Dopo dieci anni esatti, dal sequestro e dall’uccisione di Giulio Regeni, il procedimento davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma entra in una fase decisiva. Nell’aula di piazzale Clodio sono imputati quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, accusati del rapimento, delle torture e dell’omicidio del ricercatore friulano, ritrovato morto al Cairo il 3 febbraio 2016. Dopo mesi di stop, il processo è ricominciato dopo l’intervento della Corte Costituzionale, che ha chiarito i profili relativi al diritto di difesa e alla nomina dei consulenti tecnici. “Siamo provati, ma sentiamo di essere vicini al traguardo”, ha dichiarato l’avvocata Alessandra Ballerini, legale dei genitori del giovane ricercatore. “Qualcuno pensava che allungare i tempi avrebbe logorato l’attenzione e la solidarietà costruite in questi anni. È accaduto l’opposto: il sostegno è cresciuto e il tempo, invece di indebolirci, ci ha rafforzato”. La pronuncia della Consulta ha stabilito che anche eventuali consulenti delle difese degli imputati saranno retribuiti dallo Stato italiano, così come gli avvocati. Un passaggio che ha consentito la ripartenza del dibattimento, fermo dallo scorso ottobre. L’8 giugno è previsto il confronto tra le parti, mentre tra il 23 e il 24 giugno, nell’aula bunker di Rebibbia, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco terrà la requisitoria. (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) La sentenza attesa tra giugno e luglio La sentenza invece potrebbe arrivare tra giugno e luglio, ma in caso di repliche potrebbe slittare a settembre. Se il processo è ripreso, oggi in aula si è palesata la difficoltà di trovare interpreti egiziani disposti a esporsi per paura di ritorsioni da parte dell’Egitto. “C’è un clima di timore evidente”, ha spiegato Ballerini. “Molti hanno declinato l’invito con un no, grazie. Diversi cittadini egiziani temono di comparire in questo procedimento”. I genitori di Regeni stanno cercando esperti di lingua araba che possano affiancarli nell’analisi e nella traduzione di documenti oggetto di perizia. Un compito tecnico, ma carico di implicazioni personali e politiche. Il perito nominato dalla Corte d’Assise ha chiesto 90 giorni per completare il lavoro e ha accettato l’incarico solo a precise condizioni di tutela: durante l’udienza è rimasto dietro un paravento, senza dichiarare pubblicamente le proprie generalità né mostrare il volto. Una scena inusuale per un’aula di giustizia italiana. “Non è frequente che un consulente della Corte debba nascondersi così”, hanno osservato i familiari uscendo dal tribunale. “Questo dice molto sul contesto in cui ci muoviamo”. Nell’ultima parte del processo, prima dell’invio degli atti alla Consulta e della rogatoria internazionale, l’unico consulente che lavorò in quelle delicatissime indagini fu lo storico interprete di lingua araba del tribunale di piazzale Clodio, fu Fawzy Wadan, deceduto per una grave malattia a fine ottobre del 2025. Ma nonostante ciò dopo dieci anni, la famiglia Regeni non arretra. “Ora bisogna arrivare fino in fondo”, ribadisce Ballerini.Questo articolo Caso Regeni, ripreso il processo dopo la Consulta. Il legale della famiglia: “I consulenti hanno paura dell’Egitto” proviene da LaPresse