AGI - Questione di pochissimi millimetri, e la storia avrebbe preso un altro indirizzo. Per alcuni fu il segno della Provvidenza che aveva steso la mano della salvezza sulle sorti dell’Italia, per altri una sciagura. Il 7 aprile 1926 una fin allora anonima donna anglo-irlandese dai capelli bianchi che dimostrava più dei 50 anni all’anagrafe tirava fuori da un velo nero una pistola e apriva il fuoco contro Benito Mussolini che procedeva tra la folla romana su un’automobile scoperta che lo riportava al Campidoglio. Il caso volle che nel preciso momento in cui Violet Albina Gibson tirava il grilletto venisse intonata dagli studenti la canzone “Giovinezza”: il primo ministro si voltò verso il lato da cui proveniva la melodia e quel movimento improvviso fece sì che la pallottola invece di colpirlo sul volto sfiorasse appena il suo naso.Accade tutto in pochi secondi. La Gibson viene disarmata (in ogni caso la pistola si è inceppata) e sottratta all’ira della folla, e Mussolini condotto in salvo. Poco dopo all’uomo che aveva appena pronunciato un discorso sui progressi della medicina all’apertura della conferenza internazionale di chirurgia, sarà messo un grande cerotto sul naso e diffusa una foto che ne testimonierà la buona salute alla vigilia della programmata partenza per la Libia. Lui parlerà di miracolo, e tornerà su questo tema nel corso del travagliato 1926.Ottima famiglia e segnali di squilibrioL’attentatrice di Mussolini è una donna di ottima famiglia anglo-irlandese (il padre Edward, barone, è Lord cancelliere d’Irlanda) e dalla vita contrassegnata da parecchie ombre che fanno propendere per gravi turbe psichiatriche. Nel 1902, a 26 anni, si è convertita al cattolicesimo, con scandalo familiare e dell’ambiente di provenienza: lei ha debuttato in società alla corte della regina Vittoria. Durante la grande guerra si è ritirata in un convento di gesuiti. Poi è tornata in Svizzera, dove aderisce ai movimenti pacifisti e per questo viene schedata da Scotland Yard.A Londra va ad abitare per sette anni in un quartiere di rango, ma improvvisamente tenta di accoltellare la sua cameriera per strada e quindi un paziente ricoverato in ospedale e le viene diagnosticata una mania omicida. Dopo sei mesi si trasferisce nel 1924 a Roma, alternando ricoveri in ospedali e case di cura e soggiorni in un convento di suore in via delle Isolette, e passa le giornate tra gioco e preghiera, finché nel 1925 prova a togliersi la vita sparandosi, dichiarando di voler morire per la gloria di Dio. A Chieti per il processo MatteottiPer una settimana, come poi sarà ricostruito dagli investigatori della Polizia italiana e confortato dalle testimonianze di alcuni cronisti di cronaca giudiziaria, tra il 16 e il 24 marzo 1926 è a Chieti per assistere alle udienze del processo agli assassini di Giacomo Matteotti. Più volte chiede l’aiuto dei giornalisti per farsi tradurre i passaggi in italiano che le sfuggono. In alcune lettere aveva messo nero su bianco di essere rimasta emotivamente sconvolta dall’omicidio del deputato socialista. Con il rientro a Roma deve essere maturato in lei il disegno di uccidere Mussolini, e doveva farlo prima che i suoi parenti a Londra fossero riusciti a farla rimpatriare. Che avesse invece un preciso disegno politico, come si dirà, è tutto da dimostrare.Il complotto internazionale e la diagnosi di paranoiaMa quel 7 aprile il destino decide diversamente dai suoi piani, e anche da quelli della Polizia che indaga pure sul movente politico (pista non trascurata dal commissario Epifanio Pennetta che si occupa dello spinoso caso) di cui lei sarebbe il terminale esecutivo. Nella confessione del 16 giugno fa il nome dell’ex Ministro delle Poste del governo Mussolini, Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, come suo complice, ma poi ritratta. La sottopongono a perizia psichiatrica e gli specialisti Sante De Sanctis e