Cuba. Paese al buio, Washington al comando

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di Giuseppe Gagliano – Gli Stati Uniti hanno deciso di permettere che il petrolio venezuelano arrivi a Cuba solo a determinate condizioni: deve essere destinato al settore privato e non agli apparati statali o militari. Questa scelta non rappresenta un gesto umanitario, ma uno strumento di pressione politica ed economica. Dopo aver assunto il controllo delle esportazioni energetiche del Venezuela in seguito alla cattura di Nicolás Maduro, Washington utilizza il petrolio come leva per ridisegnare gli equilibri nei Caraibi. In questo modo offre una limitata apertura a una parte della società cubana, mentre cerca di indebolire il monopolio statale sull’energia.Per oltre venticinque anni Cuba ha potuto contare sul petrolio venezuelano grazie a un accordo politico basato sullo scambio tra greggio e servizi. La rottura di questo meccanismo ha privato l’isola del suo principale sostegno energetico e anche il Messico ha interrotto le spedizioni che in parte tamponavano l’emergenza. Le conseguenze sono una grave crisi elettrica, carenza di carburante, trasporti paralizzati e difficoltà diffuse nel sistema produttivo.Gli Stati Uniti intervengono in questo scenario non per colmare davvero il vuoto, ma per gestirlo. Le esportazioni venezuelane sono ora controllate da grandi società energetiche che operano secondo logiche di mercato e non più di alleanza politica. Cuba deve quindi pagare il petrolio a prezzi reali, senza il sostegno politico garantito in passato da Caracas. Questo passaggio trasforma una dipendenza politica in una dipendenza finanziaria, molto più difficile da sostenere per un’economia già fortemente indebolita.La strategia americana punta anche sul settore privato cubano. Permettere a micro, piccole e medie imprese di importare carburante significa creare un canale energetico parzialmente autonomo e introdurre una frattura nel monopolio statale. Washington scommette sul fatto che questo segmento dell’economia possa diventare nel tempo un fattore di riequilibrio interno e contribuire a erodere il modello centralizzato. Tuttavia il settore privato cubano resta fragile, con poca liquidità e fortemente dipendente dalle regole statali, quindi la misura rischia di avere un impatto più simbolico che concreto. Il suo valore principale è politico, perché sposta la responsabilità della crisi dal contesto internazionale alla struttura del sistema cubano.La Russia osserva la situazione con preoccupazione. Mosca chiede moderazione e richiama l’attenzione sugli aspetti umanitari della crisi, ma è consapevole di non poter sostituire rapidamente il ruolo che il Venezuela ha svolto per decenni come principale fornitore energetico dell’isola. Il Cremlino teme che Cuba possa trasformarsi in un nuovo punto di tensione diretta con Washington in un’area già instabile, soprattutto dopo episodi violenti come l’incidente del motoscafo che ha coinvolto esuli entrati in acque cubane.Dal punto di vista militare non si intravede una guerra imminente, ma la situazione aumenta il potenziale di instabilità. Cuba non rappresenta più il centro di uno scontro strategico come durante la Guerra Fredda, ma rimane un punto sensibile nel mare caraibico, molto vicino allo spazio strategico degli Stati Uniti. Un deterioramento interno accompagnato da provocazioni o scontri con gruppi dell’esilio potrebbe trasformarsi in una crisi regionale. Controllando i flussi energetici venezuelani, Washington riduce la capacità di resistenza del sistema cubano senza ricorrere a un confronto militare diretto, utilizzando invece la logistica e la finanza dell’energia come strumenti di pressione.Il risultato è un cambiamento negli equilibri dei Caraibi. Il Venezuela perde il ruolo di fornitore sovrano, Cuba viene spinta verso una dipendenza energetica selettiva, la Russia resta in posizione difensiva e gli Stati Uniti assumono il ruolo di arbitro della sopravvivenza energetica dell’isola. Il controllo del petrolio venezuelano diventa così uno strumento per influenzare non solo il mercato energetico ma anche le relazioni politiche della regione, trasformando Cuba in un laboratorio di una strategia più ampia in cui l’energia viene utilizzata per orientare gli equilibri geopolitici.