di Shorsh Surme – È trascorso più di un mese dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio. Fin dalle prime ore, il conflitto ha superato i confini dello scontro diretto tra le parti, trasformandosi in una crisi regionale.L’escalation è seguita agli attacchi lanciati da Teheran contro obiettivi negli Stati del Golfo, giustificati con la presenza di basi e interessi statunitensi, e al coinvolgimento di Hezbollah in Libano e della “Resistenza Islamica” in Iraq, fino all’ingresso degli Houthi nel conflitto avvenuto sabato scorso.Parallelamente allo scontro militare, si è sviluppata una guerra di narrazioni e una battaglia mediatica, accompagnate da una pressione economica innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Teheran ha utilizzato il blocco come leva strategica, annunciando restrizioni alle navi delle parti coinvolte o dei loro alleati, con pesanti ripercussioni sul commercio globale e sui flussi energetici.Nonostante il tempo trascorso, non emergono segnali concreti di una conclusione imminente. Con l’ingresso nella quarta settimana, si intensificano tuttavia le discussioni sulla possibilità di riaprire un canale diplomatico. In questo contesto, il presidente statunitense Donald Trump ha parlato di “negoziati costruttivi” e di “progressi”, presentando un piano in 15 punti per risolvere la crisi.Teheran, dal canto suo, nega l’esistenza di negoziati formali, pur ammettendo uno scambio di messaggi tramite intermediari. La divergenza riguarda la definizione stessa di tali contatti: Washington li considera negoziati, mentre l’Iran li descrive come semplici comunicazioni trasmesse da “paesi amici”.Nel frattempo, il Pakistan è emerso come possibile mediatore, con l’obiettivo di portare le parti al tavolo nei prossimi giorni. L’Iran ha posto una serie di condizioni per un eventuale accordo: la cessazione definitiva della guerra, garanzie contro una sua ripresa e un risarcimento per i danni subiti, come dichiarato dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi in una precedente intervista ad Al-Araby Al-Jadeed.Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha dichiarato, in un’intervista televisiva, che i contatti tra Stati Uniti e Iran hanno raggiunto “una fase avanzata, o quantomeno sono effettivamente iniziati”. Ha attribuito questo sviluppo alla crescente consapevolezza dei rischi di un’ulteriore escalation, sottolineando le intense consultazioni condotte da Ankara con Washington e Teheran.Fidan ha inoltre annunciato un incontro quadrilaterale previsto per la prossima settimana, con la partecipazione di Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan, per discutere modalità di riduzione delle tensioni.Queste iniziative diplomatiche si inseriscono in un contesto di dichiarazioni statunitensi contraddittorie sulla durata della guerra: alcune fonti parlano di operazioni più rapide del previsto, mentre altre prospettano settimane di combattimenti, come indicato anche dal Segretario di Stato Marco Rubio. Secondo diversi osservatori, tale discrepanza riflette l’assenza di una strategia chiara da parte di Stati Uniti e Israele per porre fine al conflitto, un punto evidenziato anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz.Il primo mese di guerra ha attraversato diverse fasi. Lo scontro è iniziato con attacchi mirati ai vertici del regime iraniano e ad alti comandanti militari, insieme a raid contro siti militari e impianti nucleari, operazioni che proseguono tuttora.Nelle settimane successive, gli attacchi mirati sono continuati, colpendo figure di primo piano nella terza settimana, tra cui il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Ali Larijani, e il ministro dell’Intelligence, Ismail Khatibzadeh. Fonti israeliane hanno inoltre riferito dell’uccisione del comandante navale dei Pasdaran, Ali Reza Tangsiri, un’informazione né confermata né smentita da Teheran.Parallelamente, la guerra si è estesa al piano della sicurezza interna iraniana. L’ex governatore di Shiraz, Hossein Ghasemi, ha dichiarato ad Al-Araby Al-Jadeed che questi attacchi miravano a destabilizzare il Paese e a creare un vuoto di sicurezza. Secondo le sue dichiarazioni, stazioni di polizia e sedi delle milizie Basij sono state oggetto di attacchi, soprattutto a Teheran e in alcune province curde al confine con l’Iraq.Ghasemi sostiene che tali azioni si inserissero in un contesto di dichiarazioni statunitensi e israeliane favorevoli a proteste di massa per rovesciare il regime. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha invitato direttamente gli iraniani a scendere in piazza. Tuttavia, secondo lo stesso Ghasemi, questi appelli sarebbero falliti e avrebbero invece contribuito a rafforzare la coesione interna, alimentata dal timore per il destino del Paese e dal rischio di frammentazione.Sempre secondo Ghasemi, il fallimento di queste strategie avrebbe spinto i nemici dell’Iran a modificare i propri obiettivi, passando dal cambio di regime alla riapertura dello Stretto di Hormuz.Contemporaneamente, fonti statunitensi hanno parlato di un piano per spingere fazioni curde armate a lanciare un’offensiva terrestre in Iran, scenario che tuttavia non si è concretizzato, almeno per il momento.La guerra ha inoltre influenzato parte dell’opposizione interna, modificando le posizioni di alcuni gruppi che in passato auspicavano un intervento esterno, anche alla luce delle difficili condizioni psicologiche generate dalle proteste sanguinose dello scorso gennaio.Sul fronte interno, le autorità iraniane annunciano quotidianamente l’arresto di decine di persone accusate di spionaggio per Stati Uniti o Israele, o di collaborazione con media dell’opposizione all’estero, in particolare Iran International. La maggior parte degli arresti riguarda membri dell’opposizione monarchica favorevole alla guerra.Nel frattempo, le manifestazioni a sostegno della Rivoluzione Islamica sono proseguite per tutto il mese in diverse città, soprattutto a Teheran.