Augusto Giannelli concludono che sia malata di “paranoia cronica con allucinazioni”, come peraltro insistono durante il processo davanti all’appena istituito Tribunale Speciale per la difesa dello Stato i legali nominati dalla famiglia e scelti tra autentici principi del foro.Il 12 maggio 1927 i giudici, non insensibili alle pressioni dall’alto e sulla base della perizia, dichiaravano Violet Gibson innocente a causa della sua infermità mentale disponendone l’espulsione dal territorio italiano. Se pure avessero avuto qualche residuo dubbio ci aveva pensato lei stessa a sgomberare il campo aggredendo in carcere un secondino a colpi di vaso da notte. È diventata un problema in ogni senso e al regime non pare vero di potersene liberare nel 1927 riconsegnandola alla famiglia che ne reclama il rimpatrio, come gesto di magnanimità e di riguardo verso il Regno Unito con cui in quella fase i rapporti sono molto buoni. Assai probabilmente la contropartita è che non esca mai più dall’ospedale psichiatrico. La stampa italiana la definisce continuamente come pazza e squilibrata. Accompagnata dalla sorella, assistita da infermiere e sotto scorta della Polizia, Violet Gibson viene fatta salire a Roma su un treno con biglietto di sola andata per Londra.Le lettere mai spedite e la targa a DublinoPer lei si spalancano le porte dell’Ospedale per malattie mentali di St. Andrew di Northampton. Trascorrerà lì tutto il resto della sua vita scrivendo lunghe lettere indirizzate a ministri e a membri della famiglia reale (tra cui Winston Churchill e la principessa Elisabetta, futura regina) dove illustra fantascientifici progetti di giustizia sociale e benessere della popolazione, si proclama sana di mente e asserisce di aver voluto uccidere Mussolini per impedire che divenisse un tiranno. Neanche una di quelle missive viene spedita e riemergeranno dall’archivio del St. Andrew Hospital molto dopo la sua morte avvenuta il 2 maggio 1956, undici anni dopo quella di Mussolini che avrebbe voluto uccidere nel 1926. Il Consiglio comunale di Dublino all’unanimità approverà molto tempo dopo una mozione del consigliere indipendente Mannix Flynn per dedicarle una targa nella quale è definita “convinta antifascista”, nella convinzione che il movente politico fosse quello autentico e che farla considerare pazza fosse stato comodo per tutti ma non vero. La targa è stata affissa ufficialmente nell’ottobre 2022 al numero civico 12 di Merrion Square, nella capitale irlandese.Gli attentati e la svolta autoritariaNel 1926 si verificarono in totale ben tre attentati contro Mussolini, che con quello sventato del 4 novembre 1925 di Tito Zaniboni portano a quattro i tentativi di eliminare il capo del fascismo. L’11 settembre l’anarchico individualista originario di Carrara, Gino Lucetti, lanciò una bomba contro la Lancia Lambda del capo del governo nei pressi di Porta Pia, senza riuscire nell’intento di ucciderlo ma ferendo otto passanti. Il 31 ottobre fallì a Bologna anche il terzo tentativo dell’anno, che vide la folla inferocita linciare il sedicenne Anteo Zamboni accoltellato a morte dalle camicie nere perché ritenuto responsabile di quel gesto. Il fascismo ne approfittò per accelerare sull’instaurazione del regime totalitario, con una raffica di misure eccezionali: scioglimento dei partiti e delle associazioni ritenute avverse, istituzione del confino di polizia, soppressione degli organi di stampa di opposizione, reintroduzione della pena di morte per determinati reati, decadenza dalla carica dei parlamentari che avevano abbandonato l’aula per protesta ritirandosi sull’Aventino. E l’istituzione del Tribunale speciale, che manda assolta Violet Gibson come tutti volevano e condanna a trenta anni di reclusione Gino Lucetti, inaugurando una serie di processi in cui il diritto sarà piegato alle esigenze del regime. Con Mussolini, divenuto Duce, fino all’epilogo più nefasto.