Caffè e cacao amari. Le contraddizioni dell’Europa verde

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Nel 2026 il Green Deal europeo entra in una fase operativa cruciale con l’applicazione del Regolamento Ue contro la deforestazione (Eudr), entrato in vigore nel 2023 ma la cui applicazione obbligatoria scatterà dal 30 dicembre 2026 per le grandi imprese e dal 30 giugno 2027 per micro e piccole imprese. Bruxelles tenta così una scommessa ambiziosa: trasformare il peso commerciale dell’Unione in una leva di politica ambientale globale. Sebbene caffè e cacao non siano i soli prodotti interessati, essi, quali simboli del consumo occidentale, diventano il banco di prova di una strategia che mira a coniugare sostenibilità, commercio e influenza geopolitica.Il principio è semplice: nessun prodotto collegato a una deforestazione avvenuta dopo il 31 dicembre 2020 può entrare nel mercato europeo (oltre al caffè e al cacao, la carne bovina, la soia, la gomma, l’olio di palma, il legno e i relativi derivati). Gli operatori devono dimostrare, tramite tracciabilità digitale e geolocalizzazione, la conformità ambientale della produzione nei paesi d’origine. La distanza tra l’ambizione normativa e la realtà delle filiere globali è però significativa. Il rischio è che l’Europa, nel tentativo di guidare la transizione verde, generi nuove asimmetrie e tensioni tra Nord e Sud.Una normativa forte, ma costruita su presupposti fragiliDal punto di vista giuridico, l’Eudr è uno degli strumenti ambientali più avanzati mai adottati dall’Unione. Le sanzioni possono arrivare fino al 4% del fatturato Ue degli operatori che infrangono la normativa e l’obbligo di due diligence introduce un livello di responsabilità senza precedenti lungo le catene globali del valore.Il problema è che la norma presuppone filiere trasparenti, titoli fondiari chiari, infrastrutture digitali diffuse e capacità amministrative robuste. Nella realtà di molti Paesi produttori del Sud globale, questi requisiti sono lontani dall’essere garantiti. Per le multinazionali del trading e dell’agroindustria, la compliance è una questione di investimenti in piattaforme digitali, monitoraggio satellitare e consulenze. Per milioni di piccoli produttori, invece, l’Eudr rischia di trasformarsi in una barriera strutturale all’accesso al mercato europeo (solo per il caffè si stimano più di 12,5 milioni di imprese agricole a livello mondiale, di cui circa l’80% con appezzamenti inferiori a cinque ettari – fonte Fairtrade International).Il supporto di Bruxelles alle filiere: tra capacity building e diplomazia normativaConsapevole delle asimmetrie strutturali lungo le catene globali del valore, Bruxelles ha affiancato all’Eudr una serie di iniziative di supporto tecnico e finanziario rivolte ai Paesi produttori. Attraverso il quadro del Global Gateway e delle iniziative Team Europe, l’Unione ha promosso programmi di capacity building sulla tracciabilità digitale, la mappatura satellitare delle parcelle agricole e il rafforzamento dei sistemi di governance fondiaria. FAO, Banca Mondiale e agenzie di sviluppo europee sono state coinvolte nella diffusione di strumenti open-source per il monitoraggio delle foreste e nella formazione delle cooperative locali. Parallelamente, partenariati bilaterali con paesi chiave come Ghana e Costa d’Avorio mirano a integrare sostenibilità ambientale e sviluppo rurale, sostenendo la formalizzazione dei diritti di proprietà, l’accesso al credito e la professionalizzazione delle organizzazioni dei produttori. Tuttavia, l’eterogeneità delle capacità istituzionali e la scala delle filiere interessate rendono questi interventi ancora frammentari rispetto all’ambizione normativa dell’Eudr, alimentando il rischio che la compliance resti appannaggio degli attori più capitalizzati e digitalizzati.Il rischio del commingling e la corsa contro il tempoUn nodo critico riguarda il cosiddetto commingling, la mescolanza di caffè o cacao proveniente da terreni conformi e non conformi ai criteri anti-deforestazione. Anche una minima percentuale di prodotto non tracciabile può compromettere l’intero lotto, esponendo l’operatore europeo al rischio di blocco o respingimento della spedizione.Paesi quali Etiopia e Uganda mostrano chiaramente il problema. In Etiopia, gran parte della produzione proviene da piccoli coltivatori inseriti in sistemi di coffee forest (coltivazioni di caffè all’ombra degli alberi ad alto fusto), spesso senza titoli fondiari formalizzati. In Uganda, alcune cooperative stanno supportando i produttori nella tracciabilità e nella formazione sulle pratiche sostenibili, riducendo il rischio di esclusione. La sfida, tuttavia, resta enorme. Sebbene molti importatori in Italia segnalino forti progressi nella conformità, numerosi produttori stanno ancora correndo contro il tempo.Il cacao: lo stress test della