Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma per il PKK la situazione resta complessa

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I rappresentanti del partito filo-curdo per l’Uguaglianza dei Popoli e la Democrazia (DEM) renderanno nota oggi la seconda lettera dello storico leader curdo fondatore del PKK, Abdullah Ocalan, da più di vent’anni in carcere condannato all’ergastolo. Un anno dopo il suo primo appello per sottolineare l’importanza di portare avanti il progetto di una Turchia “ libera dal terrorismo”- cosí l’ha definito il governo turco guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan – Ocalan invita i vertici del PKK a riflettere sulle azioni da intraprendere nelle fasi successive.La lettera del leader del PKK dovrebbe proporre un’analisi degli sviluppi dal suo primo messaggio e sottolineare che si è ormai entrati nella seconda fase. Nel suo primo messaggio, Ocalan ha invitato il PKK a deporre le armi e porre fine alla lotta armata contro la Turchia. “Come nel caso di qualsiasi comunità e partito moderno la cui esistenza non sia stata abolita con la forza, lo farebbe volontariamente, convocate il vostro congresso e prendete una decisione; tutti i gruppi devono deporre le armi e il PKK deve sciogliersi”, aveva affermato Ocalan.In linea con il messaggio, il PKK ha deciso di sciogliersi durante un congresso tenutosi nel maggio 2025. Un primo gruppo di membri ha distrutto pubblicamente le armi a luglio, e il PKK ha successivamente annunciato che si sarebbe ritirato dal territorio turco a ottobre. Ma a dimostrare che ancora la situazione è assai complessa e rischiosa per i membri del PKK, è arrivata la dichiarazione del falco nonchè neo ministro della Giustizia, l’ex procuratore capo e fedelissimo di Erdogan, Akın Gürlek. Il ministro ha sottolineato che il percorso verso una Turchia “libera dal terrorismo” potrebbe essere rafforzato da alcune modifiche legislative, tra cui la legge antiterrorismo e la legge sull’esecuzione delle pene. “Tuttavia – ha affermato Gürlek – è essenziale osservare i passi concreti compiuti dall’organizzazione terroristica PKK prima di concretizzare questi cambiamenti”, riferendosi al disarmo dei membri del PKK.Intanto un nuovo studio del Truth Justice Memory Center (Hafıza Merkezi) intitolato “No Peace Without Justice” -non c’è pace senza giustizia – rivela come le violazioni del diritto alla vita contro bambini e giovani nella regione curda della Turchia, nel sud-est del paese , si siano evolute in nuove forme di violenza di Stato tra il 2000 e il 2015. La ricerca, che ha comportato tre anni di lavoro sul campo e analisi documentali, esamina un periodo descritto come “né guerra né pace”.Mentre gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una guerra a bassa intensità e da uno stato di emergenza, i primi quindici anni del 2000 hanno visto un passaggio dalle esecuzioni extragiudiziali alle morti causate dalla militarizzazione degli spazi urbani e rurali. Secondo il rapporto, le violazioni del diritto alla vita di bambini e giovani durante questo periodo non sono stati episodi isolati, ma estensioni delle dinamiche di conflitto degli anni ’90. I principali modelli di classificazione includono: militarizzazione urbana, ovvero l’uso diffuso di veicoli blindati nei centri cittadini che ha causato numerose vittime, in particolare tra i bambini investiti da questi veicoli nei loro quartieri. Soppressione delle proteste. In quegli anni, le forze dell’ordine hanno fatto sempre più ricorso alla logica militare per reprimere la mobilitazione sociale e, di conseguenza, vittime per colpi d’arma da fuoco e lacrimogeni durante le manifestazioni pubbliche. Pericoli rurali. Significa che le morti nelle aree rurali sono state spesso causate da mine antiuomo e munizioni militari inesplose, un’eredità diretta dell’intensa militarizzazione degli anni ’90. Violenza di confine. Il rapporto evidenzia il massacro di Roboskî del 2011, in cui un attacco aereo uccise 34 civili, come un esempio lampante di violenza nelle regioni di confine. La persistenza dell’impunità. Nonostante un periodo di relativa apertura politica grazie alla tregua stipulata con il PKK nel 2013 e fallita due anni dopo per volere di Erdogan, allora primo ministro, lo studio ha rilevato che i meccanismi strutturali dell’impunità sono rimasti intatti. Le battaglie legali delle famiglie si sono spesso scontrate con ostacoli sistematici, tra cui la mancanza di indagini efficaci e l’uso di limiti temporali per archiviare i casi. Accesso impossibile alla giustizia. Il rapporto rileva che in molti casi il contesto legale è diventato il “simbolo di accesso impossibile alla giustizia”. Le famiglie intervistate per lo studio hanno sottolineato che la punizione dei colpevoli non è una questione di vendetta, ma una condizione necessaria per garantire che tali violazioni non si ripetano mai più. Memoria come resistenza. La ricerca esplora anche come lo Stato turco abbia preso di mira la memoria collettiva. I monumenti dedicati alle vittime, come la statua del dodicenne Uğur Kaymaz a Mardin, sono stati rimossi da amministratori nominati dal governo dopo il 2016.L'articolo Turchia, secondo appello di Ocalan per la fine della lotta armata: ma per il PKK la situazione resta complessa proviene da Il Fatto Quotidiano.