Un arresto che ha fatto scalpore: ieri a Parma la Procura della Repubblica ha emesso un ordine di custodia cautelare in carcere per un cittadino burundese residente nel parmense, “gravemente indiziato – scrive la Procura – dell’omicidio in Burundi di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria (Olga Raschietti, 83enne, Lucia Pulici 75enne e Bernardetta Boggian, 79enne)”.Un’indagine complessa, riaperta nel 2024 dopo due archiviazioni, una nel 2014 e una nel 2018. Fatta salva la presunzione d’innocenza, Guillaume Harushimana avrebbe svolto un ruolo di primo piano nella pianificazione e organizzazione del triplice omicidio. In base alle risultanze dell’inchiesta giornalistica confluita nel libro “Nel cuore dei misteri” (ed. AllAround, 2022), ora suffragate dalle indagini del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Parma, Harushimana ha partecipato ad almeno una delle riunioni preparatorie della strage e condotto sul posto gli esecutori materiali, fornendo loro le chiavi della residenza delle missionarie, nonché le vesti da coristi adoperate per entrare nel compound senza dare nell’occhio. Ne avrebbe poi facilitato la fuga dopo il delitto e si sarebbe posto come garante “sulla effettiva disponibilità di somme di denaro destinate agli esecutori in cambio della “operazione””.Un ruolo di primo piano, dunque, che lui ha sempre negato, fin dalle prime indiscrezioni emerse nel 2015, esibendo timbri sul suo passaporto che avrebbero dimostrato che in quei giorni si trovava in Rwanda. Già a suo tempo quei timbri, secondo il lavoro giornalistico di colleghi burundesi, si sarebbero dimostrati falsi. Inoltre, date e orari del presunto ingresso in Rwanda non erano compatibili con la sua presenza a una delle riunioni preparatorie, confermata a suo tempo dallo stesso datore di lavoro di Harushimana del tempo, un missionario italiano nel frattempo deceduto.Anche il mandante ipotizzato nell’inchiesta giornalistica viene confermato dal lavoro dei Carabinieri di Parma: l’allora capo dei servizi segreti burundesi, il gen. Adolphe Nshimirimana, dopo i fatti promosso “inviato della Presidenza della Repubblica per missioni speciali”. DI fatto, il numero 2 del regime. Nshimirimana, temutissimo per la sua ferocia, avrebbe “arruolato” alcuni degli uomini a disposizione dei servizi per le missioni “sporche”, incaricandoli di massacrare brutalmente le tre religiose.La domanda vera, tutt’ora parzialmente senza risposta, è perché? La Procura nel comunicato stampa lascia aperte tre possibili motivazioni. La prima è quella di cui si era parlato da subito, ovvero il fatto che le tre saveriane fossero a conoscenza di fatti illeciti e fossero pronte a svelarli. Quali? Le risposte nel tempo sono state diverse: l’addestramento segreto oltre confine (in Congo) di milizie giovanili burundesi (i cosiddetti imbonerakure) pronte a creare il caos a ridosso delle elezioni, oppure un traffico di medicinali importati senza pagare dazi, oppure ancora un traffico di minerali o di armi, sempre col vicino Congo. Tutte ipotesi verosimili, tuttavia erano emersi elementi fattuali che le smentirebbero almeno in parte.La seconda pista, che parla di “un movente di tipo economico, che potrebbe essere legato alla decisione della direzione dei saveriani di sganciare il Centro Giovani Kamenge (presso cui affluivano ingenti risorse economiche) dai saveriani stessi ed affidarlo alla locale Diocesi”, lega il delitto agli ingenti fondi provenienti in particolare dall’Italia (ma non solo) in direzione di questo centro giovanile molto noto in Burundi e anche all’estero, con la finalità dichiarata di educare alla pacifica convivenza le etnie del paese, che usciva da una sanguinosissima guerra civile. Su tali e tanti fondi avrebbe messo le mani proprio il gen. Nshimirimana, che ne avrebbe dirottato almeno una parte, con la complicità presunta dello stesso Harushimana che la Procura descrive come “stretto collaboratore del Generale Nshimirimana Adolphe”.Esiste poi un terzo livello, che la Procura descrive come “movente di tipo esoterico-sacrificale, poiché il Generale Nshimirimana avrebbe chiesto un rito propiziatorio (pratica diffusa in certa cultura burundese) come buon auspicio per la sua candidatura a Presidente della Repubblica (ciò potrebbe spiegare anche le modalità esecutive brutali dell’omicidio delle suore).” Sebbene questo movente possa sembrare irrazionale e dunque venire accantonato frettolosamente, sono invece i dettagli crudi e anche macabri delle modalità di esecuzione del triplice delitto che lo confermerebbero: non si spiegherebbe altrimenti la brutalità estrema delle esecuzioni e la violenza sessuale che – si badi bene – non c’è stata, ma è stata in qualche modo inscenata. Sono diversi gli studi antropologici ed etnologici dedicati negli anni a questi fenomeni, riassumibili come “crimini rituali”, che si intensificano a ridosso delle elezioni, in diversi Paesi dell’Africa subsahariana e non solo.Se modalità di esecuzione, esecutori e mandante sembrerebbero chiari, le domande aperte restano dunque ancora molte e forse solo chi è stato direttamente coinvolto potrà dare una risposta definitiva e spiegare per quale reale motivo le tre anziane missionarie sono state vittime di un delitto così efferato.Corre obbligo ricordare infine che in Burundi, dal settembre 2014, è detenuto Chirstian Butoyi, persona con disturbi psichiatrici nota nel quartiere di Kamenge e che nell’immediatezza dei fatti fu incolpata del triplice omicidio. Da allora risulta in carcere. Le risultanze delle indagini della Procura di Parma potrebbero ora essere recepite dalle autorità burundesi, quanto meno per restituire la libertà a un uomo che risulta estraneo ai fatti.Da ultimo: il libro inchiesta che ha dato il via alle indagini ha come focus la vicenda delle tre saveriane, ma dedica una parte anche alla ricostruzione di altri omicidi di italiani avvenuti in Burundi. Alcuni, come il triplice omicidio nel ’95 di p. Ottorino Maule, p. Aldo Marchiol (anche loro saveriani) e Catina Gubert, volontaria laica, sono ormai lontani nel tempo, così come quelli di Renato Ricciardi (funzionario del Pam, 1998), Antonio Bargiggia (2000) e Gina Simionato (2000). Ma altri, più recenti, avrebbero forse ancora spazio per la ricerca di una verità giudiziaria completa: il volontario Francesco Bazzani, veronese, ucciso a Kiremba (nel nord del Burundi) insieme alla suora croata Lukrecija Mamic (2011) e il dottor Franco De Simone, genovese, ucciso a Bujumbura nel 2017. Entrambe le vicende, stando all’inchiesta giornalistica, vedrebbero a vario titolo il coinvolgimento di esponenti del potere locale del tempo.L'articolo Omicidio delle suore italiane in Burundi: il mandante, i tre possibili moventi e il caso dell’innocente ancora in carcere proviene da Il Fatto Quotidiano.