A poche ore dall’ennesima grana – post referendum – del governo Meloni, in una primavera fredda e senza rondini (qualcuno le ha viste?), esplode il caso: Claudia Conte, giornalista, rivela in un’intervista a Money.it di avere una relazione con il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi. E comincio da un dettaglio che non è irrilevante nella narrazione collettiva che sta avvenendo sui social e non solo. Un avvocato ravennate con cui sono in contatto su Facebook pubblica le foto della moglie del ministro e della giornalista indicata come sua presunta compagna, costruendo una sorta di paragone estetico tra le due.Gli chiedo quale senso abbia pubblicare le foto del volto della moglie e del volto — o meglio del corpo — di colei che si è dichiarata (o è indicata come) amante del ministro? Perché esporre i corpi delle donne, quando in questa ennesima rogna — che rievoca quella dell’ex ministro alla Cultura, Gennaro Sangiuliano, e quella di tanti uomini di potere sorpresi con le braghe calate (vedi Berlusconi) — sono i corpi degli uomini di potere che dovrebbero essere al centro di ogni riflessione?Come spesso accade, invece si scivola sul piano morale. Le amanti, o presunte tali, rappresentate come incaute o astute arrampicatrici sociali che scardinano le porte del potere con l’arma della seduzione e dell’avvenenza. Un canto delle sirene al quale la maschia virilità cede per una debolezza che andrebbe guardata con indulgenza. Poveri ministri, poveri capi di Stato e di governo, poveri re, o sindaci o assessori. Poverini. Poverini, se non fosse che questi “poverini” occupano le stanze dei bottoni, amministrano città o interi Paesi e, se non sono capaci di amministrare se stessi e le proprie relazioni, come possono amministrare la cosa pubblica?A correre in soccorso di questa presunta debolezza maschile sono in tanti. Salvo Sottile, giornalista, tuona dal pulpito di Facebook: “Volete capire chi è Claudia Conte?”, puntando l’indice sulla ‘svergognata’ riportando l’intervista a un suo ex denunciato e poi assolto per stalking.In questo schema che si ripete sempre uguale, la questione non è più se e come, un rappresentante delle istituzioni abbia esercitato il proprio ruolo in modo corretto, se vi siano stati conflitti di interesse, uso improprio della posizione o commistioni tra sfera pubblica e privata con elargizioni di benefit e incarichi ben remunerati a clientes o amanti. Il centro diventa invece la vita sentimentale, il comportamento privato, la “moralità” delle donne coinvolte. E così il piano politico si dissolve in un piano gossipparo, avviene anche nel racconto che sta facendo Repubblica sul caso Piantedosi: una trama di stereotipi stantii come la “Luisona” del Bar Sport di Stefano Benni ma che, come l’indimenticabile brioche ammuffita, continuano a fare mostra di sé sui media e ad occultare, con inopportuna leggerezza o mirata manipolazione, le dinamiche e le miserie del potere maschile.Titola Repubblica: “Fattore V come Venere, la maledizione del Governo Meloni: da Giambruno a Piantedosi, tutti ci cascano”. La scrittrice Giulia Blasi riprende l’articolo e commenta: “Non è il ‘fattore V’. Non sono le donne. È l’idea del potere come veicolo di dominio sulle donne. La responsabilità è sempre in capo a chi agisce il potere, non a chi ne approfitta o lo subisce. Questo titolo suggerisce l’idea che le donne siano abili tentatrici, una sorta di minaccia da cui guardarsi, e non che gli uomini siano del tutto incapaci di gestire sé stessi nello spazio pubblico (come Giambruno) o più che disponibili a dare alle proprie relazioni una valenza transazionale. Tu mi dai (il tuo corpo giovane, da sfoggiare come trofeo e prova di virilità) e io ti do (incarichi, perché posso e perché neanche mi serve chiederlo, mi basta che si sappia che quella lì è la mia amante). È la solita vecchia storia dell’oggettificazione. La Schadenfreude generata dal posizionamento politico di questa gente, tutta famiglia tradizionale e mamma e papà, non può farci perdere di vista il punto originale”.Ha ragione da vendere Giulia Blasi nel mettere in evidenza come Repubblica e molte altre testate, in casi simili, tendano a evitare le domande sulle responsabilità politiche diluendole o redistribuendole in modo simmetrico, suggerendo che il problema sia la seduzione delle donne e non il potere maschile; che il problema sia la “tentazione” e non chi dispone di leve concrete di influenza istituzionale. E soprattutto trasformando relazioni private — ancora tutte da chiarire nei loro contorni reali — in strumenti di giudizio morale pubblico sulle donne coinvolte.In parallelo, la pubblicazione e circolazione delle immagini delle donne implicate, una vera e propria ossessione, accentua questo slittamento: i corpi femminili diventano oggetto di esposizione, confronto e valutazione, mentre i corpi maschili restano costantemente fuori fuoco, meno esposti o comunque filtrati da una narrazione più indulgente. Rimane opportunamente offuscata anche l’imbarazzante asimmetria di età degli uomini coinvolti e delle amanti. Uomini ultrasessantenni o anziani che intrecciano relazioni con giovani donne che potrebbero essere le loro figlie o persino le loro nipoti: nulla da dire? È una dinamica che dice molto su come funziona ancora oggi lo sguardo pubblico: uno sguardo che seleziona, gerarchizza e distribuisce la visibilità in modo tutt’altro che neutrale ed è cieco rispetto le disparità di potere tra uomini e donne.In definitiva, ciò che emerge non è tanto una storia di “debolezza” individuale, quanto una struttura culturale ricorrente: il potere maschile che si racconta attraverso i corpi delle donne, la responsabilità politica che si attenua nella narrazione sentimentale, e le donne che ancora una volta diventano il bersaglio su cui si proiettano giudizi e sospetti.È proprio questo spostamento del fuoco che andrebbe interrogato: non chi ha amato chi, chi è andato a letto con chi, ma chi detiene il potere, come lo esercita e come tutto questo viene raccontato. Un argomento dannatamente serio se si tiene bene a mente anche di tutte le volte che nell’esercizio del potere, le disparità si siano tradotte in violenze e ricatti sessuali. C’è ben poco di cui sorridere.L'articolo Caso Claudia Conte, il problema non è la seduzione delle donne ma il potere maschile proviene da Il Fatto Quotidiano.