Decapitato il regime iraniano, quali conseguenze nel lungo periodo? Gli scenari secondo Bozzo

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C’è un aspetto atipico dell’attacco lanciato contro l’Iran, che non ha suscitato, a torto, grande interesse da parte di gran parte dei commentatori. Al contrario di quanto accaduto in casi simili del passato, gli obiettivi sono stati colpiti a partire all’incirca dalle 8 del mattino, in piena luce e buone condizioni meteorologiche, dunque con ottima visibilità.Lo dimostrano le immagini provenienti da Teheran. Non così era accaduto più volte in passato, quando analoghi attacchi furono condotti nell’oscurità e traendo massimo vantaggio delle fasi lunari, così da poter sfruttare le notti più buie.È questo il caso degli attacchi del giugno dell’anno scorso o dell’ottobre precedente, ma potremmo risalire alle guerre del Golfo. Il fatto che questa volta si sia atteso sino al mattino e l’attacco sia avvenuto in piena luce è la conferma che si tratta di un attacco “decapitante”.L’obiettivo era eliminare nel più breve tempo possibile il maggior numero di esponenti di primo piano del regime. La conferma dell’uccisione di Ali Khamenei e di alcuni dei leader di maggior spicco del regime ne è la prova, probabilmente avvenuta durante una riunione a cui partecipava il vertice politico-militare iraniano.Come spiegare, altrimenti, l’uccisione pressoché immediata, all’inizio dell’operazione militare, del leader supremo e di altri appartenenti all’élite del Paese? Se l’attacco, come è evidente, mirava innanzitutto alla decapitazione del regime, sebbene accompagnato da colpi portati contro sistemi di difesa aerea, missilistici e infrastrutture militari, ne seguono necessariamente alcune considerazioni.Innanzitutto, verrebbe nuovamente confermato un dato emerso in più occasioni passate, ultima delle quali gli attacchi di giugno, come le numerose uccisioni mirate. L’intelligence israeliana può contare su ottimi infiltrati, contatti e mezzi, che le consentono di ottenere informazioni sui movimenti dei leader al massimo livello, sui gangli vitali e il funzionamento della macchina del regime.È altrettanto evidente che una simile efficacia presuppone la presenza in loco di un numero probabilmente alto di fiancheggiatori e sostenitori a vario titolo. Tutto questo non può che produrre un effetto sul morale dell’élite politica e militare, minando la fiducia rispetto all’efficacia e credibilità degli apparati di sicurezza, quando non quella reciproca tra i vertici, i singoli leader e i loro più stretti collaboratori.All’attacco ha fatto immediatamente seguito la massiccia reazione iraniana, con il lancio di missili e droni, diretta ovviamente contro Israele e le basi statunitensi presenti in vari Stati della regione: Bahrein (una stazione radar), Arabia Saudita, Kuwait (aeroporto di Kuwait City), Qatar, Emirati Arabi Uniti (almeno un hotel a Dubai). Vengono comunque segnalati anche attacchi su diversi obiettivi civili. Le conseguenze saranno del massimo rilievo, nel breve ma soprattutto nel lungo periodo.Nell’immediato è prevedibile la risposta militare dei Paesi colpiti, come quella, di ben altra portata, americana. Molto più importanti, tuttavia, sono gli inevitabili effetti di più lungo periodo e portata, nei termini di una profonda ridefinizione degli assetti ed equilibri regionali.I Paesi sopra citati e la Giordania si stanno stringendo contro la minaccia comune rappresentata dall’Iran. Non è e non sarà un semplice allineamento temporaneo. Quei Paesi rafforzeranno i legami, pur di diversa natura e intensità, espliciti o coperti, che già intrattengono con Israele.Il “processo di Abramo” potrà trarne un nuovo e forte impulso. La questione palestinese, per contro, ne verrà condizionata pesantemente. Da un lato, perché la crisi ormai strutturale dell’Iran ne taglierà la capacità di rifornire militarmente, addestrare e sostenere politicamente i suoi proxies. Dall’altro, perché “gli amici del mio nemico sono miei nemici”.Su due aspetti, tuttavia, l’incertezza resta massima: quale sarà la reazione delle opinioni pubbliche nei Paesi Arabi e quale il futuro dell’Iran. La profonda crisi economica, l’impoverimento delle classi medie, le proteste spontanee e diffuse, la presenza di una robusta élite culturale avversa al regime sono altrettanti dati di fatto.Che gli attacchi mirati alla leadership siano perciò visti adesso con favore da parte della popolazione, come dimostrerebbero tante immagini provenienti dal Paese, e possano dare impulso a un regime change è quanto auspica il presidente americano e sperano gli israeliani. D’altro canto, la forza militare e il rilievo economico dei Pasdaran è un altro e diverso dato di fatto, al pari dell’assenza di una vera, solida rete di forze politiche di opposizione, di un CLN iraniano.Credere che sia stato innescato un processo irreversibile di liberalizzazione e democratizzazione dell’Iran sarebbe quantomeno ingenuo: mancano le condizioni. Un’azione di “maquillage politico” del regime sarebbe possibile, credibile e sufficiente? Ne dubito. La soluzione sulla carta più realistica sarebbe quella di un intervento delle forze armate, sostenuto da pezzi della leadership e da quella parte della popolazione che è scesa in piazza nelle settimane passate. L’alternativa potrebbe essere estremamente preoccupante, per il Paese e per l’intera regione.