocchi di continuare a essere il numero uno delle fischietti italiani malgrado il suo mandato sia in scadenza e non più rinnovabile;l’ennesima stagione disastrosa in Serie C tra squalifiche, stipendi pagati con difficoltà, punti di penalizzazione (ben 83, seconda stagione con più penalizzazioni dopo il 2018/19 nell’era Lega Pro) e l’immancabile fallimento stagionale, in questo caso del Rimini, che ha cominciato la stagione di fatto già fallito. Segno evidente che una terza categoria a 60 squadre, che è un unicum solo italiano (e ci si dovrebbe domandare il perché), non regge più;il fatto che non si riesca a trovare un appiglio normativo per evitare che le rose delle nostre squadre siano zeppe di stranieri e con nessun italiano. Perché può anche passare che Milan e Como per esempio abbiano pochi o nessun italiano nel roster perché non li considerano sufficientemente bravi per raggiungere i loro obiettivi di alta classifica, ma perché il Verona fanalino di coda deve avere soltanto giocatori stranieri che evidentemente non sono eccelsi vista la posizione in graduatoria? Veramente dobbiamo pensare che non ci siano italiani che non valgano gli attuali giocatori dell’Hellas? Oppure perché, come spiegava il procuratore Giuseppe Riso nell’intervista rilasciata a questa testata, nel calcio dei fondi di investimento i calciatori stranieri sono più disponibili a muoversi e a spostarsi in altre nazioni e quindi sono una merce di scambio migliore a parità di bravura?l’abolizione definitiva, dall’1° luglio 2025, del vincolo sportivo, che se da un lato permette ai dilettanti e ai giovani di non essere obbligati a vincolarsi fino a una certa età ai club, dall’altro punto di vista toglie potere alle società, sia dal punto di vista contrattuale, andando incontro al un rinnovamento continuo e magari non richiesto, ma soprattutto dal punto di vista economico, visto che va a mancare una fonte di ricavo in un settore che va avanti, quasi sempre, esclusivamente per la passione dei proprietari di queste società che ogni fine stagione devono fare i conti con costi fissi sempre più importanti. Viene azionato così un pericoloso circolo vizioso che va a togliere risorse, che potrebbero essere usate per migliorare infrastrutture e formare allenatori. Su questo punto la FIGC ha provato a mediare per la sua reintroduzione, ma non è riuscita nell’intento.Un quadro insomma che lascia una sensazione di un sistema allo sfascio totale dove nulla pare funzionare.Veti e mancate riforme: la sola rimozione di Gavina non risolve i problemi ataviciÈ evidente però che la sola rimozione di Gravina non risolve i problemi atavici del nostro movimento, visto che molti, se non la maggior parte di essi, sono precedenti e di gran lunga alla presa di potere del manager tarantino. Basti pensare, ma è solo uno degli esempi che si possono fare, alla situazione stadi che in Serie A hanno una età media di quasi 70 anni e che non a caso sono stati bollati come tra i peggiori d’Europa dal presidente UEFA Aleksander Ceferin.Per rimanere invece al campo è sufficiente notare che l’Italia, non solo non raggiunge la fase finale dei Mondiali dal 2014, ma che, anche quando l’ha raggiunta come nel 2010 e nel 2014, non ha superato la fase a gironi. Quindi, in pratica, l’ultima partita a eliminazione diretta giocata dalla Nazionale italiana nella fase a eliminazione diretta di un Mondiale è la finale Italia-Francia del 2006, ovvero 20 anni fa!A discolpa di Gravina non si può non ricordare, piaccia o non piaccia, che alla fine è stato lui a guidare il movimento attraverso la drammatica fase del Covid dove non fu facile trovare soluzioni di fronte a un evento così talmente devastante.Nello stesso tempo non sarebbe nemmeno onesto non ricordare che qualche riforma Gravina l’ha pure tentata e non è stata sempre e solo colpa sua se la modifica non è andata a buon fine. Per esempio non più tardi del 2024 la FIGC avrebbe visto di buon occhio la riduzione della Serie A a 18 squadre, però quando