sostenibilità europeaSe il caffè rappresenta una sfida, il cacao è il vero stress test geopolitico dell’Eudr. Oltre il 60-70% della produzione mondiale proviene dall’Africa occidentale, soprattutto Costa d’Avorio e Ghana, con contributi crescenti di Nigeria, Camerun e America Latina. Milioni di piccoli agricoltori coltivano appezzamenti di pochi ettari, spesso senza titoli fondiari formalizzati e con accesso limitato a credito, tecnologia e servizi di estensione agricola (circa il 90% della produzione mondiale dipende da 5-6 milioni di piccoli produttori, con appezzamenti inferiori ai 5 ettari – fonte Fairtrade International).L’obbligo di geolocalizzazione delle particelle e di prova dei titoli fondiari rappresenta una trasformazione radicale delle pratiche tradizionali del settore, storicamente basate sull’aggregazione e sulla miscelazione dei lotti. Nel cacao, il commingling è strutturale: intermediari, cooperative e trader aggregano produzioni provenienti da migliaia di micro-produttori. Si incentiva così una selezione dei fornitori che favorisce grandi piantagioni e cooperative digitalizzate.Il risultato rischia di essere una segmentazione della filiera: cacao conforme venduto a prezzi premium all’Ue, cacao non conforme dirottato verso mercati meno regolamentati. I costi della compliance (mappatura satellitare, registrazione fondiaria, audit, piattaforme digitali) possono essere insostenibili per i piccoli produttori senza supporto esterno. La pressione sulla formalizzazione fondiaria può inoltre far emergere conflitti latenti sulla proprietà della terra, in contesti dove i sistemi consuetudinari coesistono con normative statali incomplete.Leakage e arbitraggio normativoUn rischio discusso in letteratura è quello del leakage della deforestazione: i produttori potrebbero continuare a espandere la produzione destinata a mercati meno regolamentati, mantenendo per l’Ue solo partite conformi. In questo scenario, l’Europa diventerebbe un mercato premium altamente regolato, mentre Asia, Medio Oriente e Stati Uniti assorbirebbero la produzione meno tracciata.La crescente domanda di caffè e cacao da parte di mercati emergenti come la Cina, dove non esistono ancora regimi di due diligence comparabili all’Eudr potrebbe accentuare la segmentazione dei flussi commerciali. L’Europa selezionerebbe i lotti conformi, mentre il resto della produzione seguirebbe catene di valore alternative, con un effetto di arbitraggio normativo.Da non trascurare, inoltre, il rischio pratico che prodotti non conformi siano aggiunti a quelli conformi e certificati, giustificando la maggiore produzione dei lotti tracciati con il miglioramento dei processi produttivi (secondo l’adagio italico del “fatta la legge, trovato l’inganno”).Implicazioni geopolitiche e industrialiDal punto di vista strategico, l’Eudr può produrre tre effetti principali. Primo, una segmentazione dei mercati globali, con l’Europa orientata verso materie prime tracciate e premium e altri mercati meno regolamentati per il resto della produzione. Secondo, un consolidamento delle grandi multinazionali, capaci di sostenere i costi della compliance e di controllare sistemi complessi di tracciabilità. Terzo, tensioni Nord-Sud, con la percezione che la sostenibilità europea possa diventare una nuova forma di barriera non tariffaria.È il cosiddetto “effetto Bruxelles”: l’Ue esporta standard normativi globali, ma al prezzo di generare resistenze politiche, riallocazioni commerciali e nuove asimmetrie di potere lungo le catene del valore.Oltre la norma: la sostenibilità come geopoliticaIl Green Deal europeo e l’Eudr rappresentano un passo importante verso filiere più sostenibili e trasparenti. Il caso del caffè e, soprattutto, del cacao evidenzia però un paradosso strutturale: la tutela ambientale riguarda soprattutto i mercati UE, mentre la deforestazione globale può continuare altrove, alimentata dalla domanda in crescita di paesi emergenti.Etiopia, Uganda, Ghana e Costa d’Avorio mostrano quanto sia cruciale il ruolo delle cooperative, della formazione dei produttori e degli strumenti digitali per garantire inclusione e compliance. Senza un forte sostegno alle filiere locali e un coordinamento internazionale (per il momento ancora parziale), l’Eudr rischia di escludere i piccoli produttori, concentrare il potere nelle mani dei grandi operatori e accentuare le disparità tra Nord e Sud del mondo.La sostenibilità europea, se vuole essere davvero globale, non può quindi limitarsi a standard tecnici e obblighi di tracciabilità. Deve diventare una strategia di governance globale, capace di integrare commercio, sviluppo e geopolitica con gli altri grandi paesi consumatori e con i produttori stessi. Altrimenti, il rischio è che il caffè e il cacao dell’Europa verde abbiano un gusto amaro per chi li produce e per le foreste che dovrebbero proteggere.