Dalle truffe assicurative alla gestione dei bar, fino ai certificati falsi per i boss in carcere: così il clan Contini governava il San Giovanni Bosco di Napoli

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L’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli non era solo un presidio sanitario, ma una vera e propria roccaforte economica e logistica nelle mani del clan Contini. È quanto emerge dall’ultima imponente operazione condotta dalla Guardia di Finanza e dai Carabinieri, coordinata dalla Dda partenopea, che ha portato all’arresto di tre esponenti del clan e di un avvocato civilista, Salvatore D’Antonio, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. L’inchiesta dipinge il quadro di una struttura sanitaria «sequestrata» dalla malavita organizzata, dove ogni attività, dal caffè dei distributori automatici al trasporto delle salme, rispondeva alle logiche della camorra.Come si muoveva l’avvocato D’AntonioAl centro della rete criminale figurava l’avvocato D’Antonio, 51 anni, ritenuto il gestore della ricchezza del clan. Secondo gli inquirenti, il professionista investiva i proventi delle truffe alle assicurazioni — orchestrate attraverso falsi incidenti, perizie mendaci e testimoni compiacenti — nell’acquisto di immobili, auto di lusso e persino quadri d’autore per riciclare il denaro sporco. Oltre alla gestione finanziaria, l’avvocato avrebbe garantito il collegamento tra i detenuti e le loro famiglie, provvedendo al pagamento delle cosiddette «mesate», gli stipendi che l’organizzazione versa regolarmente agli affiliati dietro le sbarre.Il controllo del clan sull’ospedaleIl controllo del clan sul nosocomio era totale e spudorato. Le indagini, focalizzate su fatti avvenuti nel 2020, hanno documentato come i Contini gestissero i bar e la buvette interna senza versare un solo euro di canone di locazione all’Asl, sfruttando persino l’utenza elettrica della struttura pubblica. Non solo: attraverso un’associazione di volontariato che forniva il servizio di ambulanza, il gruppo criminale garantiva corsie preferenziali per i ricoveri di esponenti malavitosi, ignorando le liste d’attesa, e assicurava il trasporto illegale delle salme, scavalcando i servizi funebri autorizzati. Fondamentale era il rilascio di certificati medici falsi, utilizzati non solo per le truffe assicurative ma anche per permettere a boss e affiliati di ottenere la scarcerazione per motivi di salute.Chi è coinvolto nell’indagineL’indagine coinvolge complessivamente 76 persone, tra cui spiccano diversi «colletti bianchi» e pubblici ufficiali che avrebbero operato in «stretta e stabile compenetrazione con l’organizzazione». Tra gli indagati figurano tre medici, un funzionario dell’Inps di Napoli, un ex dipendente dell’ufficio patrimonio dell’ospedale e un ispettore di polizia in congedo. Quest’ultimo, insieme agli altri complici, avrebbe fornito informazioni riservate e supporto logistico per facilitare gli affari del clan.Le intimidazioniIn questo clima di omertà e collusione, emerge però anche la resistenza delle istituzioni. L’ordinanza del gip Ivana Salvatore mette infatti in luce le pesanti intimidazioni subite da Ciro Verdoliva, all’epoca direttore generale dell’Asl Napoli 1 Centro. Verdoliva aveva intrapreso una decisa azione di risanamento, cercando di tagliare fuori le ditte vicine ai Contini dagli appalti per le pulizie e i servizi ausiliari. Un tentativo di legalità che è coinciso con un clima di pressione violentissimo, spingendo il dirigente a denunciare tutto alla Procura e a collaborare attivamente per smantellare l’egemonia della camorra tra le corsie del San Giovanni Bosco.L'articolo Dalle truffe assicurative alla gestione dei bar, fino ai certificati falsi per i boss in carcere: così il clan Contini governava il San Giovanni Bosco di Napoli proviene da Open.