Interventi, propaganda e geopolitica: il controverso ruolo degli Stati Uniti nel mondo

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di Dario Rivolta * – Lo scorso 31 ottobre la capa della National Intelligence americana, Tulsi Gabbard, dichiarò la fine di una politica estera che era consistita nel «rovesciare i regimi, cercare di imporre ad altri il nostro sistema di governance, intervenire in conflitti raramente compresi e andarsene con più nemici che alleati».Secondo lei, il risultato fu «decine di miliardi spesi, innumerevoli vite perse, la creazione di pericoli maggiori e la nascita di un terrorismo islamico come l’ISIS».Secondo i dati ufficiali rilasciati dal Congressional Research Service (una sorta di centro studi apartitico interno che aiuta il Congresso statunitense a prendere decisioni informate), gli Stati Uniti, tra il 1991 e il 2022, hanno condotto almeno 251 azioni militari, senza contare gli interventi della CIA e i tentativi, riusciti o falliti, di vari colpi di Stato.Le ragioni fornite nella maggior parte dei casi riguardarono la lotta al terrorismo o l’aiuto a «popoli oppressi» per portare libertà e democrazia. È bene ricordare che il premio Nobel per la pace (sic!) Barack Obama autorizzò alcune centinaia di «assassinii preventivi» attraverso l’uso dei droni e che i civili uccisi in queste operazioni furono considerati soltanto «danni collaterali».Vittime come siamo di giornalisti venduti, pavidi o semplicemente stupidi, potremmo dubitare che tutto ciò corrisponda ai fatti, perché ci è stata imposta la «verità» secondo cui gli Stati Uniti, e noi occidentali in genere, saremmo i «buoni», mentre gli altri rappresenterebbero la malvagità per eccellenza.Allora ricapitoliamo solo alcuni dei principali eventi:1991 – Guerra del Golfo;1992 – no-fly zone in Iraq;1992-1994 – schieramento militare in Somalia;1993 – missili su Baghdad;1994 – militari ad Haiti;1994-1995 – bombardamenti in Bosnia-Erzegovina;1998 – raid aereo in Sudan;1999 – guerra NATO contro la Serbia;2001-2021 – guerra NATO in Afghanistan;2003 – guerra contro l’Iraq;2011 – guerra NATO contro la Libia;dal 2014 – guerra contro l’ISIS;dal 2015 – operazioni militari in Yemen;dal 2017 – militari schierati in Siria;2020 – uccisione del generale iraniano Soleimani;2024 – bombardamenti contro gli Houthi in Yemen;2024 – attacco in Iran contro le Guardie rivoluzionarie;2025 – con Israele, bombardamenti sulle strutture nucleari iraniane.Sempre secondo Gabbard, Donald Trump era stato democraticamente eletto dagli elettori americani per porre fine a tutto ciò.Peccato che, come molti esperti mondiali di politica internazionale sostengono, l’affondamento di navi venezuelane nei Caraibi e il «prelevamento» del presidente Maduro non avrebbero riguardato i dichiarati traffici di droga, ma l’obiettivo di un «cambio di regime» a Caracas.Allo stesso modo, l’aggravamento dell’assedio a Cuba non sarebbe connesso alla volontà di libertà del popolo cubano, bensì al desiderio di Trump di garantirsi la realizzazione dell’aggiornata «dottrina Monroe» nel «giardino di casa», che per gli Stati Uniti coincide con l’intero continente americano.Un’intenzione ancora più esplicita quando, recentemente, ha dichiarato che gli USA avranno il possesso dell’isola, «possibilmente» in modo pacifico. Lo stesso vale per le dichiarazioni in merito alla Groenlandia.Oggi assistiamo all’inizio di una guerra aperta contro l’Iran, in compartecipazione con l’Israele di Netanyahu, nonostante trattative diplomatiche ancora aperte a Ginevra.In questo caso, la motivazione sarebbe che occorre impedire a tutti i costi che l’Iran possa dotarsi della bomba atomica, e si sostiene con certezza che lo stia facendo.Ovviamente chi scrive non è in grado di confermare né di smentire l’esistenza di un programma nucleare militare iraniano finalizzato alla creazione di una propria «bomba». Tuttavia, è difficile per chiunque dimenticare alcuni fatti precedenti che invitano a dubitare di quanto affermato dagli americani e dagli israeliani.Partiamo dalle negoziazioni di Rambouillet del 1999 tra kosovari e serbi, con la presenza di mediatori internazionali della NATO, dell’Unione europea e del Gruppo di