Luigi Zanda fa una premessa: “Non pregiudizi verso il proporzionale. Dal 1946 al 1993 ha garantito una lunga stagione di buona politica. Adesso bisogna vedere bene i dettagli della proposta del governo”. L’ex tesoriere dem, tra i fondatori del Pd, parla del testo reso noto ieri dalla maggioranza. Onorevole, che idea si è fatto? “A prescindere da quale sarà il premio di maggioranza credo che la soglia del 40 per cento a una coalizione sia troppo bassa. Dovrebbe essere almeno al 45-50 per cento, altrimenti si rischia di avere un effetto esagerato”. Ci spieghi meglio. “Parliamo di un premio alla coalizione che avrà più voti e non al primo partito. Nelle coalizioni il premio va diviso tra i partiti dell’alleanza, che dopo saranno liberi di condizionare o addirittura di non partecipare al governo. La stabilità, che dovrebbe essere la ratio di questa legge, rimarrebbe nelle mani di partiti che si sono uniti per avere il premio e non per governare”. Non solo. Perché, secondo Zanda, c’è anche un altro effetto collaterale. “L’esigenza di stare insieme per arrivare al premio rischia di accentuare la gravissima anomalia italiana per cui si formano coalizioni di governo dove convivono posizioni di politica estera opposte”. Per paradosso, tuttavia, un proporzionale come quello delineato dalla destra potrebbe dare una mano al campo largo, in qualche modo obbligato a mettersi insieme. “Se Giorgia Meloni ha deciso di accelerare, a venti giorni dal referendum, avrà fatto i suoi calcoli. E’ una scelta tattica nel suo interesse”, osserva l’ex senatore. “Anche col Rosatellum se il centrosinistra si fosse presentato unito oggi Meloni non sarebbe al governo. Ma non basta una legge elettorale”. Cosa serve? “In una fase storica come questa le coalizioni devono avere come premessa una condivisione assoluta della politica estera, altrimenti sono coalizioni di celluloide”. Nel caso del campo progressista già trovare un’intesa sulla politica interna sembra un miraggio. Per non parlare della questione leadership. In questo senso la legge elettorale proposta dalla destra permette di rimandare la discussione e forse di evitare quelle primarie di cui ciclicamente si torna a parlare. “Per il centrosinistra le primarie – dice Zanda – in passato sono state un buon metodo”. Ma? “Molte cose sono cambiate e se le primarie si trasformano, come assai probabile, in una guerra fratricida, allora è molto meglio che chi guida i partiti mostri buon senso, concordando la scelta del leader”. A giudicare dai precedenti non è detto che accada: Schlein e Conte sono alleati ma anche rivali. Una personalità esterna, il famoso federatore, potrebbe dare una mano a questo campo largo? “Guardi, sarebbe sufficiente mettere da parte per una volta le ambizioni personali e riflettere insieme su quale soluzione è più utile per vincere le elezioni”. Torniamo alla legge elettorale. Per ora il Pd – insieme alle altre opposizioni – ritiene irricevibile la proposta della destra, respingendo ogni prospettiva di dialogo. Schlein dice: “E’ inaccettabile”. Ma alla fine un confronto non sarà inevitabile? “Credo che creare le condizioni per votare insieme la legge elettorale sia un dovere della maggioranza, che deve aprirsi al confronto, e subito dopo dell’opposizione. E’ anche nell’interesse del Pd dare un contributo”, risponde Zanda. “E poi le grandi riforme dovrebbero essere sempre condivise. Meloni avrebbe fatto molto meglio a fare assieme al centrosinistra la riforma del Csm: il risultato sarebbe stato migliore e non ci sarebbe stato il referendum. Per come si stanno mettendo le cose e con la prospettiva che vinca il no, credo che la premier stia pensando di aver sbagliato”. A guardare le premesse andrà alla stesso modo anche con la legge elettorale. “Nel 2005 la destra ha introdotto il Porcellum e ha perso. Nel 2015 la sinistra ha fatto lo stesso errore”. Sta dicendo che Pd e soci torneranno a Palazzi Chigi? “Se fossi in grado di fare certi auspici, a un anno dalle elezioni, aprirei un banchetto e sarei ricco”, scherza Zanda. Prima di concludere con una amara considerazione: “Cambiare la legge elettorale con la frequenza degli ultimi decenni è segno di un malessere democratico importante”.