Iran. La morte di Khamenei tra caos regionale e crisi globale: il ruolo dell’Europa

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di Maurizio Delli Santi * – Era già previsto un piano per la successione, con poteri temporanei affidati a figure come Ali Larijani o Mohammad Bagher Qalibaf, ma la transizione rischia di essere problematica. Il futuro dell’Iran è incerto, con due principali scenari delineati dagli esperti. Il primo implica un sollevamento popolare contro il regime, che potrebbe portare a un cambiamento nella leadership politica. Tuttavia, molti analisti dubitano che ciò avvenga, data la solidità del regime. Il secondo scenario, considerato più realistico, prevede il consolidamento del potere da parte del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che potrebbe prendere il controllo del Paese dando vita a un “Irgicistan”, uno Stato militare autoritario. A quel punto, un Iran guidato dall’IRGC potrebbe rappresentare una minaccia interna e regionale ancora più seria: imporrebbe una rigida repressione e cercherebbe un accordo con gli Stati Uniti in cambio di spazi economici per gli affaristi statunitensi, con Trump che verrebbe sollecitato dagli stessi americani a disimpegnarsi quanto prima da un altro conflitto senza sbocchi.In ogni caso, la prospettiva di una guerra prolungata o di un conflitto per procura appare più che concreta, con gravi ripercussioni sul piano geopolitico e umanitario. I bombardamenti aerei hanno già causato numerosi morti e feriti tra i civili, inclusi tragici incidenti come l’attacco a una scuola elementare. Il rischio di una guerra regionale è elevato, con possibili ritorsioni iraniane contro le forze americane e israeliane nella regione, oltre a minacce dirette al traffico aereo e marittimo, cruciale per l’economia globale.L’intervento militare di Trump è stato duramente criticato da diversi analisti e leader politici negli stessi Stati Uniti. Esponenti del Congresso, sia democratici sia repubblicani, e organizzazioni per i diritti civili come l’American Civil Liberties Union hanno denunciato la violazione della War Powers Resolution del 1973: un presidente non può intraprendere azioni belliche senza una preventiva autorizzazione del Congresso. Inoltre, la mancanza di prove concrete sul programma nucleare iraniano solleva dubbi sull’opportunità strategica di questa escalation. Diverse figure politiche hanno criticato l’intervento ritenendolo una “guerra senza finalità strategica chiara”, evidenziando che l’escalation avrebbe dovuto essere oggetto di un ampio dibattito pubblico e parlamentare e non decisa unilateralmente dal presidente. Anche gli analisti dell’Atlantic Council mettono in evidenza come bombardare l’Iran non porterà a una democrazia duratura, ma probabilmente acuirà l’instabilità regionale.Le fasi decisive di questa crisi non sono certo gli attacchi iniziali e la morte di Khamenei, che aveva già predisposto la successione. Trump esulta per aver raggiunto un obiettivo immediato, ma, come spesso accade, non appare aver delineato una prospettiva strategica per un panorama iraniano e regionale liberato dal caos. Né può passare inosservato che fosse prevedibile anche la reazione iraniana nei confronti dei Paesi del Golfo. Attualmente i nostri contingenti e migliaia di occidentali sono sotto minaccia nella penisola araba e nell’intero Medio Oriente, né vanno sottovalutati i rischi per il traffico aereo e marittimo, quest’ultimo in particolare nello stretto di Hormuz. C’è persino il Ministro della Difesa italiano, insieme a numerosi connazionali ed europei, bloccato a Dubai. Basterebbe questo a dimostrare quanto sia ancora poco responsabile l’acquiescenza alle scelte di un presidente americano che non sembra calcolare le conseguenze delle proprie azioni.Sullo sfondo rimane l’erosione irreparabile delle regole delle relazioni internazionali, ancora una volta con protagonisti quegli Stati Uniti che pure avevano portato libertà e democrazia dopo i genocidi e le guerre del nazismo e del fascismo, promuovendo nel 1945 la Carta delle Nazioni Unite. Proprio la Carta dell’ONU distingue nettamente tra autodifesa e uso della forza senza mandato collettivo: l’azione preventiva degli Stati Uniti e di Israele viola questa distinzione, erodendo il principio fondamentale della convivenza pacifica tra Stati. Il teorico della “guerra giusta” Walzer ricorda gli imprescindibili criteri di proporzionalità e di ultima ratio per qualsiasi intervento militare. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha condannato l’escalation denunciando che l’uso della forza da parte di Stati Uniti e Israele, insieme alla rappresaglia iraniana, mette a rischio la pace e la sicurezza internazionale. Il suo monito è stato chiaro sui rischi di una guerra regionale più ampia, con gravi conseguenze per i civili e per la stabilità globale: non esiste alternativa praticabile alla soluzione pacifica delle controversie nel pieno rispetto del diritto internazionale.Il tema dunque si ripropone su cosa debba fare l’Europa. È urgente rilanciare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la designazione di un nucleo di negoziatori capaci di prendere le redini della crisi in Medio Oriente, mettendo definitivamente da parte qualsiasi “board of peace” composta da despoti e affaristi. È necessario chiarire che non sono più accettabili iniziative unilaterali che ignorano i meccanismi multilaterali. L’Europa, fondata sul principio della cooperazione e della solidarietà fra Stati, deve riaffermare con fermezza il ruolo centrale delle Nazioni Unite, nate dai drammi dei totalitarismi e delle guerre del Novecento, come custodi di norme universali e strumenti di mediazione internazionale. Questo è il compito dell’Europa: essere garante di una convivenza pacifica. In questo progetto, se arretrano Stati Uniti e Russia, esiste il “resto del mondo” a cui guardare, inclusi Paesi come Cina, India e tutti gli Stati del Global South, che non hanno interesse a essere travolti dall’egemonia dei nuovi imperi.* Membro dell’International Law Association.