Contatto (USA, Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Russia). Tali colloqui avrebbero dovuto scongiurare la guerra contro Belgrado.All’epoca il nostro ministro degli Esteri, Lamberto Dini, che partecipava all’incontro, mi confidò in seguito che le condizioni imposte dagli americani erano tali che nessuno Stato sovrano avrebbe potuto accettarle. E infatti la Serbia non lo fece. I bombardamenti della NATO divennero così, ufficialmente, giustificati.Non è impossibile pensare che qualcosa di simile sia ciò che è avvenuto in questi giorni a Ginevra.Se vogliamo poi approfondire quali menzogne hanno fornito alibi, seppur fasulli, ad alcune guerre, ricordiamo:Le presunte fosse comuni di kosovari, poi smentite da una missione internazionale di medici inviati dall’International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY), usate per accusare la Serbia di tentato «genocidio». Si scoprì che i cadaveri trovati nelle fosse comuni risalivano al conflitto già iniziato e che molte delle presunte fosse erano semplicemente terra smossa.I «neonati strappati dalle incubatrici» durante la prima Guerra del Golfo. Una testimonianza della giovane kuwaitiana Nayirah affermò davanti al Congresso degli Stati Uniti che soldati iracheni avevano ucciso neonati togliendoli dalle incubatrici in un ospedale del Kuwait. Successivamente si scoprì che la testimonianza era stata organizzata da una società di pubbliche relazioni, ma la storia contribuì a creare consenso per la guerra.Le armi di distruzione di massa in Iraq (2003). Stati Uniti e alleati sostennero che il regime di Saddam Hussein possedesse armi chimiche e nucleari, ma le ispezioni internazionali non trovarono tali armi dopo l’invasione del 2003. Le conclusioni delle commissioni d’inchiesta negli USA e nel Regno Unito indicarono che le informazioni di intelligence erano gravemente errate o manipolate.Ora, come affermato poco sopra, chi scrive non ha informazioni sufficienti per confermare o smentire le reali o presunte azioni iraniane relative alla preparazione di ordigni nucleari. Tuttavia, è noto che Israele possiede armi nucleari e che da tempo Netanyahu spinge affinché gli Stati Uniti attacchino Teheran.Un’altra accusa lanciata da Trump per giustificare l’intervento sarebbe che gli iraniani possiedono missili in grado di colpire l’Europa e perfino il territorio degli Stati Uniti. Molti analisti militari, tuttavia, contestano questa affermazione.Quel che sembra invece chiaro è che sia Israele sia gli Stati Uniti puntino, attraverso questa guerra, a un cambio di regime. Le altre motivazioni sarebbero probabilmente sopravvalutate o utilizzate come giustificazione.È difficile parteggiare per il governo degli ayatollah, la cui dittatura è certamente invisa a gran parte della popolazione iraniana. Tuttavia, chi conosce quel Paese sa anche che il sentimento nazionale è molto diffuso e che un attacco dall’esterno, anziché indebolire il sistema politico, potrebbe addirittura rafforzarlo, almeno temporaneamente.È inoltre improbabile che questa guerra finisca in poco tempo e che gli iraniani non siano in grado di provocare danni significativi sia alle forze americane nella regione sia a Israele, senza contare il rischio di un allargamento del conflitto.Come in tutte le guerre, le notizie che ci arriveranno dai vari media difficilmente racconteranno tutta la verità, ma piuttosto ciò che conviene a chi controlla la comunicazione.A questo proposito, i lettori dei nostri giornali e i radio-telespettatori italiani dovrebbero sapere che negli anni Settanta un senatore americano dell’Idaho, Frank Church, riuscì a creare una commissione del Senato che scoprì che circa 400 giornalisti, ufficialmente indipendenti, erano sul libro paga della CIA e scrivevano ciò che veniva loro suggerito.Nel 1963 il presidente Harry Truman scrisse: «Quando fondai la CIA non avrei mai immaginato che, perfino in tempi di pace, avrebbe potuto associarsi a oscuri complotti».E invece il sistema ha continuato a esistere e i giornalisti a essere «coinvolti». È questa una parte del cosiddetto «deep state»? Se lo è, non accade solamente negli Stati Uniti.* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.