Più carne, meno demenza? La scoperta che sorprende gli scienziati e riapre il dibattito sulla dieta ideale (ma non vale per tutti)

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Un nuovo studio svedese di lunga durata individua un legame potenzialmente positivo tra un consumo di carne relativamente alto e un minor rischio di demenza. Ma vale solo per i portatori di varianti geniche che predispongono alla malattia. Benché puntato su un target specifico, lo studio raggiunge tuttavia conclusioni importanti sul valore della dieta personalizzata. Al mondo, circa 40 milioni di persone soffrono di Alzheimer, la forma di demenza più diffusa e purtroppo irreversibile. Prevenirla è la parola d’ordine, ma come fare? Lo studio dello svedese Karolinska Institutet, pubblicato il 19 marzo su Geriatrics, ha cercato una via dietetica esaminando i dati di oltre 2100 partecipanti allo Swedish National Study on Aging and Care, seguiti per 15 anni. I soggetti, di età uguale o superiore a 60 anni, all’inizio della ricerca non avevano diagnosi di Alzheimer. In alcuni di loro, però, i geni APOE 3/4 e 4/4 – che tutti possediamo – avevano una o più varianti, che in Svezia riguardano il 30% della popolazione, circa il doppio rispetto ai paesi mediterranei. Purtroppo, queste varianti raddoppiano il rischio di Alzheimer, come confermato ormai da molti studi, tra cui uno dell’University College of London (UCL) pubblicato a gennaio.Proprio su di esse si è incentrato lo studio svedese, partendo dal presupposto che “APOE4 è la variante evolutiva più antica del gene APOE e potrebbe essersi sviluppata in un periodo in cui i nostri progenitori mangiavano più prodotti animali”, dichiara il primo autore Jakob Norgren, ricercatore al Karolinska. Come spiega la dott. Renata Alleva, nutrizionista specialista in scienza dell’alimentazione, “lo studio si focalizza sulla relazione specifica gene-nutrizione e individualizza il pattern alimentare indicato in casi di genotipi particolari. Riporta l’attenzione sul ruolo della nutrigenetica, che spiega come la dieta interagisce con i nostri geni, suggerendo che non c’è una dieta ideale per trattare una patologia, ma è necessario individualizzare le indicazioni alimentari sulla persona”.Un’associazione positivaDalle dichiarazioni dei partecipanti è emerso un consumo medio di 870 g di carne (rossa e pollame, principalmente fresca, non lavorata) in una dieta di 2000 calorie. Dopo le necessarie correzioni per età, sesso, istruzione e stile di vita e le misurazioni della salute cognitiva, i ricercatori sono arrivati a esiti in apparenza sorprendenti: un quinto dei partecipanti – nello specifico chi mangiava soprattuttocarne non lavorata e aveva le varianti geniche coinvolte nel rischio di demenza – mostrava benefici cognitivi. “Quattro i parametri migliorati: memoria episodica, memoria semantica, fluidità verbale e rapidità percettiva”, spiega Alleva. Nel follow-up i ricercatori hanno osservato anche una riduzione totale della mortalità per tutte le cause. “Questa associazione si spiega forse con il fatto che la carne fornisce un maggior apporto di ferro, vitamina B 12 e colina, tutti importanti a livello cognitivo”. Quest’ultima, in particolare, è un precursore del neurotrasmettitore acetilcolitina, indispensabile per la memoria, l’attenzione e l’apprendimento. Ma da qui a lanciarsi a capofitto sulla carne il passo è lungo!Un risultato da capirePer prima cosa, i benefici riguardano nello specifico chi possiede le varianti dei geni APOE 3/4 o APOE 4/4 e i risultati distinguono chiaramente tra consumo di carne fresca o carne processata infatti nessun vantaggio deriva dal consumo di cioè non predilige salsicce, salami, wurstel, prosciutto e affettati in genere. Inoltre, per quanto accurato, lo studio svedese è di coorte osservazionale come spiega l’esperta: l’associazione carne-declino cognitivo è stato dimostrato, ma potrebbe trattarsi di una associazione casuale e non di casualità, dimostrabile solo dei trial clinici possono dimostrarla effettivamente. Anche se il beneficio fosse certo, a livello pratico è difficileapplicarlo perché non è facile fare uno screening generalizzato delle varianti geniche implicate. “Inoltre è difficile allargare i risultati ad altre popolazioni, perché lo studio è incentrato unicamente su quella nordeuropea, che ha caratteristiche diverse, anche per quanto riguarda il microbiota”. Consolerà però sapere che, come spiega il dott. Dylan Williams, primo firmatario dello studio della UCL: “La maggior parte delle persone con fattori di rischio genetico come APOE ε3 e ε4 non sviluppano la demenza nel corso della vita perché sono in gioco complesse interazioni con altri fattori di rischio genetici e ambientali”.Stile di vita e ambientePer fortuna, entrambi possono diventare alleati nella prevenzione dell’Alzheimer, favorito appunto da comportamenti come il fumo, l’abuso di alcol o la sedentarietà. “Importante anche il ruolo della dieta nel benessere cognitivo come modulatore chiave del microbiota intestinale, che ha un ruolo centrale anche nella neurodegenerazione e nella prevenzione di patologie come diabete, obesità, ipercolesterolemia e ipertensione, capaci di portare alla demenza”. Tuttavia, ricorda la dott. Alleva, “la salute cognitiva non dipende solo dalla dieta ma anche dall’ambiente, da ciò che respiriamo e dai contaminanti con cui veniamo a contatto, e in questo senso gli allevamenti intensivi hanno un impatto negativo”. Insomma, anche l’origine della carne ha un ruolo nel benessere.L'articolo Più carne, meno demenza? La scoperta che sorprende gli scienziati e riapre il dibattito sulla dieta ideale (ma non vale per tutti) proviene da Il Fatto Quotidiano.