ci fu da votare soltanto Inter, Juventus, Milan e Roma in Lega si spesero per il sì e la riforma non passò. E in questo senso appare curioso il cambiamento di idea del presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis che all’indomani della sconfitta in Bosnia ha chiesto la riduzione della massima categoria a 16 squadre mentre in quella occasione votò contro al passaggio intermedio a 18.Per la Serie C, l’ultimo tentativo di dare una raddrizzata al format (ma non nel numero di squadre) è stato di Ghirelli nel 2022, con una proposta cervellotica (passando da tre gironi da 20 squadre a sei gironi da 10 senza promozioni dirette) che non passò dall’assemblea dei club della terza divisione costringendo l’allora presidente a dimettersi. Da allora, le proposte sono state tante (come quella di creare una categoria intermedia tra C e D di semi-professionismo, riducendo al tempo stesso le squadre), ma senza alcun voto in assemblea.Tra gli errori più rilevanti di Gravina anche quelli delle nomine tecnichePerò, piaccia o non piaccia, la lezione di questi giorni è anche un’altra ed è tipica del nostro Paese: può essere giusto o sbagliato (e probabilmente è sbagliato perché nella gestione del sistema calcio si dovrebbe andare più a fondo) però, almeno in Italia, alle dimissioni, agli scossoni si arriva soltanto nel caso di disastri totali come quelli di Zenica. Ci si muove soltanto quando ci scappa il morto o in questo caso quando il disastro (l’eliminazione dai Mondiali) è sbattuto in faccia alla popolazione.Uno può essere il miglior presidente federale possibile, poi però se non arrivano i risultati sul campo sono comunque dolori. Nel 1966 sembrava andare tutto bene, poi la sconfitta ai Mondiale di Inghilterra contro la Corea del Nord (con eliminazione ai gironi) indusse la federazione al blocco degli stranieri in Serie A, che durò sino al 1980 (passando poi fino ad un massimo di tre stranieri a partire dal 1988, mentre dal 1995 la sentenza Bosman limitò i blocchi ai soli extracomunitari). Nel 1982, Federico Sordillo prima del Mondiale di Spagna era stato messo graticola da più parti, poi la squadra di Bearzot vinse la Coppa del Mondo e tutto finì in festa.Pertanto, proprio per questa attitudine italica, è necessario anche analizzare la gestione di Gravina dal punto di vista di quanto raccolto sul campo. E questa gestione si articola in due fasi almeno per quanto concerne la scelta dei quadri tecnici della Nazionale maggiore.Gravina viene eletto presidente della FIGC nell’ottobre 2018 e nella prima fase non dovette decidere praticamente nulla dal punto di vista tecnico. Quando giunge sulla poltrona di via Allegri sono passati solo pochi mesi da quando Roberto Mancini, su moral suasion dell’allora presidente del CONI Giovanni Malagò, fu nominato Ct della Nazionale. Fortuna volle che alla prima manifestazione importante (EURO 2020, giocato nel 2021 per via del Covid) il tecnico di Jesi vinse la coppa e quindi non c’era dubbio sulla sua riconferma nella corsa verso la qualificazione per Qatar 2022, che invece la Nazionale fallì miseramente.La seconda fase è quella che inizia nell’estate 2023 con le dimissioni di Mancini attratto dai dollari sauditi. Di lì in poi Gravina fu chiamato a decidere e i risultati dicono che scelse sempre male.Dopo l’addio di Mancini, Gravina decise di andare su un tecnico libero e molto in auge al tempo come Luciano Spalletti che pochi mesi prima aveva portato a Napoli il terzo tricolore. Una scelta che, va detto, era condivisa dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori e dei tifosi e quindi non c’è molto da rimproverare in questo senso.Il problema fu che il tecnico di Certaldo fece un disastro a EURO 2024 rompendo con lo spogliatoio e uscendo in maniera pessima contro la Svizzera.Però nonostante questo Gravina, e questo sicuramente fu un grande errore, decise di confermarlo affidandogli la corsa verso la qualificazione al Mondiale 2026 che si inerpicò terribilmente già dopo la