Libia. Nuovi droni per Haftar: embargo ONU svuotato, cresce la partita delle potenze

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di Giuseppe Gagliano – Il riarmo della Libia orientale segna un nuovo passo nella crisi permanente del Paese e conferma il fallimento dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite. L’arrivo di nuovi droni da combattimento nelle aree controllate da Khalifa Haftar non rappresenta solo una violazione formale delle regole internazionali, ma evidenzia come la Libia resti un terreno dominato da interessi esterni e logiche di forza più che da una reale sovranità statale. Se le immagini satellitari e le analisi degli esperti troveranno conferma, il rafforzamento militare dell’Est sancisce anche la normalizzazione di un mercato delle armi che opera ormai senza vincoli effettivi.Dal 2011 l’embargo ONU avrebbe dovuto contenere la militarizzazione del Paese, ma la realtà ha seguito una direzione opposta. In Libia sono arrivati negli anni sistemi avanzati, mercenari, consiglieri militari e tecnologie belliche, trasformando il conflitto in una guerra per procura su scala regionale. La presenza di nuovi droni viene ormai accolta con rassegnazione, segno della debolezza delle istituzioni internazionali e dell’ambiguità degli attori che dichiarano di difendere la legalità mentre la aggirano sistematicamente.Il valore della nuova dotazione non è solo tecnico ma strategico. Haftar punta a presentarsi ai futuri negoziati come un potere consolidato, capace di controllare l’Est, influenzare il Sud e garantire la sicurezza dei principali terminal energetici. In Libia il dominio dello spazio aereo è decisivo quanto quello delle risorse petrolifere: i droni permettono sorveglianza continua, capacità di attacco e controllo di territori difficili, offrendo un vantaggio significativo in un contesto frammentato e instabile.Sul piano internazionale, l’episodio riflette equilibri più complessi. La Turchia, già protagonista nel sostegno militare a Tripoli, appare sempre più orientata a mantenere rapporti anche con l’Est, in una strategia pragmatica volta a preservare i propri interessi energetici e geopolitici nel Mediterraneo. Parallelamente, la possibile presenza di sistemi cinesi indica una penetrazione discreta ma crescente, basata su forniture tecnologiche che consentono influenza senza esposizione diretta.Il rafforzamento militare di Haftar si intreccia con il controllo delle risorse petrolifere, elemento centrale della competizione. La sua capacità di esercitare pressione aumenta il peso negoziale nei confronti degli attori internazionali, in un contesto in cui la stabilità è funzionale più agli interessi economici che alla ricostruzione dello Stato. L’embargo fallisce anche perché nessuna delle potenze coinvolte ha interesse a farlo rispettare pienamente, preferendo mantenere margini di intervento.La Libia resta così sospesa in una tregua fragile e reversibile. L’arrivo di nuovi armamenti non prepara la pace, ma ridefinisce i rapporti di forza in vista di futuri equilibri. In questo scenario, la vera anomalia non è il riarmo, ma la sua accettazione implicita: segno di un sistema internazionale che tollera l’illegalità quando coincide con i propri interessi strategici.