sconfitta per 3-0 di Oslo contro la Norvegia del giugno scorso (con quel risultato l’Italia era praticamente condannata ai playoff dopo la prima partita).Per sostituire Spalletti, Gravina si affidò alle decisioni tecniche di Gianluigi Buffon che era diventato Capo delegazione della Nazionale nell’agosto 2023, qualche settimana dopo la nomina di Spalletti a Ct. L’ex grande portiere era scevro di alcune competenza manageriale dato che aveva ufficialmente appena smesso di giocare (l’annuncio ufficiale del ritiro arrivò il 2 agosto, la nomina a capo delegazione il 5) ma nonostante questo gli venne così affidata la scelta dell’allenatore della Nazionale. E il risultato fu:per prima cosa quello di ricevere un umiliante “no” da Claudio Ranieri che non se la sentì di lasciare la Roma. E in questo va detto che la Nazionale di una volta, quella gestita da manager sapienti, prima di fare trapelare un nome si sarebbe assicurata che quel nome non avrebbe rifiutato l’incarico;poi Buffon, dopo che Mancini forte del sostegno di alcuni giocatori aveva spiegato di essere disponibile a tornare, virò sull’ex compagno in azzurro Gattuso che però da tecnico, dopo alterne fortune in Serie A (a Napoli si ricordano ancora lo psicodramma dell’ultima giornata nella stagione 2020/21 contro il Verona che impedì ai partenopei la qualificazione in Champions), era finito ad allenare l’Hajduk Spalato in Croazia. Squadra storica per carità, ma non certo di prim’ordine tipo il Real, il Liverpool o il Bayern Monaco.Insomma sia la scelta di Gravina per l’incarico di Capo delegazione affidato a Buffon sia quella di quest’ultimo per il ruolo di allenatore sembrano essere state più improntate al senso di appartenenza alla Nazionale che non a quello che dovrebbe essere la prima motivazione di una scelta manageriale, ovvero la competenza.Flop Italia, terza volta di fila senza Mondiali: quanto pesa la mancata qualificazioneGli Azzurri sconfitti ai rigori nella finale dei playoff per la Coppa del Mondo: quella del 2026 sarà la terza edizione consecutiva senza la Nazionale italiana.Per dirla meglio, se una volta la nomina in Nazionale era l’approdo al culmine di una carriere brillante se non brillantissima testimoniata dai risultati ottenuti sul campo (Sacchi, Trapattoni, Lippi, Conte, lo stesso Mancini oppure Capello con l’Inghilterra o Ancelotti con il Brasile), questa volta è parsa più come un’opportunità di rilancio di carriere che stentavano a decollare.Nel primo caso Buffon aveva tolto le scarpe da gioco ufficialmente da pochi giorni e da che mondo è mondo, o da che calcio è calcio, la gavetta manageriale non la si fa nei quadri dirigenziali della Nazionale.Nel secondo la decisione di optare per il totem azzurro Gattuso ha avuto più il sapore di andare a rinverdire l’orgoglio azzurro e di dare una occasione di rilancio che non il coronamento di una carriera che culmina nella Nazionale. Insomma, come si diceva, il percorso di Gattuso allenatore non è quello di Ancelotti che dopo avere ottenuto campionati in ogni dove, dopo essersi seduto su quasi tutte le più prestigiose panchine europee e dopo avere vinto Champions League a ripetizione tra Milan e Madrid è approdato sulla prestigiosissima guida tecnica della Seleçao brasiliana.Lo si dice, sia chiaro nel modo più assoluto, con profondo rammarico sia per il rispetto che si deve a persone che veramente hanno scritto la storia della Nazionale italiana con le loro imprese sia perché bastava veramente poco per andare al Mondiale (dove per altro si sarebbe giocato nel girone contro Qatar, Canada e Svizzera): la Bosnia guidata da Edin Dzeko (che all’età di 40 anni ha passato la prima parte della stagione sulla panchina della Fiorentina in zona retrocessione) non assomiglia lontanamente al Brasile di Pelé, all’Argentina di Maradona o all’Olanda di Cruyff. Eppure, nonostante questo, l’Italia di Gravina, Buffon e Gattuso non è riuscita ugualmente a evitare una nuova, dolorosissima e pesantissima umiliazione alla Nazionale.